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Cosa ci insegna Daniza?

La povera Daniza non ce l’ha fatta, non ha retto alla dose di anestetico che doveva servire alla sua cattura. Digerita la brutta notizia, consiglio a tutti di misurare la propria indignazione e riflettere bene prima di macinare bassa dietrologia e auspicare il boicottaggio turistico del Trentino, come ho visto fare da qualche utente twitter. Varrà la pena di ricordare come proprio la provincia di Trento – verso il cui statuto autonomo, in quanto bellunese, nutro un certo amichevole risentimento – sia uno dei territori italiani più attenti alla protezione dell’Ursus Arctos. Da mezzo secolo, l’ente risarcisce i danni provocati dagli orsi alle colture e agli allevamenti, il che costituisce il miglior disincentivo alla caccia dell’animale. A partire dalla fine degli anni Novanta, poi, Trento ha avviato un importante progetto di ripopolamento, il “progetto Ursus”, appunto, ultimamente non più così gradito dagli abitanti. Ripopolamento, e non protezione, dal momento che nelle nostre Alpi gli orsi erano scomparsi da più di un secolo, estinti a causa dei comportamenti economici di un’altra specie di plantigrado, l’unica in grado di creare poesia, calcolare un integrale e progettare stermini. In breve, a partire dal Settecento, l’aver reso pascolo o coltivazione ciò che prima era foresta ha ristretto l’habitat dell’orso, che alla prima pecora sbranata è diventato naturalmente oggetto di ininterrotte campagne di caccia. Con la scomparsa delle grandi foreste europee, è scomparso anche uno dei loro più importanti abitatori. Possiamo solo provare ad immaginare che cosa potesse rappresentare per un viandante medievale l’attraversamento di una foresta, e che parte avesse l’orso nel suo immaginario – i primi riferimenti che mi vengono in mente sono quelli della leggenda di S.Romedio e della sua spassosa parodia contemporanea ne L’Armata Brancaleone.
Nel frattempo sono arrivati Yogi e Bubu e l’orso si è del tutto smaterializzato. Nonostante sia nato e cresciuto nelle Dolomiti, non è affatto paradossale, quindi, che la mia prima memoria di un orso non immaginario sia legata ancora a un film. Venticinque anni fa, a pochi chilometri da casa mia, Jean-Jacques Annaud girò il singolare L’orso. Al contrario che nell’Armata di Monicelli, gli orsi del cast erano veri orsi, nati in cattività ed addestrati. Fu così che Bart – questo era il nome del protagonista – e gli altri occuparono per parecchie settimane le pagine della non proprio effervescente cronaca locale, in particolare quando uno di loro si liberò e, se non ricordo male, dopo alcuni avvistamenti, a volte legati all’autosuggestione collettiva dei paesani, non venne più ritrovato.  Un’autentica notizia, perché alla fine degli anni ’80 di orsi sulle Dolomiti davvero non ce n’erano più. Ora inteneritevi pure con le immagini degli orsetti, nel bel making of del film, ne avete facoltà:
Nell’arco di pochi anni da allora, le cose iniziarono a cambiare. Buffo come la caduta del muro di Berlino (il cui simbolo conoscerete tutti) abbia di fatto interessato anche i nostri amici orsi. Dopo il collasso della Jugoslavia, il territorio delle Alpi Dinariche, e in particolare del loro versante sloveno, è diventato la principale fonte di ripopolamento delle nostre montagne. Si parla forse di 1500 esemplari tra Slovenia e Croazia, un numero sufficiente a rifornire non soltanto i progetti di ripopolamento in Trentino e Friuli, ma anche il flusso spontaneo di quegli esemplari che si spingono per centinaia di chilometri verso Ovest, liberi dalle nostre tare di patria e confini. Stiamo parlando di poche decine di esemplari, perlopiù censiti e controllati, con buona pace di chi parla di invasione. D’altronde è forse proprio l’esiguità dei numeri e il fatto che gli orsi siano individuati e chiamati per nome ad aver fatto di loro dei personaggi mediatici minori, emergenti di quando in quando in base all’entità delle loro marachelle, all’arbitrio di qualche caporedattore, all’efficacia comunicativa dei gruppi ecologisti. Daniza è morta da noi, e questo ha reso il suo caso più popolare di quelli di Bruno, orso trentino abbattuto nel 2006 in Baviera, e dei poveri fratelli M13 ed M14 – sono queste le sigle che danno loro i forestali e i biologi montani. Per non parlare di chi è ancora sperabilmente in perfetta forma, come i tre discolacci, Nuvoletta, Dino ed M4 “Genè”, terrore delle mucche di Asiago, o ancora di M1 “Alessandro”, che, spingendosi verso la Slovenia, rischia di finire sulle tavole di combriccole simili a quella dei minus habens leghisti del Primiero – una delle location dell’Orso di Annaud – che, contrari al progetto Ursus, qualche anno fa offrivano carne d’orso e polenta ai loro simpatizzanti. Anche per gli orsi i confini sono caduti, ma le norme che regolano la loro caccia e il mantenimento della loro popolazione sono molto diverse da stato a stato, quando non da provincia a provincia: anche loro, insomma, avranno tutto da guadagnare da una sempre maggiore integrazione europea.
Io non credo ci siano lezioni da imparare o moniti da lanciare a partire dalla morte di Daniza, né riesco più ad appassionarmi alle guerre d’opinione sui social network. Qualcosa è andato storto, come spesso accade nella vita, anche (o soprattutto) a chi parta con le migliori intenzioni. Semmai questa potrebbe essere l’occasione perché qualcuno si interessi al vero, grande tema che sta sullo sfondo dell’episodio, e cioè al futuro della presenza umana nelle nostre montagne, a come l’uomo si possa (re)integrare negli ambienti più difficili – vale per la montagna come per il mare – nel rispetto di ogni altro essere vivente, senza stupidaggini decresciste o ricerche di età dell’oro mai esistite. Potrebbe essere l’occasione, per qualcuno, di scoprire che esiste una montagna abitata, non senza difficoltà, anche oltre i quindici giorni di vacanza ad agosto e le settimane bianche. E forse l’occasione di fare qualche notazione sull’industria culturale – sempre lei! – che tanto ha contribuito all’antropomorfizzazione di orsi ed orsetti. I milioni di animali uccisi e consumati sulle nostre tavole – personalmente senza eccessivi sensi di colpa – possono smuovere la base di animalisti e vegani, non certo il «grande pubblico», che, armato di smartphone, clicca tutto il suo sdegno – sforzo inane! – solo nel caso muoia mamma orsa. La colpa non è loro, ma di Walt Disney, che non ci ha mai fatto conoscere il fratello di Clarabella , dimodoché possiamo commuoverci al massimo per una mucca da latte, ma non per un manzo anonimo.
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I Cesaroni e la meritocrazia

La questione è se e in che misura, nell’ambito dei prodotti culturali di massa, la legge della domanda e dell’offerta e (quindi) la macchina del marketing siano sempre in accordo col criterio meritocratico. La meritocrazia è riconosciuta a parole da tutti come uno degli ingredienti fondamentali della ricetta per far ripartire il Paese e, se ho capito bene, in un regime di meritocrazia, i migliori sono premiati. Per brevità e semplicità, escludo dal discorso l’editoria, ché altrimenti toccherebbe infilarci nel ginepraio di questioni come la scarsa attitudine alla lettura degli Italiani, il problema della trasmissione della cultura o – Dio ce ne scampi – quello dello statuto letterario dei testi. Lascerei stare anche l’arte contemporanea e il suo mercato, cui ho accennato altrove su questo blog. Mi riferisco quindi principalmente all’industria dell’intrattenimento (tele)visivo, della quale il cinema è ormai appendice sia sul piano estetico che su quello produttivo. Riassuntino:  la televisione commerciale – cioè tutta la televisione, compreso il cosiddetto “servizio pubblico” della TV di Stato – esiste per piazzare le merci attraverso la pubblicità. La TV è «quella cosa che succede tra uno spot e l’altro», e quello che succede tra uno spot e l’altro lo scrivono gli autori televisivi, di gran lunga i meglio retribuiti tra i laureati in materie umanistiche o in scemenze della comunicazione.

Sono troppo giovane per poter rimpiangere i programmi RAI degli anni ’60, e conoscendo un po’ la parabola della commedia all’italiana, non mi pare che il nostro cinema di consumo fosse proprio un modello di qualità. E tuttavia, un Totò costretto a girare dieci filmetti all’anno, scritti con la mano sinistra dai vari Metz e Marchesi, era pur sempre il Principe De Curtis, usato da alcuni dei nostri più grandi autori comici. No, è davvero difficile tentare paragoni tra il cinema del boom e la quantità enorme di spazzatura prodotta in funzione del mercato pubblicitario televisivo. A questo punto interviene generalmente qualcuno a ricordarmi che «ora c’è la Rete, i contenuti te li crei tu», «la tv è in declino, i giovani non la guardano», e che il mercato pubblicitario ha perso un terzo del fatturato in questi anni di crisi. Vero, ma dalla crisi prima o poi – in piedi o distesi – usciremo e non farei previsioni affrettate sulla morte della televisione. Personalmente non credo che la tv generalista potrà scomparire tanto presto. Al di là del fatto che siamo un paese di anziani, mi pare evidente che la visione contemporanea e condivisa (di una partita della Nazionale, di una serie televisiva, di un reality) sia uno degli elementi chiave della pubblicità, se parliamo di merci non individual-oriented, come il detersivo, il Parmigiano, le spugnette per togliere le croste dai fornelli. Esiste un tendenza alla cosiddetta “coda lunga“, ma ristretta alla sola industria culturale, e non so quanto destinata a prevalere. La stessa diffusione dei social network è alimentata dal bisogno/desiderio di condivisione dei giudizi su questo o quel prodotto di intrattenimento. Mi pare che l’hashtag #Cesaroni, ai primissimi posti nelle tendenze di Twitter (social prediletto dai salariati dell’industria culturale, peraltro) dica già tutto.

Si torna sempre all’adagio dei miliardi di mosche che, in fondo, «non possono essersi tutte sbagliate», e si torna a pensare con una certa tristezza al nostro declino anche nel campo delle storie raccontate sullo schermo, al fatto che in Italia da almeno vent’anni non si produca nulla di lontanissimamente paragonabile non dico alle tre serie di Heimat di Edgar Reitz (uno dei capolavori del cinema a cavallo del millennio, prodotto per la televisione, non senza problemi), ma nemmeno a certi ottimi prodotti HBO. Resta la domanda iniziale, la quale chiama altre domande che abbiamo fatto mille volte, e alle quali forse è meglio non rispondere, perché ne va del senso di tutta la baracca in cui viviamo da decenni: chi scrive per la televisione è soggetto o no alla meritocrazia? Il “merito” ha a che fare in sé con la qualità dei prodotti? La “qualità” è decisa sempre e unicamente dal pubblico? Quella tra l’autore della fiction immonda e l’inserzionista è lo stesso tra il manager e i suoi azionisti? È giusto che un ricercatore di biochimica impegnato nella sintesi di una molecola antitumorale possa guadagnare meno – molto, ma molto meno – di uno degli autori dei Cesaroni, in virtù del numero di contatti col potenziale compratore di spugnette per togliere le croste dai fornelli?

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E’ tutto finito

paolinizalone

Mi hanno detto che di teatro o di cinema d’autore non si campa. Non è quindi uno scandalo fare anche altro: gli spot del detersivo, Un posto al sole, la comparsata nelle trasmissioni comiche, ecc. Lo si è sempre fatto. Quando uno è giovane, è una necessità alimentare. Quando uno è già affermato, può servire a raccogliere risorse per nuove produzioni. Che c’è di male nell’attingere agli straordinari incassi di una commediola? Tutto giusto, tutto condivisibile. E allora come mai mi sento soffocare?

Nel film c’è un suo cameo alla Hitchcock.
«Si appaio trenta secondi all’uscita dalla scuola elementare, con mio figlio più piccolo. E la scuola si chiama come mia moglie, Margherita Ricci».

Invece l’aspirapolvere come la figlia di Zalone, Gaia. Questo film è un «people placement»!
«Quella scuola è particolare perché nella realtà è la sede la facoltà di Scienze politiche di Padova, presso cui insegnava il professore Toni Negri, autore di un libro straordinario come Arte e Moltitudine. Il mio è stato un piccolo tributo al professore».

(dall’intervista di «Vanity Fair» a Gennaro Nunziante, regista di Sole a Catinelle)

Il post-operaista paraculo no, non lo posso sopportare.

Che cosa abbiamo fatto di male per meritarci questo?

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Vauro, Pigi Battista e il mio naso adunco

Oggi si è concluso il processo per diffamazione a carico di Giuseppe Caldarola e Antonio Polito, condannati per aver definito antisemita Vauro Senesi. La cosa risale a quasi cinque anni fa, a partire dalle reazioni ad una vignetta nella quale Vauro ritraeva Fiamma Nirenstein come una sorta di mostro di Frankenstein che porta addosso sia il fascio littorio che la stella di David. Premesso che Vauro mi stava sul cazzo anche quando compravo “il Manifesto” (in particolare quando si occupava di Israele), non mi è mai passato per la testa di dargli dell’antisemita. Stronzo sì, ma non antisemita. Tornando alla vignetta, si può forse negare che colpisca perfettamente nel segno? I fatti sono che una giornalista liberale ed ebrea (ed ex comunista) sceglie di essere candidata assieme ad un dichiarato fascista e antisemita come Giuseppe Ciarrapico. Il Ciarra, quello che «Fini s’è messo la kippà, io nun me la metterò mai!», ricordate? La politica è la politica, tutto quello che volete, ma questa roba qui è proprio un incrocio à la Frankestein. Una cosa grottesca, tragicomica (non tragica, tragica fu la figura di Ettore Ovazza, oggi siamo fortunatamente alla farsa). Eppure a qualcuno quella vignetta è parsa degna della propaganda antisemita. Peppe Caldarola, che pure è persona perbene, aveva attribuito a Vauro un insulto razzista che Vauro non ha mai scritto né detto. Nessuna sorpresa per la condanna per diffamazione, quindi. En passant: nell’ebraismo la diffamazione si chiama Hotza’t shem ra’ (הוצאת שם רע) (il diffondere un cattivo nome, letteralmente) ed è un peccato gravissimo. A Caldarola – e vengo al titolo del post – si era aggiunto Pigi Battista, che aveva fissato la sua attenzione sul naso della “Fiamma Frankenstein” disegnata da Vauro. E’ lo stesso naso adunco che si vede negli articoli de “La difesa della razza”, diceva Battista, fa parte dell’iconografia antisemita. Io onestamente non l’avevo notato. E se la Nirenstein avesse, casualmente, proprio un naso così? Perché la Fiamma quel naso ce l’ha. Che facciamo, Pigi, glielo raddrizziamo con photoshop?

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Anch’io ho un naso così. Il mio naso arriva sempre prima di me. Un naso importante, come si dice, e un po’ adunco. “Il profilo greco di Federico”, ripeteva un mio professore alle medie. Greco o di tante altre provenienze sconosciute, diciamo. Qualche anno fa, al matrimonio di due amici, il padre dello sposo interruppe la conversazione tra me e un altro invitato in questo modo: «Sorry to disturb you…I have a question…are you Jewish?». Era un simpatico signore portoricano, militare in una grossa base USAF del Triveneto. «We’re not, but he’s terrone», volevo rispondere indicando F., di fronte a me. Potenza degli stereotipi: due nasi adunchi, un pizzetto (“tra il rabbinico e lo squadrista”, per citare Cesare Cases), due paia di occhiali e una conversazione gesticolante avevano trasformato me ed un altro invitato in una perfetta coppia di studenti di Yeshivà. Per inciso, il padre dello sposo era benintenzionato. Cercava un confronto. Cresciuto cattolico, diceva di aver scoperto di discendere da qualche antica famiglia di marrani (ma questa è un’altra storia….).

E’ un dato di fatto che l’antisemitismo sia in fase risorgente, in tutta Europa, Italia compresa. Lo stesso linguaggio utilizzato dal giudice nella sentenza di cui sopra è preoccupante, tantopiù perché ad utilizzarlo è un rappresentante dello Stato. Proprio per questo occorre soppesare bene le parole, occorre riflettere prima di lanciare certe accuse. Io stesso credo di avere una certa ipersensibilità sull’argomento, ma non dimentico mai la storiella del ragazzino che gridava troppo spesso “al lupo, al lupo!”. Cari Caldarola, Polito, Battista, voglio sperare che siate tutti animati dalle migliori intenzioni e che certi vostri interventi non abbiano nulla a che fare con le polemiche strumentali, con le meschinerie della nostra politichetta o con la necessità di “uscire”. Pensateci su.

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Andrea Brambilla 1946-2013

Quante risate mi hai fatto fare, commissario Zuzzurro. Grazie e buon viaggio.

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L’amore del sor Giuliano

La morale sessuale dell’ateo devoto Giuliano Ferrara – leggermente diversa da quella del Ferrara di Lezioni d’amore –  è nota a tutti: il sesso senza procreazione è “un atto bestiale”, ma se il soggetto dell’atto è il Principe, l’atto bestiale diventa “naturale soddisfazione di sani appetiti”. La soddisfazione del Principe ha la priorità su tutto. Ogni abuso, ogni arbitrio, ogni violazione del Diritto compiute per raggiungerla diventano leciti. Chi dissente è quindi un “moralista acido e ipocrita”, un “perbenista”, e non tanto rispetto alla morale sessuale in genere (questa è la prima lettura, ad uso dei finti tonti e delle femministe rincoglionite arruolate da “Il Foglio”), ma al bene supremo, cioè all’istinto del Principe. In nome di quel bene ci si può anche rendere ridicoli, come il professore de L’angelo azzurro, e così fa Ferrara.

24giu13

E’ davvero una profondissima forma d’amore quella che fa muovere Giuliano Ferrara all’ossessiva ricerca del Principe, identificato prima col PCI, poi con Craxi e infine con Berlusconi – quest’ultimo complementare, negli ultimi anni, alla figura ideale del Papa Re. Ma Ferrara è anche un intellettuale mancato, cioè un grande insicuro (forse per questo mi sta in fondo così simpatico). A quali modelli, a quali tradizioni di pensiero si ispira? Da buon neo-con alla vaccinara, gli piace citare Leo Strauss, mischiato in parti uguali a Joseph Ratzinger, a volte con una spruzzatina cosmetica di Marx, così, tanto per épater ses anciens camarades. E quindi, in fondo, troviamo il solito Machiavelli. Io però non ne sono troppo convinto. Non credo che, quando certi amici socialisti gli fecero scrivere la prefazione all’edizione italiana di Scrittura e persecuzione, il giovane Ferrara potesse capire granchè di Leo Strauss, né credo che l’abbia capito ora, o che possa aver capito granché della Chiesa cattolica o di Ratzinger. E non credo nemmeno che Machiavelli sia la traccia giusta da seguire. Credo invece che qualche tratto del sor Giuliano si possa ritrovare  in un altro caposaldo della nostra letteratura nazionale, Baldassare Castiglione

– Dubito, – disse allora il signor Morello, – che se questo cortegiano parlerà con tanta eleganza e gravità, fra noi si trovaranno di quei che non lo intenderanno. – Anzi da ognuno sarà inteso, – rispose il Conte, – perché la facilità non impedisce la eleganzia. Né io voglio che egli parli sempre in gravità, ma di cose piacevoli, di giochi, di motti e di burle, secondo il tempo; del tutto però sensatamente e con prontezza e copia non confusa; né mostri in parte alcuna vanità o sciocchezza puerile. E quando poi parlerà di cosa oscura o difficile, voglio che e con le sue parole e con le sentenzie ben distinte esplichi sottilmente la intenzion sua, ed ogni ambiguità faccia chiara e piana con un certo modo diligente senza molestia. Medesimamente, dove occorrerà, sappia parlar con dignità e veemenzia, e concitar quegli affetti che hanno in sé gli animi nostri, ed accenderli o moverli secondo il bisogno;

(Il libro del Cortegiano, I, XXXIV)

Sì, il cortigiano Ferrara deve mettere a punto ancora qualcosa. Ma diamogli tempo, ci potrà sorprendere ancora.

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Forma, còlor e composìscion

Francesco Vezzoli

Francesco Vezzoli

Capitandoci unicamente nel corso di tormentate sessioni di zapping serale, non immaginavo che persino in un contenitore di stronzate come Mtv rimanesse lo spazio per un format intelligente come quello di Pif, Il testimone. L’altroieri è andata in onda la divertentissima prima puntata della nuova serie, dedicata a quel settore dell’artigianato di lusso detto “Arte Contemporanea” (sovrapponibile oggi, grossomodo, a quel cul-de-sac in cui gli artisti si sono infilati un secolo fa: l’arte concettuale). Interessante notare come, in fondo, la maggior parte di quei costosi oggetti d’arredamento, destinati in un paio di lustri a non lasciare traccia, passino in secondo piano nel racconto. Il testimone ironizza bonariamente sulle opere, ma più ancora su quel piccolo Grand Monde di critici, curatori, galleristi e ricche signore le quali dichiarano candidamente che «l’arte è communication». Un mondo in cui il curioso semicolto mette il naso come le casalinghe disperate mettono il naso nelle vite delle principesse. Forse la chiave per capire tutto il contemporaneo sta insomma, banalmente, nella possibilità di «parlare con l’artista». Una certa umanità, con tutti i suoi puttaneggiamenti, con gli onesti, i furbi, i completi imbecilli.

Alcuni dei tipi umani che Pif incontra sono meravigliosamente ridicoli, e in questo per me sta il vero spettacolo dell’arte contemporanea, quello che si inscena nei vernissage e nelle cene. Tra Londra e l’Italia, Pif ci mostra una bella carrellata di personaggi, tra i quali segnalerei in particolare la Signora Napoleone («è tutto riguardo forma, còlor, composìscion») Massimiliano Gioni, direttore della prossima edizione della Biennale di Venezia («non ridefinisce la definizione di opera») e Francesco Vezzoli («club culture-fuggire da Brescia-ho fatto la St. Martin»). Mi associo alla simpatia che Pif nutre per Philippe Daverio, assente ma nominato più volte, detestato dalle ‘ndrine dei critici e dei curatori italioti ma amatissimo da noi ignoranti. Non manca mai, naturalmente, la citazione della memorabile visita di Sordi alla Biennale ne Le vacanze intelligenti, scritto dal fidato Rodolfo Sonego, che tra l’altro, prima di dedicarsi alla sceneggiatura, aveva a lungo fatto parte del giro di Emilio Vedova e Giuseppe Santomaso.

Ah, la fauna delle Biennali. Con quella gente lì, forte del mio mimetismo, mi fingo appassionato evoluto. Ci cascano anche, e mi sorprende trovare gente più ignorante di me, che coi miei bigini arrivo, se va bene, agli anni ’80, e di tutto il resto so quello che raccontano i giornali. Le cagatine di Cattelan, ad esempio, le ho conosciute come tanti quando sono entrate nelle pagine di cronaca. Seguo qualche nome sparso, qualche amico artista, certo. Ma non saprei davvero cosa tiri nel mevcato del contempovaneo oggidì. Per questo, guardando Il testimone, mi concentro sui personaggi che Pif incontra, più che sui pezzi. E tuttavia, giunto al minuto 24:07, mi sembra di scorgere qualcosa di familiare. Eh sì, è proprio il lavoro di Nemanja.

Nemanja Cvijanovic, 'sweetest dream', da crossborderexperience.org

Nemanja Cvijanovic, ‘The sweetest dream’, da crossborderexperience.org

Non credo di avere i mezzi per giudicare l’opera in sé. Non saprei prezzarla, ecco. Non saprei piazzarla. Mi limito a rilevare la pigrizia insita in certi scontatissimi détournement. Ma sono affari di chi se la mette in casa, per eurosettemila. Quello che posso giudicare è il discutibile messaggio che The sweetest dream veicola. E per una volta posso anche dire di aver “parlato con l’artista”. Nemanja l’ho conosciuto cinque o sei anni fa. Per via di certe amicizie, in quel periodo frequentavo  un gruppetto di giovani artisti impegnati a farsi un nome qui a Venezia. Facevo un po’ l’osservatore esterno, il testimone, come Pif (ma senza telecamera!). Mi capitava di discutere dei loro lavori, con alcuni. Con altri, soltanto del più e del meno. Perché un certo tipo di giovane artista, quando è molto convinto di sé, tende ad evitare gli scambi di vedute con i non addetti ai lavori. Ad inizio carriera è bene rendere produttivo ogni pensiero con le persone giuste, senza perdere tempo con il testimone casuale. Se non si sale sul carrozzone, il rischio è quello di doversi trovare un lavoro qualunque. Ma Nemanja era allora già abbastanza cresciutello e scafato. E’ un tipo simpatico e alla mano, che nelle fattezze ricorda un po’ John Belushi. Prima di occuparsi di arte concettuale, realizzava – e forse realizza ancora? – coloratissime tele tra il pop e il realismo socialista. Ne ricordo una con i vecchi despoti del socialismo non allineato, Tito, Nehru, Nasser, e una squadriglia di Mig all’orizzonte. Nemanja si dichiara “comunista e internazionalista” e, come tale, è convinto di un certo numero di stupidaggini che ho ben presente, avendoci creduto io stesso. In più crede – come non pochi altri, soprattutto tra i nati sull’altra sponda dell’Adriatico – che all’origine delle guerre jugoslave vi sarebbe stata una cospirazione ordita dalla finanza europea, in particolare da quella tedesca.

La gallerista intervistata da Pif, povera stella, non è ben informata, e da sola proprio non ce la fa a cogliere il contenuto esatto dell’opera, che pure è chiarissimo. Ci sono dentro l’equazione liberismo=fascismo e la tiritera sull'”Europa delle banche”. Peraltro Nemanja ha spiegato diffusamente il senso del suo osceno parallelo tra Unione Europea e III Reich nel corso di vari incontri e interviste. E vorrei ben vedere: quando decidi di usare la svastica, sei giustamente chiamato a difendere la tua scelta. Che risponde in modo perfetto al principio del massimo risultato con il minimo sforzo. Per l’artista si tratta di monetizzare il potere disturbante di alcuni simboli: è un gioco facile, che le arti e l’industria culturale adottano consapevolmente, da Duchamp in poi. Se la gente si lamenta, vuol dire che la provocazione ha funzionato.

The sweetest dream nel 2005 venne esposta al “Mars Pavillion”, cioè alla bellissima serra dei giardini di Castello, occupata – prima del restauro che l’ha restituita alla città – dai fioi dei centri sociali veneziani, che ne fecero una sorta di contropadiglione esterno della 51a Biennale d’Arte. Tutto bene, senonché non tutti i disobba rientrano nella categoria degli smaliziati artattivisti, e in quell’occasione alcuni di loro sollevarono qualche robusta obiezione rispetto all’opportunità di esporre una svastica in un luogo occupato da antifascisti. Capito? Non contestavano il  paragone imbecille. A loro, giustamente, schifava il simbolo in sé, il cui carico di morte è più forte di qualsiasi operazione di straniamento.

Sui giochetti linguistici che l’arte concettuale compie sui simboli della Storia andrebbe detta un’ultima cosa: nonostante tutte le bubbole sull’artista che vede un po’ più lontano degli altri, quella roba non è “avanguardia” di alcunché. Non rivende nulla che non si possa trovare nei mercatini delle pulci di tutta Europa, stracolmi di insegne che la politica ha fatto sparire in gran fretta. E la politica postmoderna non ha più bisogno di insegne o di simboli, senza i quali è più semplice mischiare le idee e sovvertire i significati, fino a rendere accettabili le bestialità. A titolo di promemoria, vale la pena riportare il giudizio che la neo-capogruppo grillina alla camera, Roberta Lombardi, ha dato del fascismo, il quale, a suo avviso, «[…] prima che degenerasse aveva una dimensione nazionale di comunità attinta a piene mani dal socialismo, un altissimo senso dello stato e la tutela della famiglia». 

(E l’ho buttata in politica anche stavolta).

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Lo schifo

Avevo promesso di non scrivere più di politica almeno sino a lunedì. Ma il segnale del cibo che risale, già semidigerito, su, oltre il cardias, è troppo forte per essere ignorato. E comunque, più che alla politica, il caso in questione appartiene agli ambiti dell’antropologia e della sociologia (spicciola). Si parla di tipi umani e dei loro comportamenti. Di gerarchie. Di relazioni di potere.

In taluni ambienti, il lavoro sporco, fatto di ricatti, intimidazioni, diffamazione a mezzo stampa, insomma il lavoro da piccoli gangster, inesistenti al di fuori della cerchia del boss (e spesso così poco intelligenti da scambiare per miele il guano che cola loro addosso), il lavoro sporco, dicevo, lo si lascia fare ai fedelissimi. Generalmente si tratta di giornalisti professionisti, ma anche l’ex presidente di una delle regioni più ricche d’Europa, la mia, può prestarsi alla bisogna.

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Toreri, guitti, tribuni della plebe

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Dice “dov’è finito il teatro in televisione”? Ma come “dov’è finito”? Raramente si è visto tanto teatro in TV come in questi anni. Certo, parliamo di spettacolo leggero, à la Garinei & Giovannini, à la Santoro & Travaglio. La stizza di Santoro di fronte alla “lettera” di Berlusconi assomiglia a quella del regista di fronte all’attore indisciplinato. Ma anche questo, in fondo, era previsto. L’attribuzione di una vittoria è un esercizio davvero inutile. Hanno vinto entrambi. Santoro ha vinto attraverso lo share, ovviamente, Berlusconi ha vinto occupando col suo corpo due ore e passa di spazio televisivo. Con quel tono didattico che a volte riserva allo zoccolo duro del suo elettorato, bisognoso di semplificazioni e di fesserie sempre più grandi, il Signor B. ha raccontato la sua grottesca versione dei fatti. Ha sostenuto di essere “l’unico” a capirci qualcosa di economia, ha accusato Francia e Germania (la Deutsche Bank, oppure la Bundesbank, fa lo stesso!) di aver complottato contro il suo governo, ha precluso ogni possibile obiezione sostenendo (non del tutto a torto, ahinoi) che il nostro sarebbe un Paese ingovernabile, ha persino fatto la sua lezioncina sulla Costituzione. Allo stesso tempo, ha ben incassato le provocazioni, si è astenuto dal fare apprezzamenti sulle protagoniste femminili Costamagna e Innocenzi, regalandoci comunque qualcuna delle sue volgarità da avanspettacolo.

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Santoro, per parte sua, ha esordito citando O Sole mio, ha affermato, con grande sprezzo del ridicolo, di essere stato l’unico o il primo diffusore delle idee di Paul Krugman in Italia, ha mostrato una certa frustrazione di fronte alla scarsa reattività del Signor B. Ha, d’altro canto, saggiamente rinunciato a trasformare la trasmissione in un’aula di tribunale, e avrebbe avuto quindi la possibilità di incalzare seriamente il Cav. sui temi di politica economica, per una manciata di minuti almeno, ma non l’ha fatto. Sappiamo bene che Michelone nostro ha smesso da tempo – forse non tanto per volontà, quanto per inclinazione naturale – di fare il giornalista propriamente detto per votarsi invece alla commedia dell’Arte, inscenando lazzi, preparando accuratamente le risse tra i suoi ospiti e poi, nella fase più recente della sua carriera, impersonando una bizzarra versione televisiva di tribuno della plebe. Giovedì sera il tribuno è diventato torero – questa è l’unica lettura sensata, a mio avviso, della metafora di Granada, perché Monti come toreador proprio non ce lo vediamo. Va da sé che, con un toro come Berlusconi, all’arena si registri il tutto esaurito.

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Da giornalista a intrattenitore, da intrattenitore a tribuno della plebe, dicevamo. E quest’ultimo passaggio sembra in effetti caratterizzare la Storia italiana degli ultimi vent’anni – o forse di sempre? Ormai è chiaro come gli Italiani abbiano una disperante tendenza a dare credito ai guitti divenuti opinion maker, da Berlusconi a Grillo a Santoro. Poco importa il mestiere originario del guitto, ciò che conta è la sua natura più intima, e il fatto che il linguaggio della commedia e il linguaggio politico in questo Paese coincidano quasi perfettamente. Purtroppo, in tempi in cui c’è veramente poco da ridere, tale tendenza si accentua e alle risate si sostituiscono dei conati inquietanti. La trasmissione di giovedì sera si basava evidentemente sul solito canovaccio populista ed antimontiano (cui Berlusconi ha fatto in parte da sponda) e Santoro ha davvero toccato il fondo dando spazio ai deliri dell’imprenditora di Vittorio Veneto. La signora si è scagliata contro Monti “uomo di Goldman Sachs” e ha invocato “la sovranità monetaria”. Discorsi da nouvelle droite ripulita, che parla di moneta come di un “bene comune”. Roba pescata nella cloaca di Internet, ma il materiale sociale è sempre quello, perenne, di certi disastri storici. Un ceto medio fatto di bottegai, artigiani e piccoli industriali in crisi, pronti a rinchiudersi nella loro piccola provincia di merda, addossando al capro ebreo o cinese o zingaro di turno le colpe dei loro guai.

Lo dico anche, come sempre, per scaramanzia, ma il tipo di avanspettacolo che ci viene proposto in questi giorni sembra preludere a uno spettacolo che preferirei evitare di vedere.

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