Archivi categoria: politica

Noi e i Curdi

Donne curde, combattenti per la libertà (da @athkurd)

Donne curde, combattenti per la libertà (da @athkurd)

«A me i Curdi stanno sul cazzo, io studio arabo e turco». Così, testualmente, anni fa, una studentessa di Lingue Orientali rispondeva all’invito del mio amico capetto rifondarolo («Ah, studi lingue orientali? Vieni a trovarci! Sai, ospitiamo diversi compagni curdi»). Qui vorrei fare subito un piccolo inciso: nella mia semi-fallimentare esperienza universitaria, non ho trovato alcuna traccia dell'”orientalismo” descritto da Edward Said. Ciò che ho notato è piuttosto l'”occidentalismo” (nell’accezione usata da Ian Buruma e Avishai Margalit) manifestato dalla quasi totalità degli arabisti ed iranisti in erba oltre che da una parte dei docenti. L’accademia è un ambiente in cui molto – troppo – spesso i conflitti mediorientali e i pregiudizi ad essi sottesi sono riprodotti verbalmente, teatralizzati, messi in scena in tutta comodità davanti ad uno spritz. («No! Studi ebraico? Che delusione!»). Ma questa è un’altra storia. Per tornare all’episodio iniziale, esso avveniva in un periodo in cui il superficiale interesse dell’opinione pubblica italiana per la questione curda era ormai scemato quasi del tutto. Per chi fosse troppo giovane o non ricordasse, la stampa iniziò a parlare dei Curdi a proposito dei massacri compiuti da Saddam nel Kurdistan iracheno, a fine anni ’80 (Qui la testimonianza di una sopravvissuta alla strage di Halabja). Dieci anni dopo, venne il momento di notorietà di Abdullah Öcalan, leader del PKK, partito armato che voleva fare del Kurdistan Turco uno stato indipendente. Ricercato da Turchi e Tedeschi per terrorismo, rifugiatosi a Mosca e da lì portato in Italia dal parlamentare di RC Ramon Mantovani, Öcalan fu protagonista di una vicenda complicata, conclusasi con la sua estradizione verso la Turchia. Oggi il mondo ha scoperto che la questione curda non interessa soltanto la Turchia e il PKK, ma tutti gli stati in cui è compreso il Kurdistan nel suo insieme. Un territorio abitato da trenta milioni di persone diviso tra Siria, Turchia, Iraq e Iran, un popolo che non conosce i veleni della regione – né l’odio verso l’Occidente e Israele né il fondamentalismo religioso – ed anzi sta combattendo anche per conto nostro i tagliagole dello “Stato Islamico”. Proprio in queste ore, Koban, città del Kurdistan siriano [il Rojav, cioè l’Occidente] al confine con la Turchia, è diventata il simbolo della resistenza curda all’IS. Resisteremo casa per casa, si sente dire, e tornano alla mente episodi della storia europea che ogni tanto nominiamo, in modo da sentirci per un attimo “consapevoli” e poi tornare alle nostre faccenduole: Stalingrado, Varsavia, Sarajevo. Se non temessi la retorica, potrei direi che tra Koban, in Siria, e Kirkuk, in Iraq – dove combattono i peshmerga del Partito Democratico del Kurdistan – corre la trincea del mondo libero.

Mondo libero dai totalitarismi, sì, ma non dai rapporti diplomatici e/o dalla dipendenza energetica. A dispetto delle apparenze di «raid aerei» piuttosto inefficaci, né USA né UE hanno finora dimostrato di voler intervenire in modo risolutivo in un conflitto dal fronte troppo complicato. Il Rojav nei mesi scorsi ha cominciato a sperimentare una forma di autogoverno in cui il PKK – che in questi anni ha assai ammorbidito la sua piattaforma politica – rappresenta la forza egemone. Questo non fa ovviamente piacere alla Turchia, che teme una secessione dalla sua parte del confine, e rende inerti gli alleati NATO, che non vorrebbero mai esacerbare le preoccupazioni turche. Ecco quindi che la questione passa quasi totalmente nelle mani dell’astuto Erdoğan, il quale si trova nella posizione in assoluto più confortevole, quella di chi vede due suoi nemici scannarsi tra loro. In realtà non sembra che Curdi e tagliatori di teste islamisti siano nemici allo stesso modo per Erdoğan e il suo governo. Di certo rimane l’ambiguità della risposta all’IS e la lentezza con la quale il Parlamento Turco ha deciso un intervento militare. In quanto alla provincia più ridicola del mondo libero, quella in cui mi trovo, il disinteresse e l’ignoranza sono interrotti soltanto da qualche nostro cinguettio su twitter. Nelle sue dichiarazioni pubbliche, Matteo Renzi afferma che Iraq e Siria oggi «non devono essere una nuova Srebrenica» o che «sono una nuova Srebrenica», in quell’alternanza “quantistica” cui il nostro premier ci sta abituando. Senza saperne granché di strategie militari, credo comunque di poter dire che per evitare una nuova Srebrenica occorrerebbe uno sforzo maggiore da parte nostra. Per ora questi sono i nostri aiuti ai Curdi: CENTO mitragliatrici pesanti Beretta M42/59, CENTO mitragliatrici pesanti Breda-SAFAT (inutilizzate da trent’anni) e 2500 proiettili per arma (cioè cinque minuti di tiro continuo). In aggiunta a ciò, un carico di armi sequestrate vent’anni fa in Ex Jugoslavia (“1000 razzi RPG 7, 1000 razzi RPG 9, 400mila munizioni per mitragliatrici di fabbricazione sovietica”) che dobbiamo solo sperare non esplodano in mano a chi ne farà uso. Possiamo essere fieri di noi stessi, che dite?

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , ,

Ritorni di fiamma

Il primo (moderato e momentaneo) ritorno di fiamma è quello del sottoscritto per l’operato di Matteo Renzi. È un po’ lo spirito di contraddizione a muovermi, lo stesso che mi ha portato a scegliere Renzi alle primarie.  Non posso in alcun modo seguire la sinistra del partito nella levata di scudi contro una riforma del lavoro della quale ancora non esiste un testo definitivo, ma che sembra comunque andare nella direzione che molti di noi cani sciolti – e precari – considerano sensata. Ed ecco l’altro ritorno di fiamma: quello di una Sinistra e un sindacato nella migliore delle ipotesi incapaci di affrontare la realtà e, nella peggiore, impegnati più nella difesa delle proprie posizioni di potere che non in quella degli interessi dei lavoratori (presenti e futuri). La preventiva minaccia di grandi mobilitazioni è giunta assieme all’immancabile evocazione di un «autunno caldo». Fu l’autunno caldo propriamente detto, quello del 1969, apice di una fibrillazione operaia che il sindacato stesso faticava a governare, a spingere sindacalisti e giuslavoristi di area socialista come Giacomo Brodolini e Gino Giugni a pensare lo Statuto dei lavoratori, una legge che potesse finalmente regolare il diritto alla rappresentanza e all’attività sindacale, in un’epoca in cui ancora si veniva licenziati per il solo fatto di distribuire volantini ai cancelli della fabbrica – questo non lo dobbiamo mai dimenticare. Lo Statuto, tuttavia, nasceva in qualche modo già vecchio. L’ultima grande lotta operaia del Novecento italiano fu infatti condotta proprio sul crinale tra due diverse epoche produttive. Subito dopo l’approvazione della legge iniziava infatti quella lunga fase di ristrutturazione industriale, fatta di esternalizzazioni, di decentramento e di atomizzazione del lavoro che arriva sino ai giorni nostri e disegna un mondo del tutto nuovo. (Qualcuno, nella sinistra c.d. operaista, coglie l’importanza di queste trasformazioni, ma il clima ideologico di quegli anni trasforma presto quelle intuizioni nei deliri dell’autonomia operaia, con gli esiti che sappiamo).

Quarant’anni dopo l’approvazione dello Statuto, in un Occidente in cui il fordismo è finito e sono quasi scomparse le grandi industrie, in un paese in declino, indebitato, senza lavoro, sembra che tutto il dibattito debba ancora ruotare attorno allo Statuto, per sineddoche ridotto al solo articolo 18. Nessuno è ancora riuscito a dimostrare in modo inoppugnabile che le poche decine di vertenze l’anno che riguardano l’art.18 – una minima parte di tutte le cause portate davanti ai giudici del lavoro – siano un freno alla produttività o agli investimenti stranieri. A me riesce difficile crederlo, ma del resto chi ha mai detto che «i mercati» siano guidati dalla razionalità? D’altro canto, mi riesce altrettanto difficile considerare l’art.18 una sorta di baluardo di civiltà, a meno che non ci si riferisca a una “civiltà” nella quale il lavoro sia diviso per caste: non hanno mai goduto della tutela dell’art.18 le decine di migliaia di lavoratori interessati dai licenziamenti collettivi frutto di crisi e ristrutturazioni, né i lavoratori autonomi – che peraltro non godono nemmeno di ferie e malattia pagate, non ne hanno goduto gli operai delle migliaia di microimprese terziste ai quali si devono il “miracolo del Nord Est” e il successo di tanti distretti produttivi in Italia, né, tantomeno, chi lavori in nero in zone dove spesso al “sommerso” non esiste alcuna alternativa. Raramente ne hanno goduto le persone della “generazione X”, cui appartengo, e di quella successiva – ammesso e non concesso che un ventenne medio abbia la benché minima idea di cosa sia l’art.18 e di cosa faccia un sindacato.

Il tema di fondo, che va in effetti ben al di là della «possibilità di licenziare», è quello di un problematico cambio del paradigma col quale il movimento sindacale ha immaginato – e contribuito a disegnare – i rapporti giuridici tra lavoro e capitale. Il passaggio è in buona sostanza quello dalla contrattazione collettiva a quella individuale, dal potere di negoziazione della classe operaia all’ [aaargh!] employability del singolo percettore di reddito. Si tratta, come i critici credono, di un passo indietro, o di una sfida a cercare strumenti nuovi? Quando parliamo di interesse dei lavoratori, stiamo pensando in termini di massa o in termini di individui? Il fine di un’azione politica e sindacale “di sinistra” non consiste nel garantire diritti e benessere degli individui? Non è così facile prendere posizione su questioni complesse in cui si intrecciano – e confondono – diritti e interessi, effetti economici e ricadute sociali, opposte visioni ideologiche e problemi etici. Io stesso, appena due anni fa, nel momento in cui Monti andava parzialmente a toccare l’articolo, scrivevo che l’articolo non andava toccato. Mi lasciava perplesso l’insistenza ossessiva per una faccenda di natura soprattutto simbolica. La situazione di oggi è assai simile: stiamo parlando di un «segnale da dare ai mercati» e a Bruxelles. Dal punto di vista dell’attuale maggioranza, il segnale è diretto anche alle varie componenti del centrodestra e viene accolto come vittoria storica da quella parte della diaspora craxiana (i Sacconi, i Brunetta) che di queste materie ha fatto una bandiera, credo più per tigna revanscista che per convinzione profonda. Sul fronte opposto, è comprensibile che un sindacato cui non la politica, ma la realtà stessa delle forze produttive sottrae giorno dopo giorno il ruolo e il peso politico voglia battere sulla questione dell’art.18. Basta sia chiaro che non sempre l’interesse dell’organizzazione e quello del lavoratore coincidono. A lasciarmi perplesso è invece l’opposizione interna al Partito Democratico, visto che gli stessi soci della “Ditta” non considerano davvero la faccenda più che un fatto di principio, una «questione simbolica importante» – parole di Gianni Cuperlo – che sembra nascondere la frustrazione derivante dal non aver potuto guidare personalmente il cambiamento e dal vederlo invece guidato dagli ultimi arrivati.

In un certo senso, l’arrivo dei renziani in casa PD assomiglia all’ascesa della borghesia alle spese di un’aristocrazia declinante. I membri di quell’aristocrazia di sinistra, i più lungimiranti tra i vecchi “ragazzi della FGCI” che un quarto di secolo fa hanno accompagnato il passaggio della sinistra marxista al riformismo, avevano compreso il tipo di trasformazione epocale subita dal lavoro organizzato già all’epoca in cui Matteo Renzi viveva il suo (primo) quarto d’ora di celebrità alla Ruota della Fortuna. Ciò che è mancato non è stata la capacità di analisi, ma la volontà, la capacità o la possibilità di tradurre le analisi in soluzioni. Gli errori sono stati molti e altrettante le circostanze storiche sfavorevoli. Certamente l’elitismo del ceto dirigente ex-PCI e la sua scarsa attitudine alla comunicazione hanno impedito di spiegare alla propria base la necessità delle riforme del lavoro. Dall’altra, la mutua dipendenza politica tra lavoro sindacalizzato e partiti della sinistra ha fatto temere grandi perdite di consenso – che si sono poi verificate ugualmente. Ma non possiamo nemmeno dimenticare la natura fragilissima delle maggioranze di quegli anni, messe a rischio dai ricatti di Rifondazione (partito nel quale ho militato, prima della “svolta liberale” alla quale è giunto di recente anche il mio segretario di allora). In un contesto di questo tipo era forse inevitabile che la Ditta preferisse impegnare le proprie energie su altri fronti, dalla coesistenza con Berlusconi alla scoperta dei salotti buoni della finanza, tra “capitani coraggiosi”. Peccato che, sul piano del lavoro, sia stato proprio il coraggio a mancare. Quella stagione ha prodotto solo riforme parziali – ricordo il co.co.co previsto dal “pacchetto Treu”, il mio primo contratto – che per la loro incompletezza hanno contribuito a creare l’attuale giungla contrattuale e nuove situazioni di disuguaglianza. La stessa c.d. legge Biagi avrebbe potuto benissimo essere concepita in un governo di centrosinistra, anziché nel lunghissimo Berlusconi II e, più di recente, l’idea di flexycurity, che dovrebbe finalmente aggiungere le tutele alla flessibilità, veniva rivendicata proprio dagli attuali oppositori del Jobs Act. Il vituperato Pietro Ichino sul suo sito web offre un’utile rassegna di posizioni di questo tipo, ma l’incoerenza di certi leader del centrosinistra è riassunta ancor meglio dal filmato del (magnifico) intervento di Massimo D’Alema al II congresso PDS che i solerti PR renziani hanno diffuso in questi giorni:

C’è quindi stato un momento, alla fine degli anni Novanta, in cui la Sinistra ante (e anti) Renzi pensava di fare più o meno le stesse cose che Renzi tenta di fare oggi. Forse le avrebbe fatte anche meglio, chi può dirlo? Forse potrebbe ancora partecipare al cambiamento in atto, farne parte, far sì che in quel cambiamento rimanga una traccia di quanto di buono c’è nella storia della Sinistra italiana. Purtroppo, per ora, l’impressione è quella di un eterno ritorno, di una coazione a ripetere gli stessi errori.

Contrassegnato da tag , , , , , , ,

Una via contorta

Fa sempre uno strano effetto il confronto tra la realtà di questioni locali che conosci piuttosto bene e la loro rappresentazione giornalistica a livello nazionale. Secondo i nostri maggiori quotidiani, il c.d. “Comitatone” per la salvaguardia di Venezia avrebbe finalmente “sbloccato” la situazione relativa al problema delle grandi navi, impedendone il passaggio nel bacino di S.Marco. La notizia viene data in toni ottimistici, per non dire trionfalistici, il ministro Lupi e il Governo si affrettano ad incassare il risultato mediatico, le schiere di amanti sensibili di Venezia si felicitano sui social, tutti contenti, insomma, Venezia pare finalmente salva.

mappa-ven

Purtroppo le cose non stanno così. L’allontanamento delle grandi navi dal canale della Giudecca e da S.Marco era già stato deciso dal decreto Clini, l’indirizzo generale sulla questione è fissato da tempo e quest’ultima decisione non aggiunge alcunché, semmai toglie, e in modo del tutto arbitrario. In sostanza ieri il Comitatone ha infatti eliminato dal tavolo tutti i progetti relativi al transito delle crociere, tranne uno, quello dello scavo del canale Contorta S.Angelo, fortemente voluto dall’Autorità Portuale presieduta dall’ex sindaco Paolo Costa. Per far passare le navi lungo il tracciato che vedete nell’immagine qui sopra, occorre scavare fino a oltre 10m il fondo della laguna per adeguare al pescaggio dei “giganti del mare” un canale che ora arriva ai 2m scarsi. Che male c’è, direte voi? C’è di male che lo scavo di canali di quelle dimensioni porta volumi e pressioni non compatibili col fragile ambiente lagunare, le cui difese naturali  (le barene innanzitutto) vengono progressivamente distrutte, favorendo tra l’altro la possibilità di acque alte sempre più grandi. In questo senso, il caso del Canale Petroli era e resta un precedente da studiare.

Insomma, come si dice qui in Veneto, “pèso el tacon del buso”. Ma l’aspetto davvero stupefacente della decisione di ieri è che il giudizio sull’incompatibilità dello scavo di nuovi canali con lo scopo statutario del Comitatone stesso (e cioè la salvaguardia di Venezia, ripetiamolo perché, alla luce di questi fatti, si potrebbe pensare piuttosto a un comitato d’affari, anzi meglio a un comitatone di affaroni) non viene soltanto dagli studi presentati dagli oppositori alle grandi navi, ma dalla stessa commissione tecnica ministeriale preposta alla V.I.A., che in un parere prodotto a settembre dell’anno scorso, rimasto stranamente in un cassetto per mesi e reso noto grazie a Felice Casson, così si esprimeva:

Che il Comitatone (e cioè le sue tre componenti maggiori, Governo, Regione e Autorità Portuale) pensi ora di avere una valutazione di impatto ambientale di segno del tutto opposto lascia davvero perplessi. È evidente come di fronte alla complessità di un problema che vede contrapposte strumentalmente le ragioni del lavoro a quelle della tutela ambientale abbia prevalso l’interesse più forte.

Paolo Costa può dirsi soddisfatto per il risultato conseguito, che in qualche modo verrà investito politicamente alle prossime elezioni comunali, ma forse più soddisfatti ancora di Paolo Costa sono i centri sociali veneziani, che hanno egemonizzato il movimento NoGrandiNavi e che aspettavano soltanto un pretesto come questo per rimettere in piedi il loro teatrino politico. Nell’attesa delle loro prossime performance, mi auguro davvero che Venezia non diventi «come la Val Susa» – questa la previsione di Gianfranco Bettin. Tra parentesi, io credo che questa faccenda con la Tav non abbia proprio nulla a che vedere. Nel bene e nel male il progetto della Torino-Lione è stato discusso pubblicamente per anni e ha subito sostanziali modifiche (avverto gli eventuali lettori NoTav: non rimbeccatemi sulla questione, non mi interessa interloquire con voi, ogni commento polemico verrà cestinato).

Quello che purtroppo siamo costretti a constatare con grande amarezza è che in questo Paese, in cui peraltro la classe politica emergente lamenta il proprio scarso potere decisionale, troppe decisioni importanti vengono ancora prese in modo arbitrario e per nulla trasparente, alle soglie di ferragosto, sperando che non se ne accorga nessuno, fregandosene bellamente delle stesse conoscenze scientifiche (cioè della Ragione), in funzione non dell’interesse generale ma del particulare della propria conventicola, o di un ritorno politico immediato. Se questo vuol dire “cambiare verso”…

Contrassegnato da tag , , , , ,

Una certa stanchezza

Dev’essere un fatto di carattere. Ho sempre avuto l’animo del mediatore, di quello che nelle liti cerca di far dialogare le parti contrapposte, all’insegna dell’«avete ragione tutti e due ma insomma discutiamone, ci sarà pure un punto d’incontro». I più trovano ammirevole una simile inclinazione, che tuttavia nella pratica non sempre ottiene gli effetti sperati. La volontà di mediare a tutti i costi rivela soltanto la propria irresolutezza, o il fatto che il proprio interesse non coincida con il bene dei due contendenti. A volte la mediazione a oltranza è una forma di negazione della realtà, perché se è vero che il dialogo è sempre possibile, non sempre la possibilità coincide con la volontà. E tra le libertà esiste anche la libertà di rifiutare il dialogo.

Hamas ha rifiutato la tregua con Israele, puntando ad un intervento di terra che faccia salire la conta dei morti civili. Questo è il risultato che cerca. Cifre a tre zeri, martirio, riprovazione internazionale dell'”entità sionista”. Israele è in trappola, perché non può sopportare di essere bersagliata da razzi la cui gittata copre ormai metà del suo territorio. Nessuno di noi lo sopporterebbe. Iron Dome funziona, a quanto pare, al 75%. Troppo poco, per uno Stato che tiene veramente alla vita di ogni suo cittadino. (Di uno Stato che persegue le bestie che hanno bruciato vivo Mohammed Abu Khdeir, e che cura nei propri ospedali i feriti più gravi di Gaza, sempre che Hamas consenta loro di attraversare il confine, e che con le sue centrali fornisce elettricità al nemico). Questa è la differenza fondamentale tra Israele e i suoi nemici, questo spiega ogni scandalosa “sproporzione”.

È davvero tragico il destino del milione e mezzo di abitanti della Striscia, cittadini di una piccola repubblica islamafiosa, ostaggi e scudi umani di alcune migliaia di assassini guidati da una manciata di scaltri capibastone. È triste, se non altrettanto tragico, il destino dei Palestinesi che stanno a poche decine di chilometri più a oriente. Ho il sospetto che l’autodeterminazione politica sia come un treno che passa molto di rado, occorre stare attenti a non perderlo. Troppe occasioni mancate, troppi accordi rifiutati, in anni in cui la pace sembrava possibile. Anch’io ho creduto a lungo che l’occupazione della “Cisgiordania” (o “West Bank” o “Samaria e Giudea”) fosse ingiusta e controproducente. Mi chiedo se sia ancora così, quando siamo vicini al collasso delle maggiori entità statali della regione e la scelta non è tra «licenziare o no gli statali improduttivi?» ma tra autocrazie sanguinarie e regimi islamisti altrettanto sanguinari. Israele potrebbe permettersi di essere accerchiato per l’ennesima volta? In tutto questo caos, forse i Curdi, per i quali faccio il tifo da sempre, avranno finalmente un loro stato indipendente. Forse l’unica buona notizia che arrivi da quelle latitudini, e forse l’unica possibilità di tornare a un minimo di stabilità in quel carnaio che è il Medio Oriente.

Nel conflitto della chiacchiera, che rimane cosa distinta dal tragico conflitto in atto, la mia posizione è stata sempre quella del “filoisraeliano di sinistra”, che tenta di spiegare alla sinistra filopalestinese le ragioni di Israele criticando allo stesso tempo l’occupazione della West Bank e i falchi della destra israeliana e certi pelosi «amici» di quella italiana. Ho creduto a lungo che la cosa più importante fosse far ragionare “la mia parte politica”, in un tentativo un po’ patetico di tenere assieme tutto, senza nemmeno capire bene cosa fosse questo “tutto”, e quali fossero i confini della “mia parte politica”. Purtroppo non si può tenere assieme tutto, occorre scegliere, ad un certo punto. È anche una certa stanchezza a farti scegliere. Tanto, su certe questioni, nella vita si sarà sempre soli. Con chi neghi legittimità allo Stato di Israele e con chi usi “sionista” come insulto ho smesso di parlare tanti anni fa. Gli storici del pensiero cerchino pure di capire se e quando questo tenace pregiudizio contro il sionismo nasconda un sentimento antisemita. Io mi limito a ricordare che l’antisemitismo non è soltanto vagoni piombati: credere che tutti i popoli possano autodeterminarsi tranne gli Ebrei non è antisemitismo?  (Non rileva che esistano ebrei antisionisti, perché «ci son più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia»). Molto semplicemente, cancellata ogni utopia operaia, alla “sinistra” radicale rimangono poche situazioni alle quali riferirsi per definire la propria identità. La più durevole tra queste è senza dubbio la Palestina, simbolo idealizzato di ogni possibile Terzo Mondo in lotta – la kefiah come oggetto transizionale, una copertina di Linus da tenere stretta a sé. Dove stia il bene dei Palestinesi è del tutto secondario, l’importante è che continuino la loro lotta, così galvanizzante per tanti ragazzotti in parka e kefiah. E che la destra radicale stia, da sempre, sulle stesse posizioni non complica il quadro, dal momento che la deriva rossobruna è ormai ad uno stadio avanzatissimo, gli estremi si toccano e si fondono, si direbbe quasi armoniosamente.

Ma non volevo soffermarmi troppo sulla feccia minoritaria. Pensavo piuttosto ai tanti benintenzionati, scevri da pregiudizi, «amanti della pace», fautori del dialogo a dispetto della volontà dei protagonisti, come descritto sopra. In questi giorni costoro, in totale buona fede, amano richiamarsi alla «tradizionale politica di mediazione» dell’Italia in ambito internazionale. Pensano che ci si possa rendere utili nella crisi tra Israele e Hamas. Io me lo auguro davvero, ma tenderei a ben altro disincanto. La verità è che, supercazzole a parte, in Renzi non si vede il barlume di un’idea di politica estera. Per motivi più che ovvi, il Sindaco d’Italia l’ha demandata al Pentapartito 2.0 che sostiene il governo. Alla povera Federica Mogherini, cresciuta alla scuola dell'”equidistanza” dalemiana, è affidato il compito di proseguire la nostra pluridecennale “politica mediterranea”, che ha radici lontane e motivazioni molto concrete: siamo una piccola nazione senza grandi risorse energetiche, la linea del MAE è la linea di ENI. Questo è il livello delle condizioni materiali, ma gli amanti della pace, poco avvezzi alla Realpolitik, non hanno certo in mente il petrolio o il gas naturale, quanto le vittime civili. Morti freschi, nel caso di Gaza, più freschi di quelli della guerra civile in Siria, o in Ucraina, rispetto alle quali, chissà, forse l’amore per il dialogo e la mediazione sono diventati troppo faticosi anche per i benintenzionati amanti della pace. Non saprei che dire a costoro, per cui mi limiterò a citare Guido Ceronetti

Racconta Esopo nelle sue favole (è di duemilacinquecento anni fa) che i lupi, esasperati dai cani che facevano la guardia alle pecore (e chissà con quali molesti latrati, e addirittura morsicandoli se si avvicinavano) fecero sapere alle pecore che le loro relazioni reciproche sarebbero diventate di sogno, se avessero tolto di mezzo quei maledetti cani, consegnandoli a loro. Le pecore – stufe di quella noiosa sorveglianza e desiderose di vivere in pace con i lupi – si sbarazzano dei cani. E i lupi non perdono tempo: ipso facto le sbranano tutte. Un povero gregge afìlakton (senza guardiani) finisce così, perché non c’è il Messia là fuori, su questa terra troia. Ricordo bene, con affetto, quel moderno San Francesco hegeliano di Aldo Capitini, oggi veneratissimo dai pacifisti. Nel suo rigore senza base Capitini, nel 1967, sosteneva che Israele avrebbe dovuto lasciare entrare gli eserciti arabi che premevano da tutti i lati, e in seguito battere gli occupanti con la non-collaborazione e la non-violenza. Poteva essere una soluzione del problema: non so quanti sarebbero rimasti vivi, in terra di Davide, senza la benda nera, poco capitiniana, di Moshè Dayan. È vero che dopo cominciarono guai e dolori senza fine – da far vacillare il mondo – ma come incolpare qualcuno del fatto crudelmente, spietatamente indiscutibile che la storia è tragica, e tragico, condannato alla pena, il destino umano? Fidarsi dei lupi, rinunciando ai minacciosi pit bull di guardia? Gli altoparlanti delle piazze, su questo tipo di scelta, tacciono.

(La Lanterna Rossa, «La Stampa», 15 febbraio 2003)

Contrassegnato da tag , , , , , , , ,

È arrivata la bufera

Certamente una bufera attesa, e comunque sorprendente per la sua violenza. Non occorrevano particolari doti di preveggenza per sapere che, dopo gli arresti di Baita e Mazzacurati, l’inchiesta sui lavori del MOSE avrebbe presto o tardi toccato il livello politico. Anche sui nomi non era necessario sforzare troppo l’immaginazione: il coinvolgimento di Giancarlo Galan era atteso da almeno sei mesi. Non sto emettendo sentenze, attenzione, rilevo solo la meccanica elementare di qualunque sistema di corruzione: se una mano dà, un’altra mano riceve e da qualche parte questi soldi “volanti” saranno pur andati a finire. Ministeri ed enti locali sono i luoghi in cui i magistrati hanno il dovere di cercare i responsabili. Per questo, per quanto grave (e assai infrequente), nemmeno l’arresto di un sindaco in carica può stupire.

In questo momento sono tre le piccole notazioni che mi preme fare su questa vicenda.

La prima è relativa al solito ridicolo scontro «giustizialisti vs garantisti». Sono convinto che la Giustizia italiana sia malata e necessiti di una riforma, non amo l’idea di carcere e detesto chi crede di ottenere qualche rivalsa politica o sociale per via giudiziaria. Però siccome ad indignarsi per la malagiustizia, sempre e soltanto quando sono i membri dell’élite a finire in manette, ci sono già tutti i grandi opinion maker terzisti, ho deciso che non c’è alcun bisogno del mio contributo. Spiace che l’élite palazzinara convenuta ai vernissage della Biennale di architettura sia stata turbata dagli arresti eccellenti. Sono certo tuttavia che sapranno riprendersi rapidamente. Chi, come la Signora Alberta Marzotto, va sostenendo che la «giustizia a orologeria» starebbe causando un danno d’immagine al Paese farebbe forse meglio a tacere. Dovrebbero forse tacere anche certi miei compagni di partito, scattati come dei misirizzi garantisti in difesa di Orsoni . Qualcun altro ha tirato in ballo il povero Enzo Tortora, che mi auguro venga di notte a tirare i piedi a tutti quelli che ne strumentalizzano il nome.

La seconda notazione riguarda il mio sindaco, Giorgio Orsoni – accusato di aver ricevuto finanziamenti illeciti durante la sua campagna elettorale. A naso, se devo dirla tutta, trovo la cosa improbabile, ma ritengo altrettanto improbabile che in una piccola città chiacchierona in cui gli affari si decidono davanti a un fritto misto e una bottiglia di prosecco millesimato, un rappresentante del professionismo cittadino così ben introdotto, una volta eletto, sia diventato improvvisamente cieco. Massimo Cacciari, predecessore di Orsoni, in queste ore sostiene come sia il sistema degli appalti pubblici sulle grandi opere «in regime d’emergenza» – cioè, in Italia, sempre – a rendere impossibile per un amministratore il controllo di eventuali illeciti. Una tesi che non mi convince del tutto. Detto per inciso, questo arresto non influisce minimamente sul giudizio politico che ho già formulato da tempo. Nel 2010 ho votato Giorgio Orsoni controvoglia, spinto dallo spauracchio di Renato Brunetta sindaco. Oggi non lo rivoterei perché ritengo quella di Orsoni un’amministrazione deludente da ogni punto di vista, fatta di assenza di visione, di scarsa trasparenza, di grande ambiguità politica del Sindaco in persona, che si è sempre potuto permettere di intestare a sé stesso i (pochi) meriti di questi quattro anni e di incolpare di tutte le magagne il PD, le giunte precedenti e – come tutti i sindaci dello Stivale – il patto di stabilità. Occorre aggiungere che questo atteggiamento è stato reso possibile proprio dalla deliberata assenza del PD – primo partito in città – in quanto attore politico. L’amara verità è che l’idea, così di moda negli ultimi vent’anni, secondo cui la politica avrebbe dovuto ritrarsi per far spazio alla cosiddetta «società civile», ha solo lasciato le città in pasto ai vari gruppi di interesse, ritenuti in grado di autogestire le proprie attività senza alcuna mediazione. Si è creduto che il declino della città potesse essere arrestato lasciando fare i vari amici e amici degli amici (Pierre Cardin, per intenderci, non faceva parte degli amici). Grave errore, anche quando commesso in buona fede, se la qualità dei soggetti in questione non è troppo alta. Mi pare siano in molti, nel PD, sia tra gli iscritti che tra i dirigenti, a pensarla come me. Qualche settimana fa avevo detto chiaramente al mio segretario che mi sarebbe risultato impossibile rinnovare l’iscrizione se il partito avesse deciso di ricandidare ancora Orsoni – magari senza primarie, perché l’avvocato le rifiuta, ritenendo che il sottoporre il suo nome a una consultazione (come nel 2009) equivalga a un giudizio negativo sul suo operato. Comunque Orsoni esca dalla vicenda, il problema non si pone più.

Ultimo punto: il riflesso condizionato di tutta quell’area che per comodità chiamerei “decrescista”, che in questi giorni di scandali, tra Expo e MOSE, gongola. Per intenderci, mi riferisco a tutti quelli per cui il cemento armato è uno strumento del demonio, le gallerie ferroviarie sono stupri della Madre Terra, ecc. Naturalmente non ho alcuna intenzione di fare una difesa d’ufficio del MOSE. Da anni mi sono fatto l’idea che sia un’opera inutilmente impattante e assurdamente costosa, ma ora che i lavori si avvicinano ormai alla fase conclusiva occorre solo sperare che queste accidenti di paratie funzionino, anche perché il pensiero di aver buttato – letteralmente – a mare quasi cinque miliardi di euro per nulla sarebbe davvero difficile da sopportare. Vorrei però tentare di rispondere alla critica generica contro le grandi opere. Non affronto qui il problema del discorso contro la Modernità che sta alla base di questa critica, perché non è affrontabile razionalmente. Più prosaicamente, dire che «dove ci sono grandi opere, c’è mafia e corruzione» è una magnifica scoperta dell’acqua calda. I lavori per la metropolitana milanese nel corso degli anni ’80 hanno rappresentato un enorme serbatoio di corruzione politica. Grazie a quei lavori, però, Milano possiede – unica città d’Italia – un trasporto pubblico degno di una grande città europea. Qual è il problema, la metropolitana o la classe dirigente corrotta? Sarà per colpa delle grandi opere se siamo la più corrotta delle democrazie occidentali, o non sarà forse per via di una certa mentalità familistico-mafiosa, quella del «fatti li cazzi tuoi»? Credo che persino un cercopiteco saprebbe rispondere sensatamente. Che facciamo, rinunciamo per sempre ai grandi progetti perché non siamo capaci di condurre seriamente una gara d’appalto, tenendo fuori gli ‘ndranghetisti, o perché i partiti non riescono a tener fuori i ladri? Credete davvero che se vincessero gli ideologi della decrescita, non troveremmo poi nessuno a chiederci il pizzo sulla casa di paglia?

Contrassegnato da tag , , , , , ,

Che cosa ho capito di queste elezioni europee

Mi ero quasi deciso a dividere il commento elettorale in diversi post tematici – uno puramente tecnico, dedicato all’analisi comparata dei dati, uno sugli effetti politici del voto in Europa, uno su quelli del voto domestico, etc. Il fatto è che vorrei tentare di “depoliticizzare” progressivamente questo blog, o meglio di riservare alla politica uno spazio circoscritto, accanto ad altri temi che mi stanno a cuore (a titolo di esempio: il tramonto del cinema su pellicola, qualche dilettantesca recensione di libri dimenticati, le curiosità raccolte da un pigro flâneur di cui a voi sicuramente non frega un ciufolo). Insomma, ho concentrato tutto qui è il pezzo è venuto un po’ lungo…

La prima cosa che mi sento di poter dire è: missione compiuta. Il mio principale obiettivo rispetto a queste elezioni coincide con l’arresto dell’avanzata grillina e degli euroscettici su cifre comunque preoccupanti, ma gestibili. Il dato di per sé non è confortante, se pensiamo che, tra M5S, Lega e FLI, il 40% degli elettori attivi (i quali, per il voto europeo, rappresentano il 58% degli aventi diritto) è in qualche modo ostile all’idea di integrazione europea, e tuttavia i quattro punti persi dal buffone di S.Ilario ci rassicurano sul clima sociale del Paese. Italiani, ancora non avete sbroccato, e questo è un bene. In secondo luogo, il risultato straordinario del Partito Democratico non può che rendermi felice. Si tratta in questo caso di una vittoria storica. In Italia nessun partito di sinistra (e soltanto la DC degli anni ’50) ha superato il 40% dei consensi. L’effetto Renzi è evidente, e se leggiamo il risultato tenendo a mente che si tratta di un voto per il Parlamento Europeo, – mai davvero considerato importante dall’elettorato, e meno che mai nel clima euroscettico della grande crisi che stiamo vivendo – capiremo la portata di quest’effetto che davvero pochi, anche tra i più ottimisti, avrebbero previsto. Chiunque dovrà ammettere che questa campagna il Partito Democratico se l’è giocata davvero bene, dal punto di vista della comunicazione. Gli 80 euro sono certamente serviti, ma è stata soprattutto l’impressione di un movimento reale, possibile grazie al governo Renzi, a convincere gli elettori (su questa impressione tornerò poi, alla fine del post). Last, but not least, questa è l’elezione in cui si sancisce la fine del berlusconismo. La promessa di un bonus-crocchette-per-cani non è bastata, il carisma dell’ex-cavaliere è ormai esaurito. Berlusconi è finito in quanto agente coagulante del consenso moderato, diviso nelle sue varie componenti, diviso tra la (lunga e difficile) ricerca di una forma e di qualche leader sostitutivo, per via dinastica o meno.

Da elettore di sinistra non canterei tuttavia vittoria troppo presto, soprattutto dopo aver dato un’occhiata – attenzione, arrivano i dati “hard”, che vi pregherei di controllare ed eventualmente correggere – alle percentuali, raffrontate alle serie storiche del voto di questi ultimi vent’anni. Berlusconi crolla al 16%, è vero, ma è altrettanto vero che il Centrodestra nel suo complesso (FI+NCD+FLI+LN), rispetto alle Politiche del 2013, tiene e anzi guadagna un paio di punti (dal 29 al 31%). Il che, tenendo a mente da dove viene il grosso degli elettori grillini, mi fa dire che la Destra, pur frammentata, nel Paese è ancora e sempre prevalente. La coalizione berlusconiana del 1996 arrivava al 52%, che è poi il totale deila somma M5S residuo+Destra attuale. (Naturalmente le mie sono considerazioni spannometriche, che non tengono conto della composizione dell’area degli astensionisti rispetto ai vari partiti. Correzioni e suggerimenti, in particolare da chi queste cose le studia di mestiere, sono benvenuti). Sono abbastanza convinto che metà dei 4,5 punti persi da Grillo siano tornati da dov’erano venuti, è cioè la Lega Nord, la quale, con la svolta noEuro di Salvini, guadagna il 2%. Altri elettori grillini provenienti dal centrosinistra, credo in misura non superiore al 2%, potranno essere tornati al Centrosinistra renziano. Ma se guardiamo alla somma del “Centrosinistra allargato” (cioè, com’era originariamente, includendo la c.d. Sinistra radicale, allora Rifondazione, oggi la lista Tsipras), siamo sugli stessi numeri del 1996: 43-44%. A questo proposito, nonostante gli tsiprassiti siano riusciti  (in virtù di un richiamo analogo all’effetto-Renzi) a superare lo sbarramento, la tendenza generale vede i soggetti a sinistra del PD condannati al destino di tutti i “partiti d’opinione”, e cioè a percentuali irrisorie o alla scomparsa definitiva. (Un messaggio per Nichi: «Nichi, questo PD aspetta a te!». E chi si vorrà sciogliere, si scioglierà…) Sempre parlando di partiti di opinione, la batosta di Scelta Europea era prevedibile e prevista da tutti, tranne che dai diretti interessati. Permettetemi un paradosso: i liberali italiani sono minoritari perché non hanno letto Marx (ma almeno Boldrin dovrebbe averlo letto, visto il suo passato di militante nel PCI). Cioè a dire, in un paese paleocapitalista, corporativo, clientelare e retto dai sussidi come il nostro, chi parli di libero mercato con l’aggressività di FARE non va granché lontano. Ai più ragionevoli consiglierei di riunirsi ai numerosi liberali del PD, che del resto può contenere parecchie loro istanze.

Sbrigate le faccende minori, veniamo agli aspetti davvero problematici di questo voto che, nonostante la sua consapevole e scientifica riduzione a (precoce) “elezione di midterm” del governo Renzi, rimane un voto europeo. Non un voto qualunque, ma un voto pro o contro l’integrazione europea. Il sorriso per la vittoria del PD risulta un po’ smorzato dalle brutte notizie che ci arrivano dal resto dell’Unione. Il Front National è primo partito in Francia, con quasi il doppio dei voti dei Socialisti, l’UKIP di Farage, lo xenofobo, arriva al 29% in UK, superando sia i Tories che il Labour. In Austria il FPÖ raddoppia il numero di seggi al Parlamento Europeo e, per la prima volta, i neonazisti tedeschi dell’NPD avranno un loro parlamentare, che farà compagnia ai due eletti di Alba Dorata. Tutto questo a pochi giorni dall’attentato antisemita del museo ebraico di Bruxelles. Alla luce di tutto questo, dovremmo fermarci a riflettere su cosa sia stata l’Europa prima del Manifesto di Ventotene, dovremmo ricordare che ieri, come ha scritto Michele Ainis, noi abbiamo votato su Auschwitz ,«Perché l’Europa è nata lì, da quell’orrore senza precedenti. È nata per bandire il genocidio, e siccome il genocidio aveva celebrato la massima potenza dello Stato, l’idea europea coltivò fin dall’inizio il genocidio degli Stati».

A balzare agli occhi è ovviamente l’estrema destra, ma in generale sono i conservatori del PPE, CDU della Merkel in testa, a vincere questa tornata.

Chi, a sinistra dentro e fuori il PD, parlava di rinegoziare il debito dei paesi del sud dovrà ben riflettere sulla situazione reale e capire che l’euroscetticismo è una forza bifronte, e cioè che l’Europa rischia di essere strappata da due parti, da due populismi affini ma distinti: a Nord il populismo indica i PIIGS (noi terroni, insomma) come una zavorra che, a causa dell’Unione, rischia di tirare a fondo i paesi “virtuosi”  A Sud, un analogo populismo, trasversale da destra a sinistra, incolpa di tutti i suoi guai “l’Europa delle banche” e il rigore imposto dalla Germania. Il problema centrale rimane sempre quello del debito, e di come conciliare la tenuta del sistema creditizio con la ripresa economica del continente. Non ho né strumenti sufficienti né certezze per poter dire cosa sia meglio. Penso però che troppa gente sia troppo convinta di troppe cose. L’unica cosa di cui sono sicuro è che i conservatori avranno la presidenza della Commissione Europea e per i prossimi anni la Sinistra dovrà governare l’Europa con loro, responsabilmente.

Non posso terminare il post senza parlare del governo Renzi e del mio partito. Sono convinto che, più che guardare a questo incredibile risultato come a un capitale da spendere – o peggio a degli allori su cui ronfare – si debba prenderlo come un messaggio sul quale riflettere. Il voto mostra come la forma definitiva del Partito Democratico si stia finalmente precisando. Si è capito che la Sinistra in questo paese può (con)vincere solo se diventa inclusiva, se è capace di parlare a tutti, anche a chi non fa parte dei suoi tradizionali soggetti sociali di riferimento. Il che non significa semplicisticamente “prendere i voti a destra”, né abbandonare i soggetti deboli. È “forte” una giovane “finta partita IVA” che nessun sindacato difende? La società è cambiata e sono cambiati gli elettori. Dai partiti popolari di alcuni decenni fa stiamo arrivando a grandi contenitori la cui linea dettagliata si gioca attorno a un leader e si decide attraverso delle primarie. Ma di questo si è parlato fino alla nausea negli ultimi due anni, non mi vorrei ripetere. Per qualcuno, l’ubriacatura da consenso porterebbe al rischio di una “democristianizzazione” del PD e/o della sua trasformazione in partito-Stato. Porterebbe, se ci trovassimo nel 1984, e non nel 2014. La gestione distributiva del potere compiuta della DC oggi è impossibile: non ci sono più torte da spartire, siamo ancora nel pieno di una crisi della quale non si vede la fine, e anche un grande exploit elettorale può essere bruciato nel giro di poche settimane, se alle parole non seguono i fatti. Sbagliano di grosso i dirigenti renziani a considerare la vittoria come la legittimazione popolare che mancava al governo. Quella legittimazione ancora non c’è, e non ci sarà fino alle prossime elezioni politiche. C’è invece la tremenda responsabilità di rappresentare la Sinistra di tutto il continente, di partecipare a quelle larghe intese di cui ho scritto sopra con un’idea forte e un realismo altrettanto forte. È evidente che i sindaci renziani eletti a Bruxelles da soli non ce la potrebbero mai fare. Ci sarà bisogno di tutte le componenti del partito, dai keynesiani ai liberisti, ci sarà bisogno di un dibattito serio, la cui forma non potrà essere quella dell’hashtag. Facciamolo.

#ildibattitosì

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , , , ,

Non-appello elettorale

Cercate di alzare un po’ lo sguardo oltre le beghe della nostra Italietta. Ho già scritto di quanto sia deluso da Renzi, che tuttavia rimane il meno peggio possibile, allo stato attuale, così come lo sono stati Letta e prima ancora Monti. Il punto è che quello di domenica prossima non sarà principalmente un voto pro o contro Renzi. Sarà un voto pro o contro l’Europa, più che in tutte le altre elezioni europee precedenti. Se già non vi fosse chiaro, sarebbe difficile convincervi di quanto l’integrazione Europea sia un bene, già ora (sebbene l’obiettivo ideale siano gli Stati Uniti d’Europa) e di quanto mettere in discussione la moneta unica vorrebbe dire tornare indietro, dichiarando il proprio disinteresse. Tutto è perfettibile, a partire da quest’Unione, ma la tiritera sul fatto per cui realizzare un’unione monetaria prima di quella politica sarebbe stato un errore è diventata inascoltabile. È invece esattamente così che si compiono le integrazioni politiche: si parte dai trattati di pace, si passa agli accordi commerciali, si arriva a una moneta unica e poi, se tutto va bene, ci si federa.  In politica occorre a volte distinguere tra scelte “di linea” e scelte “di campo”. Se continuo a nutrire seri dubbi sul governo della “staffetta”, voterò PD perché, da iscritto, nonostante tutto, continuo a credere al progetto politico del partito, che va ben al di là di Renzi. Ma la scelta di campo va ben al di là del PD stesso. In queste elezioni Europee la scelta che faccio è per il campo della Ragione o, più modestamente, della ragionevolezza. Allo stesso campo dei ragionevoli a mio avviso appartengono i liberali dell’ALDE. Ai confini di quel campo, se state più a destra di me potreste anche scegliere il PPE, se state più a sinistra, potreste scegliere Tsipras, se siete ambientalisti potreste scegliere i Verdi, ma sappiate (lo sapete, vero?) che qui in Italia questi ultimi tre raggruppamenti offrono qualcosa di assai più scadente rispetto ai loro corrispettivi europei. A tutti gli altri, a coloro i quali hanno scelto di dare il loro voto all’impresa commerciale mediatico-politica Grillo & Casaleggio o alla micro-destra noEuro del duo Meloni-Crosetto e del leghista Salvini, davvero non saprei che dire. Un giorno, io lo so, i migliori di voi sapranno guardarsi allo specchio e dire: «DIO, CHE STUPIDO SONO STATO!».

Contrassegnato da tag , , , , , , ,

Positio super virtutibus

File photo of Pope John Paul II and former Chilean dictator Augusto Pinochet in Chile

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

«Al Generale Augusto Pinochet Ugarte, alla sua distinta sposa, Signora Lucia Hiriarde Pinochet, in occasione delle loro nozze d’ oro matrimoniali e come pegno di abbondanti grazie divine, con grande piacere impartisco, così come ai loro figli e nipoti, una benedizione apostolica speciale».

(Giovanni Paolo II, 1987)

Contrassegnato da tag , , , , ,

Tutti pazzi per Tsipras

Io non so davvero perché la Lista Anticapitalista del 2009 – sottoposta a un superficiale rebranding legato alla questione del debito greco – rappresenti le speranze di una parte del ceto medio riflessivo de sinistra. Continuo a non spiegarmi gli entusiasmi di tanti intellettuali titolati per la figura dello stesso Alexis Tsipras, presentato incredibilmente come innovatore. Può darsi in effetti che nel piccolo arcipelago nato dalle quattordici scissioni vissute da Rifondazione Comunista in vent’anni di esistenza si guardi al risultato di Syriza (vicino al 20%) come ad un segno di prossima rinascita dei vari eredi della Terza e Quarta Internazionale. Sarà allora utile ricordare come il successo del partitino di Tsipras dipenda unicamente dal disastro greco. Ai compagni neocomunisti sento di poter dire che, nonostante la nostra smania autodistruttiva, ci risulterà difficile replicare le condizioni attuali della «culla della democrazia».

Venendo al programma della lista, la novità sostanziale rispetto al 2009 consiste nell’aver in gran parte depurato il lessico dalle formule del sinistrese, dagli elementi tipici del gergo marxisteggiante. Il risultato è una prosa trattenuta e a tratti esangue, priva di riferimenti diretti al marxismo o alla socialdemocrazia (che comunque, da tradizione commie, rimane nemica), una prosa i cui unici picchi retorici risultano così sovrapponibili a quelli del fronte no-euro e della destra radicale:

«Gli stati nazionali perdono di sovranità a favore di organismi del tutto impermeabili alla volontà popolare, perché non elettivi. Questa costruzione ha portato al comando un’oligarchia tecnocratica il cui disegno politico è sostenere il potere delle multinazionali, delle banche, delle classi e dei ceti più ricchi rovesciando l’austerità addosso alle popolazioni europee».

Marx non viene mai nominato, Gramsci viene citato una sola volta a proposito del superamento dello stato-nazione. Certo, l’obiettivo di massima degli tsiprassiti rimarrebbe «Non solo […] uscire dalla crisi, ma anche dal capitalismo in crisi», tuttavia l’ispiratore principale del documento rimane senza dubbio Keynes (citato con soddisfazione a proposito dell’ “eutanasia dei rentiers“). In buona sostanza, quello degli tsiprassiti è un programma superkeynesiano che, oltre alla rinegoziazione e mutualizzazione del debito e alla riforma della BCE come prestatore di ultima istanza, prevede «che il settore pubblico conquisti sempre maggiore peso nell’economia reale», sebbene «non necessariamente e non tanto inglobando i settori privati, quanto innovando terreni e modalità di sviluppo economico e produttivo». Un esempio, uno solo, sarebbe gradito per chiarire quest’ultimo passaggio, che mi rimane piuttosto oscuro. Oscure sono del resto le motivazioni che dovrebbero spingere i paesi UE dalle economie meno malandate a partecipare ad un «nuovo piano Marshall» (l’unica invenzione yankee che gli tsiprassiti – naturaliter antiamericani – riescono probabilmente a tollerare). Se finora l’Unione provvede a rabboccare un secchio bucato, pretendendo – in modi che si possono e si debbono discutere – di tappare il buco, gli tsiprassiti vorrebbero l’acquisto di tanti altri secchi bucati. Tutto questo in nome della solidarietà tra i popoli, evidentemente, con la promessa di «una ferrea intransigenza nei confronti della corruzione e della malagestione». Non credo sia sufficiente, purtroppo.

Ho citato il ceto medio riflessivo perché, com’è noto, il voto operaio residuo, e in generale quello dei ceti popolari, da tempo si riversano altrove. Nei momenti di crisi sistemica, la radicalità della massa si esprime a destra: oggi si esprime nel vasto fronte eurofobo che va dalla destra neonazista al« fascismo inconsapevole» di Grillo, passando per la Lega.  Lo tsiprassita più entusiasta appartiene invece in genere alla piccola borghesia intellettuale di sinistra, nelle sue fasce più giovani precarizzata e in via di declassamento. È preoccupato ma soprattutto confuso. Non possiede strumenti per capire la realtà economica, si limita a individuare i nemici (le banche, la troika, la “finanza speculativa”, etc.) non i rapporti, i “colpevoli”, non le dinamiche. Considerando che lo tsiprassita medio proviene anche solo lontanamente dalla galassia marxista, questa tragica mancanza di strumenti critici risulta sorprendente. Ne deriva una debolezza argomentativa che appare evidente: la critica radicale a “questa” Europa, ma senza uscire dall’Euro, l’incredibile riscoperta della sovranità nazionale e dell’«Europa dei popoli», ma naturalmente combattendo ogni forma di xenofobia, la necessità di «una politica estera non bisognosa delle stampelle statunitensi», senza però mai parlare di una difesa comune e degli investimenti necessari. E naturalmente «l’avvio di politiche economiche che puntino allo sviluppo di settori produttivi qualitativamente innovativi, dalla difesa dei beni comuni [come potevamo dimenticare i beni comuni?] alla tutela dell’ambiente». Sarà per la migrazione del voto operaio, sarà per le culture dei ceti rappresentati, sta di fatto che certa sinistra è ormai incapace di formulare un qualunque pensiero sensato sul mondo della produzione materiale.

A quel ceto intellettuale che vede i propri figli esclusi da un mercato del lavoro culturale giunto ormai a saturazione sfugge il punto chiave: le professioni creative nelle quali i rampolli vorrebbero trovare la loro realizzazione trovano spazio solo in condizioni di espansione, non certo di decrescita. E i grandi programmatori keynesiani avevano a loro disposizione gigantesche leve produttive che si chiamavano acciaio, carbone, petrolio. Non avevano paura dell’industria pesante, delle grandi opere, della ricerca scientifica. Mi sbaglierò, ma per me un keynesiano che sia contro gli OGM, la TAV, il fracking, le antenne dei telefonini e la mozzarella consumata a più di trenta km dal casaro è semplicemente un keynesiano ridicolo. Sia chiaro, non credo che la maggior parte dei sostenitori di Tsipras abbiano in mente per il futuro d’Europa una sorta di distopica federazione di ecovillaggi collegati da una rete di mulattiere. E tuttavia non si capisce cosa abbiano in mente, al di là della trita retorica benecomunista, di alcuni punti assolutamente condivisibili e di qualche idea che fa sorridere. Cito ancora dal programma:

«L’Europa ha una grande risorsa: la dieta mediterranea, già riconosciuta come patrimonio
dell’umanità da parte dell’Unesco, su cui fare leva per garantire un nuovo sviluppo qualitativo
dell’agricoltura»

Un’oliva nello spritz?

Contrassegnato da tag , , , ,

Matteo Frenzy. Opinioni di un bastian contrario

E’ possibile trovarsi dalla stessa parte per motivi opposti, ma è sempre bene segnalare i propri.

Non penso affatto che Renzi sia un «cavallo di Troika» come sostiene il rivoluzionario a partita IVA Luca Casarini. A volte penso anzi che se la Troika BCE-FMI-CE togliesse per davvero la sovranità a questo paese, non potremmo stare peggio di così, figuratevi. Non penso nemmeno che la riforma del Senato possa portare a una «svolta autoritaria» come alcuni noti studiosi di diritto affermano in un loro appello (al quale ha aderito, tra gli altri, anche Beppe Grillo, il più autoritario e antidemocratico dei nostri leader politici). Non condivido quasi nulla con costoro, sappiatelo. Eppure il mio scontento è sempre lì, e non potrebbe essere altrimenti, perché il difetto del governo Renzi sta, per così dire, nel manico, nel suo atto di nascita, nella maggioranza che lo sostiene. E negli atti che quotidianamente ci propina, con o senza l’ausilio di slide esplicative. I parlamentari renziani della prima o dell’ultim’ora liquidano le critiche al governo ricordando il «grande consenso ottenuto alle Primarie di dicembre sulla base di un programma molto chiaro» (Alessia Morani). Peccato che il «programma molto chiaro» escludesse le pastette e le congiure di palazzo, prevedendo invece il passaggio elettorale. Peccato che il «grande consenso» ottenuto grazie anche al mio voto alle primarie non sia una delega in bianco al segretario. In quanto ai piccoli influencer pascolanti tra blog e social network, che ci rassicuravano sulle intenzioni di Renzi, salvo poi rimangiarsi tutto o adottare la tattica dello struzzo, la loro fedeltà è stata giustamente premiata: sono diventati responsabili della comunicazione (Francesco Nicodemo).

Non sono tanto il decisionismo, né uno stile da baraccone che in fondo è quello cui ci eravamo già abituati, è l’operazione complessiva a deludere. Una maggioranza spuria, di natura consociativa, con l’appoggio esterno/interno di B., col quale R. ha raggiunto un compromesso al ribasso, piccole manovre contraddittorie precedute da molta chiacchiera, siparietti comici, montagne che partoriscono topolini. In tutto ciò, l’unica cosa che emerge con forza è una frenesia – finora soprattutto verbale – per cui l’importante per il leader è dare un’impressione di iperattività: fare, fare, fare, ma soprattutto dire, dire, dire. Nell’ordine, i famosi «80 euro in busta» che faranno comodo a tutti quelli che li riceveranno. Sono una sorta di assegno sociale, dal quale peraltro sono esclusi i più poveri, pensato per far ripartire i consumi. Non sono in grado di dire se riuscirà in questo, di sicuro l’intento propagandistico-elettorale, a poche settimane dalle Europee, sembra raggiunto. In quanto alle coperture, addirittura «doppie», attendiamo il DEF, forse pronto a un mese dall’annuncio. «Il superamento del bicameralismo giustifica un’intera carriera politica», ha dichiarato ieri il premier. Davvero ci vuole un bel coraggio ad affermarlo seriamente, se la grande «spinta riformatrice» si traduce in una frettolosa (e irrituale) riforma costituzionale con al centro una ridicola riforma del Senato, fatta al solo scopo di far funzionare una legge elettorale balorda. Ogni parallelo col Bundesrat offende l’intelligenza di chi lo sostiene (mentre si rimette mano al titolo V), i risparmi sono risibili, ma una certa vena populista è soddisfatta. Sì, perché quel tocco «anticasta» che abbiamo consapevolmente scelto in vista delle elezioni ha sedotto molti, in particolare gli analfabeti politici che sarebbero pronti a rinunciare in blocco alla democrazia per un po’ di tasse in meno. Sul fronte lavoro, dello strombazzato jobs act ancora non v’è traccia, e finora siamo semplicemente tornati a una situazione pre-Fornero, peggiorata. Flessibilità senza welfare, cioè ulteriore precarietà, il tutto sperando che il mezzo punto di occupazione in più che eventualmente avremo nei prossimi mesi venga attribuito al decreto. Insomma, sperando ancora una volta che ci caschiamo. I mercati sembrano cascarci, se lo spread è ai minimi (170 punti base) da tre anni a questa parte. «Effetto Renzi», come titola la stampa amica? Non ho gli strumenti per dirlo, ma arrivo a leggere un grafico: mi sembra che l’andamento sia lo stesso da tempo e che la caduta dello spread fosse stata anche più decisa all’insediamento del povero Letta. Eppure Renzi riesce a spiazzare. A sinistra si tace, imbarazzati, sull’aumento della tassazione sulle rendite (parola-feticcio) finanziarie, improvvisato per trovare le risorse destinate al taglio dell’IRAP. Sono tutti certissimi che sia giusto penalizzare chi abbia 10mila euro in obbligazioni favorendo chi ha qualche milione di euro in BOT. A me rimane il dubbio.

Questo è il pacchetto (nel senso di piccolo “pacco”, alla napoletana) preparatoci dal rottamatore. Ma i contenuti sono accessori. Le chiavi per capire Renzi e il suo successo sono infatti la sua capacità proteiforme e la sua vacuità. Qualcuno mi ha suggerito la similitudine con Zelig, l’uomo camaleonte, ma quando Renzi ha sbottato di fronte all’inviato di un noto talk politico, parlando delle resistenze alla riforma del Senato, ho avuto un’illuminazione:

«Se pensano che sia qui per fare la bella statuinase ne trovino un altro»

Va ricordato ancora che alle primarie si votava per il segretario e che Renzi non starebbe dove sta senza l'”aiutino” dei soci della “Ditta”. Personalmente ho votato Renzi credendolo 1) l’unico candidato che un liberalsocialista potesse votare nonché 2) l’unico candidato in grado di battere le destre, Grillo e i vari populismi. Sia noi poveri beoti desiderosi di cambiamento che il gruppo dirigente della vecchia segreteria, che ha consentito e assecondato la staffetta, cioè l’esecuzione politica di Letta, abbiamo in qualche modo visto in Renzi una sorta di golem. Abbiamo tutti pensato – con motivazioni diverse, anche opposte tra loro – che questo golem potesse essere controllato. Non ho votato Renzi per avere quello che vedo oggi. La statua d’argilla animata cammina veloce e non si sa dove stia andando. Forse da nessuna parte.

(Ora mi risponderete che è «meglio andare da nessuna parte che restar fermi»…).

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , ,