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Noi e i Curdi

Donne curde, combattenti per la libertà (da @athkurd)

Donne curde, combattenti per la libertà (da @athkurd)

«A me i Curdi stanno sul cazzo, io studio arabo e turco». Così, testualmente, anni fa, una studentessa di Lingue Orientali rispondeva all’invito del mio amico capetto rifondarolo («Ah, studi lingue orientali? Vieni a trovarci! Sai, ospitiamo diversi compagni curdi»). Qui vorrei fare subito un piccolo inciso: nella mia semi-fallimentare esperienza universitaria, non ho trovato alcuna traccia dell'”orientalismo” descritto da Edward Said. Ciò che ho notato è piuttosto l'”occidentalismo” (nell’accezione usata da Ian Buruma e Avishai Margalit) manifestato dalla quasi totalità degli arabisti ed iranisti in erba oltre che da una parte dei docenti. L’accademia è un ambiente in cui molto – troppo – spesso i conflitti mediorientali e i pregiudizi ad essi sottesi sono riprodotti verbalmente, teatralizzati, messi in scena in tutta comodità davanti ad uno spritz. («No! Studi ebraico? Che delusione!»). Ma questa è un’altra storia. Per tornare all’episodio iniziale, esso avveniva in un periodo in cui il superficiale interesse dell’opinione pubblica italiana per la questione curda era ormai scemato quasi del tutto. Per chi fosse troppo giovane o non ricordasse, la stampa iniziò a parlare dei Curdi a proposito dei massacri compiuti da Saddam nel Kurdistan iracheno, a fine anni ’80 (Qui la testimonianza di una sopravvissuta alla strage di Halabja). Dieci anni dopo, venne il momento di notorietà di Abdullah Öcalan, leader del PKK, partito armato che voleva fare del Kurdistan Turco uno stato indipendente. Ricercato da Turchi e Tedeschi per terrorismo, rifugiatosi a Mosca e da lì portato in Italia dal parlamentare di RC Ramon Mantovani, Öcalan fu protagonista di una vicenda complicata, conclusasi con la sua estradizione verso la Turchia. Oggi il mondo ha scoperto che la questione curda non interessa soltanto la Turchia e il PKK, ma tutti gli stati in cui è compreso il Kurdistan nel suo insieme. Un territorio abitato da trenta milioni di persone diviso tra Siria, Turchia, Iraq e Iran, un popolo che non conosce i veleni della regione – né l’odio verso l’Occidente e Israele né il fondamentalismo religioso – ed anzi sta combattendo anche per conto nostro i tagliagole dello “Stato Islamico”. Proprio in queste ore, Koban, città del Kurdistan siriano [il Rojav, cioè l’Occidente] al confine con la Turchia, è diventata il simbolo della resistenza curda all’IS. Resisteremo casa per casa, si sente dire, e tornano alla mente episodi della storia europea che ogni tanto nominiamo, in modo da sentirci per un attimo “consapevoli” e poi tornare alle nostre faccenduole: Stalingrado, Varsavia, Sarajevo. Se non temessi la retorica, potrei direi che tra Koban, in Siria, e Kirkuk, in Iraq – dove combattono i peshmerga del Partito Democratico del Kurdistan – corre la trincea del mondo libero.

Mondo libero dai totalitarismi, sì, ma non dai rapporti diplomatici e/o dalla dipendenza energetica. A dispetto delle apparenze di «raid aerei» piuttosto inefficaci, né USA né UE hanno finora dimostrato di voler intervenire in modo risolutivo in un conflitto dal fronte troppo complicato. Il Rojav nei mesi scorsi ha cominciato a sperimentare una forma di autogoverno in cui il PKK – che in questi anni ha assai ammorbidito la sua piattaforma politica – rappresenta la forza egemone. Questo non fa ovviamente piacere alla Turchia, che teme una secessione dalla sua parte del confine, e rende inerti gli alleati NATO, che non vorrebbero mai esacerbare le preoccupazioni turche. Ecco quindi che la questione passa quasi totalmente nelle mani dell’astuto Erdoğan, il quale si trova nella posizione in assoluto più confortevole, quella di chi vede due suoi nemici scannarsi tra loro. In realtà non sembra che Curdi e tagliatori di teste islamisti siano nemici allo stesso modo per Erdoğan e il suo governo. Di certo rimane l’ambiguità della risposta all’IS e la lentezza con la quale il Parlamento Turco ha deciso un intervento militare. In quanto alla provincia più ridicola del mondo libero, quella in cui mi trovo, il disinteresse e l’ignoranza sono interrotti soltanto da qualche nostro cinguettio su twitter. Nelle sue dichiarazioni pubbliche, Matteo Renzi afferma che Iraq e Siria oggi «non devono essere una nuova Srebrenica» o che «sono una nuova Srebrenica», in quell’alternanza “quantistica” cui il nostro premier ci sta abituando. Senza saperne granché di strategie militari, credo comunque di poter dire che per evitare una nuova Srebrenica occorrerebbe uno sforzo maggiore da parte nostra. Per ora questi sono i nostri aiuti ai Curdi: CENTO mitragliatrici pesanti Beretta M42/59, CENTO mitragliatrici pesanti Breda-SAFAT (inutilizzate da trent’anni) e 2500 proiettili per arma (cioè cinque minuti di tiro continuo). In aggiunta a ciò, un carico di armi sequestrate vent’anni fa in Ex Jugoslavia (“1000 razzi RPG 7, 1000 razzi RPG 9, 400mila munizioni per mitragliatrici di fabbricazione sovietica”) che dobbiamo solo sperare non esplodano in mano a chi ne farà uso. Possiamo essere fieri di noi stessi, che dite?

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Positio super virtutibus

File photo of Pope John Paul II and former Chilean dictator Augusto Pinochet in Chile

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

«Al Generale Augusto Pinochet Ugarte, alla sua distinta sposa, Signora Lucia Hiriarde Pinochet, in occasione delle loro nozze d’ oro matrimoniali e come pegno di abbondanti grazie divine, con grande piacere impartisco, così come ai loro figli e nipoti, una benedizione apostolica speciale».

(Giovanni Paolo II, 1987)

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«Guardami negli occhi»

gliksberg

Ho speso e spendo parte del mio tempo per ricordare – e, possibilmente, far ricordare – ciò che è stato. Penso sia un dovere e, per quanto mi riguarda, un bisogno personale. Non ho mai creduto però che l’antisemitismo e il razzismo in genere siano in qualche modo causati da un difetto di memoria, e non vorrei mai che la ritualizzazione civile della Memoria si esaurisse, appunto, in puro rito: una piccola catarsi annuale, la liberazione dal Male attraverso attraverso qualche lacrimuccia. No, troppo comodo, troppo ingenuo e direi, soprattutto, troppo pericoloso. La verità, così ovvia, è che il Male rimane nel mondo, e dovremo combatterlo per sempre.

Uscito nel 2005, Look into my eyes, di Naftali Gliksberg, è il documentario sull’antisemitismo contemporaneo più forte, disturbante, problematico e utile che abbia mai visto. L’autore ha una capacità davvero rara di far uscire il nocciolo delle questioni dalla bocca dei soggetti che intervista (o meglio: coi quali, a volte incredibilmente, dialoga). Dalla Polonia alla Germania, passando per Francia e Stati Uniti, dal famigerato Dieudonné ai nazisti della Virginia, fino all’incontro desolante con Horst Mahler, già difensore dei membri della Rote Armee Fraktion e poi neonazista. Consiglio veramente a tutti i miei (pochi) lettori di prendersi i 75′ minuti necessari per vedere il documentario, per guardare ciò che è ripensando a ciò che è stato. Fatelo oggi, Giorno della Memoria, o quando volete voi.

Look into my eyes from Naftaly Gliksberg on Vimeo.

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Comprereste un pensiero usato da quest’uomo?

vattimo

«Lungi da me l’idea di un complotto giudaico-massonico. Credo che lo Stato di Israele sia stato l’inizio della rovina. E comunque ricordiamoci che la Federal Reserve è di proprietà di Rothschild e Rockefeller». (Gianni Vattimo, 2014)

«Non voglio che ci sia uno stato confessionale e razzista come Israele». (Gianni Vattimo, 2013)

«Allora mi dico: non ho mai creduto alla menzogna dei Protocolli degli anziani di Sion. Ora comincio a ricredermi, visto il servilismo dei media». (Gianni Vattimo, 2008)

La prima citazione fa quasi pensare ad un’autoparodia. Ma c’è poco da ridere, a mettere insieme queste ed altre opinioni del più famoso reazionario di sinistra che esista in Italia. Voi forse distinguerete il pensatore dal personaggio politico, i testi filosofici dalle uscite pubbliche, eccetera.

Io no.

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Vauro, Pigi Battista e il mio naso adunco

Oggi si è concluso il processo per diffamazione a carico di Giuseppe Caldarola e Antonio Polito, condannati per aver definito antisemita Vauro Senesi. La cosa risale a quasi cinque anni fa, a partire dalle reazioni ad una vignetta nella quale Vauro ritraeva Fiamma Nirenstein come una sorta di mostro di Frankenstein che porta addosso sia il fascio littorio che la stella di David. Premesso che Vauro mi stava sul cazzo anche quando compravo “il Manifesto” (in particolare quando si occupava di Israele), non mi è mai passato per la testa di dargli dell’antisemita. Stronzo sì, ma non antisemita. Tornando alla vignetta, si può forse negare che colpisca perfettamente nel segno? I fatti sono che una giornalista liberale ed ebrea (ed ex comunista) sceglie di essere candidata assieme ad un dichiarato fascista e antisemita come Giuseppe Ciarrapico. Il Ciarra, quello che «Fini s’è messo la kippà, io nun me la metterò mai!», ricordate? La politica è la politica, tutto quello che volete, ma questa roba qui è proprio un incrocio à la Frankestein. Una cosa grottesca, tragicomica (non tragica, tragica fu la figura di Ettore Ovazza, oggi siamo fortunatamente alla farsa). Eppure a qualcuno quella vignetta è parsa degna della propaganda antisemita. Peppe Caldarola, che pure è persona perbene, aveva attribuito a Vauro un insulto razzista che Vauro non ha mai scritto né detto. Nessuna sorpresa per la condanna per diffamazione, quindi. En passant: nell’ebraismo la diffamazione si chiama Hotza’t shem ra’ (הוצאת שם רע) (il diffondere un cattivo nome, letteralmente) ed è un peccato gravissimo. A Caldarola – e vengo al titolo del post – si era aggiunto Pigi Battista, che aveva fissato la sua attenzione sul naso della “Fiamma Frankenstein” disegnata da Vauro. E’ lo stesso naso adunco che si vede negli articoli de “La difesa della razza”, diceva Battista, fa parte dell’iconografia antisemita. Io onestamente non l’avevo notato. E se la Nirenstein avesse, casualmente, proprio un naso così? Perché la Fiamma quel naso ce l’ha. Che facciamo, Pigi, glielo raddrizziamo con photoshop?

fano12

Anch’io ho un naso così. Il mio naso arriva sempre prima di me. Un naso importante, come si dice, e un po’ adunco. “Il profilo greco di Federico”, ripeteva un mio professore alle medie. Greco o di tante altre provenienze sconosciute, diciamo. Qualche anno fa, al matrimonio di due amici, il padre dello sposo interruppe la conversazione tra me e un altro invitato in questo modo: «Sorry to disturb you…I have a question…are you Jewish?». Era un simpatico signore portoricano, militare in una grossa base USAF del Triveneto. «We’re not, but he’s terrone», volevo rispondere indicando F., di fronte a me. Potenza degli stereotipi: due nasi adunchi, un pizzetto (“tra il rabbinico e lo squadrista”, per citare Cesare Cases), due paia di occhiali e una conversazione gesticolante avevano trasformato me ed un altro invitato in una perfetta coppia di studenti di Yeshivà. Per inciso, il padre dello sposo era benintenzionato. Cercava un confronto. Cresciuto cattolico, diceva di aver scoperto di discendere da qualche antica famiglia di marrani (ma questa è un’altra storia….).

E’ un dato di fatto che l’antisemitismo sia in fase risorgente, in tutta Europa, Italia compresa. Lo stesso linguaggio utilizzato dal giudice nella sentenza di cui sopra è preoccupante, tantopiù perché ad utilizzarlo è un rappresentante dello Stato. Proprio per questo occorre soppesare bene le parole, occorre riflettere prima di lanciare certe accuse. Io stesso credo di avere una certa ipersensibilità sull’argomento, ma non dimentico mai la storiella del ragazzino che gridava troppo spesso “al lupo, al lupo!”. Cari Caldarola, Polito, Battista, voglio sperare che siate tutti animati dalle migliori intenzioni e che certi vostri interventi non abbiano nulla a che fare con le polemiche strumentali, con le meschinerie della nostra politichetta o con la necessità di “uscire”. Pensateci su.

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Altri dubbi: i negazionisti, la legge, la stupidità umana

Giorni di un’intensità disturbante, tra i disastrosi funerali di un nazista centenario e i 70 anni del rastrellamento al Ghetto di Roma. Proprio in queste ore, con la consueta e un po’ ridicola sensibilità a singhiozzo dei nostri legislatori, si ridiscute della necessità di sanzionare per legge il negazionismo.

La prima reazione è quella del libertario quale mi considero, che non tollera il concetto stesso di reato d’opinione. Questo vale anche per le opinioni più ripugnanti (non per le incitazioni alla violenza, naturalmente). Tanto più che in questo caso si parla di carcere, e io sono sempre più convinto che il carcere sia inutile o dannoso (perché criminogeno) per la maggior parte dei reati.

In secondo luogo, c’è la questione dell’effetto culturale. Ogni forma di censura contribuisce alla diffusione clandestina dei pensieri che proibisce, rischiando di alimentare forme di complottismo e facendo passare i negazionisti come vittime dello Stato etico o martiri del libero pensiero, come è accaduto con David Irving. La Rete è naturalmente il perfetto contenitore di tutte quelle bestialità che un tempo passavano solo attraverso le pubblicazioni a stampa. Una situazione di illegalità è poi il contesto ideale per quel genere di negazionismo strisciante mascherato da puro esercizio intellettuale, proprio ciò da cui il cretino prevalente rimane affascinato, e di cui il divulgatore scientifico in chief del gruppo L’Espresso, Piergiorgio Odifreddi (negazionista? probabilmente no. Imbecille? Senz’altro) si è fatto interprete qualche giorno fa:

caro hommequirit,

vedo che anche lei ha sollevato un vespaio, avendo toccato un nervo scoperto della storiografia relativa alla seconda guerra mondiale.

su norinberga [sic], confesso di essere molto vicino alle sue posizioni. il processo è stato un’opera di propaganda. i processati hanno dichiarato, con lapalissiana evidenza, che se la guerra fosse andata diversamente, a essere processati per crimini di guerra sarebbero stati gli alleati, e ovviamente avevano ragione: non a dire che sarebbero stati processati, ma che sarebbe stato corretto e giusto processarli per quei crimini.

sono anche vicino alle sue posizioni quando afferma che l’opinione che la maggior parte delle persone, me compreso ovviamente, si formano su una buona parte dei fatti storici è fondata su opere di fantasia pilotata, dai film di hollywood ai reportages giornalistici. e che la storia sia tutt’altra cosa, e abbia il suo bel da fare a cercare di sfatare i luoghi comuni che sono entrati nel “sapere” collettivo.

[…]

non entro nello specifico delle camere a gas, perché di esse “so” appunto soltanto ciò che mi è stato fornito dal “ministero della propaganda” alleato nel dopoguerra. e non avendo mai fatto ricerche al proposito, e non essendo comunque uno storico, non posso far altro che “uniformarmi” all’opinione comune. ma almeno sono cosciente del fatto che di opinione si tratti, e che le cose possano stare molto diversamente da come mi è stato insegnato, affinché credessi ciò che mi è stato insegnato.

A Odifreddi, cui non mi azzardo a suggerire i maggiori testi di Holocaust Studiessegnalo almeno la documentazione del processo Irving v. Lipstadt, nel quale proprio David Irving citava in giudizio la storica americana Deborah Lipstadt per diffamazione. Irving ha perso quel processo, le sue menzogne sono state demolite, come il pigro Odifreddi, se ne avrà voglia, potrà verificare.

Uno dei punti chiave della difesa della Lipstadt – che, detto per inciso, è contraria all’introduzione del reato d’opinione – sta in una constatazione oggettiva: David Irving non è uno storico. Per questo inviterei tutti quegli storici italiani preoccupati per un possibile attacco alla libertà di ricerca ad andare oltre il riflesso iniziale. Personaggi come Irving o Carlo Mattogno non solo non fanno ricerca storica ma anzi ne contestano il metodo, in violenta polemica con l’accademia. Lo studio della storia non c’entra proprio nulla, Il negazionismo non è storiografia, è propaganda del nazismo e delle varie mutazioni rossobrune ed islamiste (ben riassunte nella squallida figura di Roger Garaudy, per chi se lo ricordi).

In questo senso (ma si tratta di una mia libera e discutibile interpretazione di non-giurista), la propaganda negazionista rientrerebbe nella fattispecie della legge, già esistente, sul divieto di apologia del fascismo. Il fatto è che tale legge risulta praticamente inapplicata, e l’apologia è stata praticata liberissimamente in ogni contesto e in ogni forma possibile a partire dall’introduzione della legge Scelba, tra l’altro anche da parte di personalità e aree politiche che oggi vorrebbero legiferare contro il negazionismo!

Insomma, la faccenda è complicata in linea teorica, ma forse di scarsa rilevanza pratica. Per quanto mi riguarda, è uno di quei casi in cui il principio generale cozza con l’ingombrante particolare, la ragione col sentimento, l’utilità con l’indignazione, la testa con la pancia. Libertario sì, e voltairiano, ma sino a un certo punto. Di sicuro non darei la mia vita perché un nazista possa esprimere la sua opinione, questo no. Se fossi in Parlamento, probabilmente mi asterrei dal votare la legge. Ma, da semplice cittadino, confesso che mi sarebbe difficile firmare eventuali petizioni per eliminarla. Il perché ho tentato di spiegarlo su twitter:

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9 ottobre 1963 – Sulla pelle viva

Due strumenti per capire: il vivido racconto di Marco Paolini («una specie di nodo al fazzoletto») e Sulla pelle vivaprezioso e documentatissimo reportage di una grande giornalista, Tina Merlin.

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I nuovi resistenti

Davvero la madre dei cretini è sempre incinta. Sulla scia dell’imbecillità delle frange più attive dei noTAV, che hanno paragonato le loro sceneggiate sempre più violente alla Resistenza, in altre parti d’Italia tanti continuano a piegare la memoria storica ad uso dei propri personali tiramenti, in un modo così sciocco, così irresponsabile, così vile, che viene davvero voglia di prenderli a ceffoni (non metaforici).

In genere, la teppa del teatrino antagonista in vacanza manifesta soltanto per dimostrare la propria esistenza, per la cosiddetta visibilità politica. Ma le stesse tecniche retoriche possono essere utilizzate per difendere interessi materiali ben definiti. Nell’orribile periodo che stiamo vivendo, il piccolo borghese (di destra o di sinistra) finora sedato dalle cene al ristorante, spinto dalla paura del declassamento, tende a radicalizzare il suo linguaggio, a scoprire (o riscoprire) la bellezza della “battaglia civile”, insomma a cercare un passaggio dalla grappa barricata di fine cena alla barricata in senso stretto. Tutti grillini, anche chi non lo è.

A Bassano del Grappa, ricca e ridente cittadina nota ai più per gli alpini, per il suo ponte sul Brenta, per il monte Grappa e, appunto, per la grappa, è in scena da qualche tempo la protesta guidata da un gruppo di avvocati e dipendenti del locale tribunale, che si battono come un sol uomo contro la chiusura dello stesso e il suo trasferimento a Vicenza. Nel tentativo di risparmiare qualcosa sugli ottocento miliardi della nostra spesa pubblica non si è evidentemente tenuto conto dei diritti della classe avvocatizia e dei suoi culi pesanti, i quali, proprio come i turistantagonisti dislocati in Val di Susa, oggi tirano in ballo i partigiani e la guerra di Liberazione. D’altronde, quale luogo migliore di Bassano, città medaglia d’oro della Resistenza, per dimostrare la propria imbecillità?

E sabato scorso in viale dei Martiri – teatro dell’Eccidio del ’44 – sono apparsi perfino quattro fantocci impiccati: uno vestito con una toga da avvocato, due avvolti nelle bandiere veneta e tricolore, un altro in bianco. Un cartello, in italiano e inglese, accompagnava i manichini: «I giovani impiccati a questi alberi volevano un governo più giusto. Chiudere il tribunale di Bassano significa ucciderli nuovamente». (“Il Gazzettino”, 17 settembre 2013)

(Forza, coglioni).

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Verona, la splendida, e le sue pasque allucinate

Verona, una città che ho sempre colpevolmente trascurato. Durante le mie rare e frettolose visite non avevo mai avuto modo di visitare lo splendido centro storico con le sue piazze eleganti, le antiche chiese e i palazzi gentilizi, Castelvecchio col suo bel museo civico sistemato da Carlo Scarpa e gli scavi scaligeri, esempio di come si possa utilizzare uno spazio archeologico posto sotto il piano stradale come affascinante spazio espositivo (in questi giorni gli scavi ospitano la stupenda retrospettiva di René Burri che sta girando il mondo da alcuni anni). E il monumento a Padre Dante in Piazza dei Signori, e le arche di Cangrande, e di Mastino (fuori dal recinto), i leoni della Serenissima, gli antichi bastioni. E le accoglienti osterie nei vicoli, in cui si mangia la pastisàda de cavàl e nelle quali i turisti convivono ancora coi vecchi del posto, questi ultimi un po’ appartati, impegnati in lunghe partite a briscola davanti a un gòto di Valpolicella. E’ poi normale che al terzo bicchiere uno dei giocatori riveli una voce tenorile ancora potentissima, cantando una qualche aria verdiana e ricordandoci così che Verona è anche la città dell’Arena. Davvero un degno ingresso allo Stivale per chi arrivi dal Nordeuropa attraverso il Brennero, la prima città d’arte italiana che Tedeschi, Olandesi e Danesi incontrino nella loro discesa, spesso sulla via del Gartsee o delle spiagge adriatiche. La raccolta bellezza di Verona ti fa perdonare e presto dimenticare il balcone di Giulietta, comprensibile cedimento al turismo spazzatura. Dimentichi presto anche la grata piazzata ai piedi del balcone, che da qualche tempo raccoglie centinaia di lucchetti  (venduti nel gift shop accanto) , proprio come a Ponte Milvio a Roma, al Ponte dell’Accademia a Venezia o al Pont des Arts a Parigi, accidenti a Federico Moccia.

Compilata la scheda da guida turistica, oltre al nitore degli antichi palazzi e alle prelibatezze da gourmet, rimane tanto da raccontare e non tutto è altrettanto piacevole. Capoluogo lombardo-veneto con un occhio rivolto a Milano, da sempre grande crocevia commerciale, Verona è una città di grandi contraddizioni. A Verona è forte la presenza di migranti bene integrati, ma dagli anni ’80 la città è notoriamente anche una delle più grandi piazze di spaccio del Nord e un luogo ad alta attività criminale (“micro” quanto organizzata, autoctona quanto internazionale). Vi hanno sede tanto i missionari comboniani, la rivista Nigrizia e un museo africano, quanto, all’estremo opposto, le principali organizzazioni del tradizionalismo cattolico, cioè i nostri vandeani e léfèbvriani. Verona, a torto o a ragione, si ricorda come “città di destra“. Qui, nel novembre ’43, si tenne il congresso fondativo della Repubblica Sociale Italiana, e non si può negare che da allora Verona sia diventata una delle capitali della revanche fascista. Esiste certo, in città, una solida tradizione antifascista. Ma, per qualche motivo, sembra un tantino più visibile il fascistume attivo, dal golpismo negli anni ’60 e ’70 al Fronte Veneto Skinhead, Forza Nuova e Casa Pound, passando per ogni tipologia di feccia nazifascista, dalle band nazi-rock agli ultras dell’Hellas Verona. Un mondo che, tra l’altro, in questi anni ha sostenuto il Sindaco Flavio Tosi, astro nascente della tribù leghista, ormai noto a livello nazionale quanto il suo corrispettivo trevisano Gentilini (forse sul punto di dover mollare la caréga).

Naturalmente non avevo questi esempi in testa, avvicinandomi, a braccetto della mia bella, al cuore del centro storico di Verona, piazza Bra, colma di gente per il secondo giorno della Straverona e per quella che, sulle prime, ci è sembrata la solita rievocazione storica da pro loco, concepita per il gitante della domenica con prole al seguito. Una di quelle innocenti messe in scena in cui decine o centinaia di figuranti in costume d’epoca giocano alla messa in scena di battaglie lontane, combattute per motivi oggi dimenticati dai più. Le divise colorate, il rullo dei tamburi, i botti e il fumo delle schioppettate a salve, la merda di cavallo, la gente che fotografa il tutto. In questo caso venivano però rievocate le “pasque veronesi”, un episodio delle cosiddette “insorgenze antifrancesi” del 1797-’99, quando le plebi affezionate a clero e nobiltà si rivoltarono contro l’esercito della Francia rivoluzionaria sceso nella Penisola. Materiale storico che, incredile a dirsi, per qualcuno scotta ancora. Un volantino distribuito durante la manifestazione ricordava al visitatore ignaro chi fossero i buoni e i cattivi. I buoni erano ovviamente le truppe di Venezia e dell’Austria, i cattivi i Francesi, esportatori dei “falsi principi della Rivoluzione francese“. A causa loro, dice il testo, “L’Italia tradizionale e cattolica, pacifica e ricchissima dei suoi antichi Stati a dimensione d’uomo fu  distrutta”. E ancora, sulle insorgenze in generale: “la vera, grande guerra di popolo combattuta in Italia contro le truppe rivoluzionarie francesi di Napoleone”, una guerra che avrebbe fatto, a detta degli autori del volantino, molte più vittime del “cosiddetto risorgimento” o della “cosiddetta resistenza del 1943-45 “. Non mi pare che venga lasciato spazio ad alcun dubbio. Va ricordato come tutto ciò si sia svolto in un’importante città italiana durante la festa della Repubblica, nella piazza centrale e in altri luoghi del centro (tra cui una piazzetta in cui si trova il monumento a Cavour che, come mi ha fatto notare M., se non altro mostrava il culo ai pagliacci catto-reazionari). Al 2 Giugno repubblicano veniva riservato un palchetto in Piazza dei Signori, ancora spoglio all’ora di pranzo (la celebrazione era fissata per le 18:30, evidentemente per evitare tragicomiche sovrapposizioni con la mascherata delle pasque). E, quel che è peggio, la pagliacciata si è svolta con il patrocinio del Comune e della Provincia di Verona e della Regione del Veneto. Già, perché Verona non è un’isola, sta nella mia regione, dove in quanto a tradizioni reazionarie non si scherza.

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Per approfondire ancora la conoscenza del Comitato per la celebrazione delle Pasque Veronesi, cioè dei fanatici cattolici preconciliaristi che si divertono a giocare con schioppi e feluche, occorre visitare il sito traditio.it (il cui link era riportato in calce al volantino). Un concentrato di cultura antimoderna, antirisorgimentale, antisemita, antislamica e omofoba (ho dimenticato qualcosa?). Soltanto un paio di esempi: a Papa Bergoglio questi signori danno dell’ecumenista (orrore!), avendo egli festeggiato assieme ai “giudei attuali, eredi del deicidio”, e definiscono Gandhi “sodomita, razzista, politicastro da quattro soldi”. Lascio a voi il piacere di scoprire le altre perle.

Non vorrei però chiudere su Verona in questo modo. Non sia mai che vi passi la voglia di andarci – sarebbe una sciocchezza, la città è davvero bella, come la maggior parte dei suoi abitanti. Chiudiamo invece così:

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