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Robin Williams 1951-2014

Sarebbe troppo facile ricorrere allo stereotipo del clown triste.

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Ricordare tutto, ricordare bene

Oggi non posso scrivere quello che avrei dovuto (e voluto), per cui vi ripropongo questo post di due anni fa.

flâneurotic

I confini difficili ti parlano della loro Storia anche se non glielo chiedi. Così, quando abitavo a Trieste, aspettando l’autobus in piazza Goldoni, vedevo davanti a me, tutti i giorni, l’insegna della sede dell’Unione degli Istriani. E ricordo il disappunto di un’amica croata di fronte all’uso di chiamare Fiume la sua città, Rijeka. Cioè, Fiume, appunto. « Sono passati tanti anni, basta! », diceva. Obiettavo, senza successo, che mi pareva naturale chiamare un certo luogo col toponimo posseduto storicamente dalla mia lingua, senza per questo avere pretese territoriali su quel luogo. D’altronde, mi sembrerebbe ridicolo dover dire “vado un paio di giorni a London” oppure “Greta è di München”, così come ho trovato fastidioso e un po’ straniante sentire il velista padano, in vacanza nelle meravigliose isole del Quarnaro, insistere sul fatto che lui fosse stato a Krk, non a Veglia. Questo genere di questioni riempie migliaia…

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Una nuova linea editoriale

Al di là delle mie intenzioni, la cronaca politica italiota è di fatto il tema principale delle mie ruminazioni su questo blog. Quando scrivo politica, intendo polemica, ovviamente. Ho deciso di limitare un po’ questa deplorevole tendenza, che comincia a darmi la nausea. Voglio dare più spazio ai miei consumi di cinema, musica, libri, fotografia. Alle arti e all’industria culturale. Alla Cultura (“Il nostro petrolio”? Guardate che il petrolio puzza, eh).

Da domani, quindi, almeno sino a dopo le elezioni, basta politica. Oggi però vorrei chiudere con un paio di considerazioni, e prometto di essere breve!

Ho già scritto che voterò disciplinato PD, per quanto trovi il programma di Bersani piuttosto deludente. E’ un programma che non è fatto per cambiare l’Italia, e va bene così, perché da queste elezioni non uscirà un governo in grado di cambiare alcunché. Voto PD perché se dovesse vincere ancora Berlusconi mi vedrei costretto ad emigrare, e non ne ho voglia (non ho più l’età).

Ciò detto:

mancano diciotto giorni al voto e il principale alleato di coalizione promette in ogni intervista che farà di tutto per impedire al centrosinistra di governare.

Vi pare seria, questa roba qui?

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Estate

E’ un po’ come questo blog, quella macelleria di Castello…

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Edoardo Sanguineti 1930-2010

“Lette accanto a quelle di Pagliarani e di Majorino (o anche di Amelia Rosselli) le poesie di Edoardo Sanguineti fanno subito un’ impressione di disinvoltura e scioltezza ludica maggiore: niente di sarcastico e di drammatico, come se l’autore ci tenesse a esibire un massimo di consapevolezza preliminare, una consapevolezza storico-critica, politica, marxista, dialettica, che prevede già tutte le risposte a tutte le domande, non si turba né si commuove, tutt’al più (e ci tiene molto) si diverte. Le sue poesie, perciò, sembrano deduzioni ludico-dialettiche e variazioni illustrative di una coscienza perpetuamente in crisi critica, eppure (e per questo) in larga misura pacificata. Il gioco poetico dunque, nelle sue apparenze ipercritiche, ha smesso di correre rischi e di temere cadute dolorose. In Corollario per esempio, libro del 1997, abbiamo in epigrafe, come primo pezzo, un’esemplificazione gustosamente didattica del poeta inteso come acrobata, funambolo, fachiro e volteggiante esibizionista della verbalità. Ma i rischi di questa acrobazia sono appunto neutralizzati in partenza, perché qualunque cosa accada la lingua poetica di Sanguineti è in grado di accogliere tutto, spiegare tutto, tenere lì ogni lapsus ed errore: il poeta-acrobata si rialza sempre illeso e ricomincia come prima. Con questo metodo e dati questi presupposti di ideologia e linguaggio, la poesia di Sanguineti, dopo le prime prove degli anni cinquanta e sessanta, così ultimative e in apparenza drammatiche, si è moltiplicata e replicata felicemente di libro in libro senza sostanziali sorprese ma neppure senza gravi cadute di livello. Il consapevole, onesto crepuscolo del piccolo borghese marxista d’avanguardia sembra essere diventato, da storico, metafisico: la sua mezza luce non tramonta mai, tutto resta bloccato nell’attesa della rivoluzione, evento ormai metastorico ereditato e conservato ideologicamente da Sanguineti nella formazione anarco-comunista della prima metà del Novecento, Sanguineti non accetta di andare oltre. Ma non è il cuore ideologico della poesia di Sanguineti ciò che la produce. Sanguineti è un seguace di Lukács e Brecht che lavora poeticamente con gli strumenti di Pound e di Breton, cioè l’intarsio culturale e l’automatismo. Smembra, dilata, spezza, condensa, sospende gli enunciati. Non si emoziona mai. E’ prigioniero del comico e del grottesco, in cui sa raggiungere risultati notevoli. Mostra l’interiorità borghese e post-borghese come un deposito surreale di detriti storici, pensieri malformati, sogni già reificati e divorati dagli appelli pubblicitari, dall’estetica della merce: un caos enumerativo e iperletterario esilarante e triste, che non porta a niente, o meglio produce epitaffi nichilisti. Le poesie non più poesie e non ancora poesie di Sanguineti procedono per allitterazioni, iterazioni, incisi, parentesi esplicative e fàtiche, rime senza versi, sonetti mostruosamente irriconoscibili. Ogni testo singolo si conclude con un’indicazione di inconclusione o di inconcludenza: i due punti. Ogni sequenza è aperta sul vuoto, sulla variazione e l’aggiunta ininterrotta. E così ogni libro.”

(Alfonso Berardinelli, Casi Critici-Dal postmoderno alla mutazione, pp.325-326)

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