È arrivata la bufera

Certamente una bufera attesa, e comunque sorprendente per la sua violenza. Non occorrevano particolari doti di preveggenza per sapere che, dopo gli arresti di Baita e Mazzacurati, l’inchiesta sui lavori del MOSE avrebbe presto o tardi toccato il livello politico. Anche sui nomi non era necessario sforzare troppo l’immaginazione: il coinvolgimento di Giancarlo Galan era atteso da almeno sei mesi. Non sto emettendo sentenze, attenzione, rilevo solo la meccanica elementare di qualunque sistema di corruzione: se una mano dà, un’altra mano riceve e da qualche parte questi soldi “volanti” saranno pur andati a finire. Ministeri ed enti locali sono i luoghi in cui i magistrati hanno il dovere di cercare i responsabili. Per questo, per quanto grave (e assai infrequente), nemmeno l’arresto di un sindaco in carica può stupire.

In questo momento sono tre le piccole notazioni che mi preme fare su questa vicenda.

La prima è relativa al solito ridicolo scontro «giustizialisti vs garantisti». Sono convinto che la Giustizia italiana sia malata e necessiti di una riforma, non amo l’idea di carcere e detesto chi crede di ottenere qualche rivalsa politica o sociale per via giudiziaria. Però siccome ad indignarsi per la malagiustizia, sempre e soltanto quando sono i membri dell’élite a finire in manette, ci sono già tutti i grandi opinion maker terzisti, ho deciso che non c’è alcun bisogno del mio contributo. Spiace che l’élite palazzinara convenuta ai vernissage della Biennale di architettura sia stata turbata dagli arresti eccellenti. Sono certo tuttavia che sapranno riprendersi rapidamente. Chi, come la Signora Alberta Marzotto, va sostenendo che la «giustizia a orologeria» starebbe causando un danno d’immagine al Paese farebbe forse meglio a tacere. Dovrebbero forse tacere anche certi miei compagni di partito, scattati come dei misirizzi garantisti in difesa di Orsoni . Qualcun altro ha tirato in ballo il povero Enzo Tortora, che mi auguro venga di notte a tirare i piedi a tutti quelli che ne strumentalizzano il nome.

La seconda notazione riguarda il mio sindaco, Giorgio Orsoni – accusato di aver ricevuto finanziamenti illeciti durante la sua campagna elettorale. A naso, se devo dirla tutta, trovo la cosa improbabile, ma ritengo altrettanto improbabile che in una piccola città chiacchierona in cui gli affari si decidono davanti a un fritto misto e una bottiglia di prosecco millesimato, un rappresentante del professionismo cittadino così ben introdotto, una volta eletto, sia diventato improvvisamente cieco. Massimo Cacciari, predecessore di Orsoni, in queste ore sostiene come sia il sistema degli appalti pubblici sulle grandi opere «in regime d’emergenza» – cioè, in Italia, sempre – a rendere impossibile per un amministratore il controllo di eventuali illeciti. Una tesi che non mi convince del tutto. Detto per inciso, questo arresto non influisce minimamente sul giudizio politico che ho già formulato da tempo. Nel 2010 ho votato Giorgio Orsoni controvoglia, spinto dallo spauracchio di Renato Brunetta sindaco. Oggi non lo rivoterei perché ritengo quella di Orsoni un’amministrazione deludente da ogni punto di vista, fatta di assenza di visione, di scarsa trasparenza, di grande ambiguità politica del Sindaco in persona, che si è sempre potuto permettere di intestare a sé stesso i (pochi) meriti di questi quattro anni e di incolpare di tutte le magagne il PD, le giunte precedenti e – come tutti i sindaci dello Stivale – il patto di stabilità. Occorre aggiungere che questo atteggiamento è stato reso possibile proprio dalla deliberata assenza del PD – primo partito in città – in quanto attore politico. L’amara verità è che l’idea, così di moda negli ultimi vent’anni, secondo cui la politica avrebbe dovuto ritrarsi per far spazio alla cosiddetta «società civile», ha solo lasciato le città in pasto ai vari gruppi di interesse, ritenuti in grado di autogestire le proprie attività senza alcuna mediazione. Si è creduto che il declino della città potesse essere arrestato lasciando fare i vari amici e amici degli amici (Pierre Cardin, per intenderci, non faceva parte degli amici). Grave errore, anche quando commesso in buona fede, se la qualità dei soggetti in questione non è troppo alta. Mi pare siano in molti, nel PD, sia tra gli iscritti che tra i dirigenti, a pensarla come me. Qualche settimana fa avevo detto chiaramente al mio segretario che mi sarebbe risultato impossibile rinnovare l’iscrizione se il partito avesse deciso di ricandidare ancora Orsoni – magari senza primarie, perché l’avvocato le rifiuta, ritenendo che il sottoporre il suo nome a una consultazione (come nel 2009) equivalga a un giudizio negativo sul suo operato. Comunque Orsoni esca dalla vicenda, il problema non si pone più.

Ultimo punto: il riflesso condizionato di tutta quell’area che per comodità chiamerei “decrescista”, che in questi giorni di scandali, tra Expo e MOSE, gongola. Per intenderci, mi riferisco a tutti quelli per cui il cemento armato è uno strumento del demonio, le gallerie ferroviarie sono stupri della Madre Terra, ecc. Naturalmente non ho alcuna intenzione di fare una difesa d’ufficio del MOSE. Da anni mi sono fatto l’idea che sia un’opera inutilmente impattante e assurdamente costosa, ma ora che i lavori si avvicinano ormai alla fase conclusiva occorre solo sperare che queste accidenti di paratie funzionino, anche perché il pensiero di aver buttato – letteralmente – a mare quasi cinque miliardi di euro per nulla sarebbe davvero difficile da sopportare. Vorrei però tentare di rispondere alla critica generica contro le grandi opere. Non affronto qui il problema del discorso contro la Modernità che sta alla base di questa critica, perché non è affrontabile razionalmente. Più prosaicamente, dire che «dove ci sono grandi opere, c’è mafia e corruzione» è una magnifica scoperta dell’acqua calda. I lavori per la metropolitana milanese nel corso degli anni ’80 hanno rappresentato un enorme serbatoio di corruzione politica. Grazie a quei lavori, però, Milano possiede – unica città d’Italia – un trasporto pubblico degno di una grande città europea. Qual è il problema, la metropolitana o la classe dirigente corrotta? Sarà per colpa delle grandi opere se siamo la più corrotta delle democrazie occidentali, o non sarà forse per via di una certa mentalità familistico-mafiosa, quella del «fatti li cazzi tuoi»? Credo che persino un cercopiteco saprebbe rispondere sensatamente. Che facciamo, rinunciamo per sempre ai grandi progetti perché non siamo capaci di condurre seriamente una gara d’appalto, tenendo fuori gli ‘ndranghetisti, o perché i partiti non riescono a tener fuori i ladri? Credete davvero che se vincessero gli ideologi della decrescita, non troveremmo poi nessuno a chiederci il pizzo sulla casa di paglia?

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Che cosa ho capito di queste elezioni europee

Mi ero quasi deciso a dividere il commento elettorale in diversi post tematici – uno puramente tecnico, dedicato all’analisi comparata dei dati, uno sugli effetti politici del voto in Europa, uno su quelli del voto domestico, etc. Il fatto è che vorrei tentare di “depoliticizzare” progressivamente questo blog, o meglio di riservare alla politica uno spazio circoscritto, accanto ad altri temi che mi stanno a cuore (a titolo di esempio: il tramonto del cinema su pellicola, qualche dilettantesca recensione di libri dimenticati, le curiosità raccolte da un pigro flâneur di cui a voi sicuramente non frega un ciufolo). Insomma, ho concentrato tutto qui è il pezzo è venuto un po’ lungo…

La prima cosa che mi sento di poter dire è: missione compiuta. Il mio principale obiettivo rispetto a queste elezioni coincide con l’arresto dell’avanzata grillina e degli euroscettici su cifre comunque preoccupanti, ma gestibili. Il dato di per sé non è confortante, se pensiamo che, tra M5S, Lega e FLI, il 40% degli elettori attivi (i quali, per il voto europeo, rappresentano il 58% degli aventi diritto) è in qualche modo ostile all’idea di integrazione europea, e tuttavia i quattro punti persi dal buffone di S.Ilario ci rassicurano sul clima sociale del Paese. Italiani, ancora non avete sbroccato, e questo è un bene. In secondo luogo, il risultato straordinario del Partito Democratico non può che rendermi felice. Si tratta in questo caso di una vittoria storica. In Italia nessun partito di sinistra (e soltanto la DC degli anni ’50) ha superato il 40% dei consensi. L’effetto Renzi è evidente, e se leggiamo il risultato tenendo a mente che si tratta di un voto per il Parlamento Europeo, – mai davvero considerato importante dall’elettorato, e meno che mai nel clima euroscettico della grande crisi che stiamo vivendo – capiremo la portata di quest’effetto che davvero pochi, anche tra i più ottimisti, avrebbero previsto. Chiunque dovrà ammettere che questa campagna il Partito Democratico se l’è giocata davvero bene, dal punto di vista della comunicazione. Gli 80 euro sono certamente serviti, ma è stata soprattutto l’impressione di un movimento reale, possibile grazie al governo Renzi, a convincere gli elettori (su questa impressione tornerò poi, alla fine del post). Last, but not least, questa è l’elezione in cui si sancisce la fine del berlusconismo. La promessa di un bonus-crocchette-per-cani non è bastata, il carisma dell’ex-cavaliere è ormai esaurito. Berlusconi è finito in quanto agente coagulante del consenso moderato, diviso nelle sue varie componenti, diviso tra la (lunga e difficile) ricerca di una forma e di qualche leader sostitutivo, per via dinastica o meno.

Da elettore di sinistra non canterei tuttavia vittoria troppo presto, soprattutto dopo aver dato un’occhiata – attenzione, arrivano i dati “hard”, che vi pregherei di controllare ed eventualmente correggere – alle percentuali, raffrontate alle serie storiche del voto di questi ultimi vent’anni. Berlusconi crolla al 16%, è vero, ma è altrettanto vero che il Centrodestra nel suo complesso (FI+NCD+FLI+LN), rispetto alle Politiche del 2013, tiene e anzi guadagna un paio di punti (dal 29 al 31%). Il che, tenendo a mente da dove viene il grosso degli elettori grillini, mi fa dire che la Destra, pur frammentata, nel Paese è ancora e sempre prevalente. La coalizione berlusconiana del 1996 arrivava al 52%, che è poi il totale deila somma M5S residuo+Destra attuale. (Naturalmente le mie sono considerazioni spannometriche, che non tengono conto della composizione dell’area degli astensionisti rispetto ai vari partiti. Correzioni e suggerimenti, in particolare da chi queste cose le studia di mestiere, sono benvenuti). Sono abbastanza convinto che metà dei 4,5 punti persi da Grillo siano tornati da dov’erano venuti, è cioè la Lega Nord, la quale, con la svolta noEuro di Salvini, guadagna il 2%. Altri elettori grillini provenienti dal centrosinistra, credo in misura non superiore al 2%, potranno essere tornati al Centrosinistra renziano. Ma se guardiamo alla somma del “Centrosinistra allargato” (cioè, com’era originariamente, includendo la c.d. Sinistra radicale, allora Rifondazione, oggi la lista Tsipras), siamo sugli stessi numeri del 1996: 43-44%. A questo proposito, nonostante gli tsiprassiti siano riusciti  (in virtù di un richiamo analogo all’effetto-Renzi) a superare lo sbarramento, la tendenza generale vede i soggetti a sinistra del PD condannati al destino di tutti i “partiti d’opinione”, e cioè a percentuali irrisorie o alla scomparsa definitiva. (Un messaggio per Nichi: «Nichi, questo PD aspetta a te!». E chi si vorrà sciogliere, si scioglierà…) Sempre parlando di partiti di opinione, la batosta di Scelta Europea era prevedibile e prevista da tutti, tranne che dai diretti interessati. Permettetemi un paradosso: i liberali italiani sono minoritari perché non hanno letto Marx (ma almeno Boldrin dovrebbe averlo letto, visto il suo passato di militante nel PCI). Cioè a dire, in un paese paleocapitalista, corporativo, clientelare e retto dai sussidi come il nostro, chi parli di libero mercato con l’aggressività di FARE non va granché lontano. Ai più ragionevoli consiglierei di riunirsi ai numerosi liberali del PD, che del resto può contenere parecchie loro istanze.

Sbrigate le faccende minori, veniamo agli aspetti davvero problematici di questo voto che, nonostante la sua consapevole e scientifica riduzione a (precoce) “elezione di midterm” del governo Renzi, rimane un voto europeo. Non un voto qualunque, ma un voto pro o contro l’integrazione europea. Il sorriso per la vittoria del PD risulta un po’ smorzato dalle brutte notizie che ci arrivano dal resto dell’Unione. Il Front National è primo partito in Francia, con quasi il doppio dei voti dei Socialisti, l’UKIP di Farage, lo xenofobo, arriva al 29% in UK, superando sia i Tories che il Labour. In Austria il FPÖ raddoppia il numero di seggi al Parlamento Europeo e, per la prima volta, i neonazisti tedeschi dell’NPD avranno un loro parlamentare, che farà compagnia ai due eletti di Alba Dorata. Tutto questo a pochi giorni dall’attentato antisemita del museo ebraico di Bruxelles. Alla luce di tutto questo, dovremmo fermarci a riflettere su cosa sia stata l’Europa prima del Manifesto di Ventotene, dovremmo ricordare che ieri, come ha scritto Michele Ainis, noi abbiamo votato su Auschwitz ,«Perché l’Europa è nata lì, da quell’orrore senza precedenti. È nata per bandire il genocidio, e siccome il genocidio aveva celebrato la massima potenza dello Stato, l’idea europea coltivò fin dall’inizio il genocidio degli Stati».

A balzare agli occhi è ovviamente l’estrema destra, ma in generale sono i conservatori del PPE, CDU della Merkel in testa, a vincere questa tornata.

Chi, a sinistra dentro e fuori il PD, parlava di rinegoziare il debito dei paesi del sud dovrà ben riflettere sulla situazione reale e capire che l’euroscetticismo è una forza bifronte, e cioè che l’Europa rischia di essere strappata da due parti, da due populismi affini ma distinti: a Nord il populismo indica i PIIGS (noi terroni, insomma) come una zavorra che, a causa dell’Unione, rischia di tirare a fondo i paesi “virtuosi”  A Sud, un analogo populismo, trasversale da destra a sinistra, incolpa di tutti i suoi guai “l’Europa delle banche” e il rigore imposto dalla Germania. Il problema centrale rimane sempre quello del debito, e di come conciliare la tenuta del sistema creditizio con la ripresa economica del continente. Non ho né strumenti sufficienti né certezze per poter dire cosa sia meglio. Penso però che troppa gente sia troppo convinta di troppe cose. L’unica cosa di cui sono sicuro è che i conservatori avranno la presidenza della Commissione Europea e per i prossimi anni la Sinistra dovrà governare l’Europa con loro, responsabilmente.

Non posso terminare il post senza parlare del governo Renzi e del mio partito. Sono convinto che, più che guardare a questo incredibile risultato come a un capitale da spendere – o peggio a degli allori su cui ronfare – si debba prenderlo come un messaggio sul quale riflettere. Il voto mostra come la forma definitiva del Partito Democratico si stia finalmente precisando. Si è capito che la Sinistra in questo paese può (con)vincere solo se diventa inclusiva, se è capace di parlare a tutti, anche a chi non fa parte dei suoi tradizionali soggetti sociali di riferimento. Il che non significa semplicisticamente “prendere i voti a destra”, né abbandonare i soggetti deboli. È “forte” una giovane “finta partita IVA” che nessun sindacato difende? La società è cambiata e sono cambiati gli elettori. Dai partiti popolari di alcuni decenni fa stiamo arrivando a grandi contenitori la cui linea dettagliata si gioca attorno a un leader e si decide attraverso delle primarie. Ma di questo si è parlato fino alla nausea negli ultimi due anni, non mi vorrei ripetere. Per qualcuno, l’ubriacatura da consenso porterebbe al rischio di una “democristianizzazione” del PD e/o della sua trasformazione in partito-Stato. Porterebbe, se ci trovassimo nel 1984, e non nel 2014. La gestione distributiva del potere compiuta della DC oggi è impossibile: non ci sono più torte da spartire, siamo ancora nel pieno di una crisi della quale non si vede la fine, e anche un grande exploit elettorale può essere bruciato nel giro di poche settimane, se alle parole non seguono i fatti. Sbagliano di grosso i dirigenti renziani a considerare la vittoria come la legittimazione popolare che mancava al governo. Quella legittimazione ancora non c’è, e non ci sarà fino alle prossime elezioni politiche. C’è invece la tremenda responsabilità di rappresentare la Sinistra di tutto il continente, di partecipare a quelle larghe intese di cui ho scritto sopra con un’idea forte e un realismo altrettanto forte. È evidente che i sindaci renziani eletti a Bruxelles da soli non ce la potrebbero mai fare. Ci sarà bisogno di tutte le componenti del partito, dai keynesiani ai liberisti, ci sarà bisogno di un dibattito serio, la cui forma non potrà essere quella dell’hashtag. Facciamolo.

#ildibattitosì

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Non-appello elettorale

Cercate di alzare un po’ lo sguardo oltre le beghe della nostra Italietta. Ho già scritto di quanto sia deluso da Renzi, che tuttavia rimane il meno peggio possibile, allo stato attuale, così come lo sono stati Letta e prima ancora Monti. Il punto è che quello di domenica prossima non sarà principalmente un voto pro o contro Renzi. Sarà un voto pro o contro l’Europa, più che in tutte le altre elezioni europee precedenti. Se già non vi fosse chiaro, sarebbe difficile convincervi di quanto l’integrazione Europea sia un bene, già ora (sebbene l’obiettivo ideale siano gli Stati Uniti d’Europa) e di quanto mettere in discussione la moneta unica vorrebbe dire tornare indietro, dichiarando il proprio disinteresse. Tutto è perfettibile, a partire da quest’Unione, ma la tiritera sul fatto per cui realizzare un’unione monetaria prima di quella politica sarebbe stato un errore è diventata inascoltabile. È invece esattamente così che si compiono le integrazioni politiche: si parte dai trattati di pace, si passa agli accordi commerciali, si arriva a una moneta unica e poi, se tutto va bene, ci si federa.  In politica occorre a volte distinguere tra scelte “di linea” e scelte “di campo”. Se continuo a nutrire seri dubbi sul governo della “staffetta”, voterò PD perché, da iscritto, nonostante tutto, continuo a credere al progetto politico del partito, che va ben al di là di Renzi. Ma la scelta di campo va ben al di là del PD stesso. In queste elezioni Europee la scelta che faccio è per il campo della Ragione o, più modestamente, della ragionevolezza. Allo stesso campo dei ragionevoli a mio avviso appartengono i liberali dell’ALDE. Ai confini di quel campo, se state più a destra di me potreste anche scegliere il PPE, se state più a sinistra, potreste scegliere Tsipras, se siete ambientalisti potreste scegliere i Verdi, ma sappiate (lo sapete, vero?) che qui in Italia questi ultimi tre raggruppamenti offrono qualcosa di assai più scadente rispetto ai loro corrispettivi europei. A tutti gli altri, a coloro i quali hanno scelto di dare il loro voto all’impresa commerciale mediatico-politica Grillo & Casaleggio o alla micro-destra noEuro del duo Meloni-Crosetto e del leghista Salvini, davvero non saprei che dire. Un giorno, io lo so, i migliori di voi sapranno guardarsi allo specchio e dire: «DIO, CHE STUPIDO SONO STATO!».

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Positio super virtutibus

File photo of Pope John Paul II and former Chilean dictator Augusto Pinochet in Chile

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

«Al Generale Augusto Pinochet Ugarte, alla sua distinta sposa, Signora Lucia Hiriarde Pinochet, in occasione delle loro nozze d’ oro matrimoniali e come pegno di abbondanti grazie divine, con grande piacere impartisco, così come ai loro figli e nipoti, una benedizione apostolica speciale».

(Giovanni Paolo II, 1987)

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Tutti pazzi per Tsipras

Io non so davvero perché la Lista Anticapitalista del 2009 – sottoposta a un superficiale rebranding legato alla questione del debito greco – rappresenti le speranze di una parte del ceto medio riflessivo de sinistra. Continuo a non spiegarmi gli entusiasmi di tanti intellettuali titolati per la figura dello stesso Alexis Tsipras, presentato incredibilmente come innovatore. Può darsi in effetti che nel piccolo arcipelago nato dalle quattordici scissioni vissute da Rifondazione Comunista in vent’anni di esistenza si guardi al risultato di Syriza (vicino al 20%) come ad un segno di prossima rinascita dei vari eredi della Terza e Quarta Internazionale. Sarà allora utile ricordare come il successo del partitino di Tsipras dipenda unicamente dal disastro greco. Ai compagni neocomunisti sento di poter dire che, nonostante la nostra smania autodistruttiva, ci risulterà difficile replicare le condizioni attuali della «culla della democrazia».

Venendo al programma della lista, la novità sostanziale rispetto al 2009 consiste nell’aver in gran parte depurato il lessico dalle formule del sinistrese, dagli elementi tipici del gergo marxisteggiante. Il risultato è una prosa trattenuta e a tratti esangue, priva di riferimenti diretti al marxismo o alla socialdemocrazia (che comunque, da tradizione commie, rimane nemica), una prosa i cui unici picchi retorici risultano così sovrapponibili a quelli del fronte no-euro e della destra radicale:

«Gli stati nazionali perdono di sovranità a favore di organismi del tutto impermeabili alla volontà popolare, perché non elettivi. Questa costruzione ha portato al comando un’oligarchia tecnocratica il cui disegno politico è sostenere il potere delle multinazionali, delle banche, delle classi e dei ceti più ricchi rovesciando l’austerità addosso alle popolazioni europee».

Marx non viene mai nominato, Gramsci viene citato una sola volta a proposito del superamento dello stato-nazione. Certo, l’obiettivo di massima degli tsiprassiti rimarrebbe «Non solo […] uscire dalla crisi, ma anche dal capitalismo in crisi», tuttavia l’ispiratore principale del documento rimane senza dubbio Keynes (citato con soddisfazione a proposito dell’ “eutanasia dei rentiers“). In buona sostanza, quello degli tsiprassiti è un programma superkeynesiano che, oltre alla rinegoziazione e mutualizzazione del debito e alla riforma della BCE come prestatore di ultima istanza, prevede «che il settore pubblico conquisti sempre maggiore peso nell’economia reale», sebbene «non necessariamente e non tanto inglobando i settori privati, quanto innovando terreni e modalità di sviluppo economico e produttivo». Un esempio, uno solo, sarebbe gradito per chiarire quest’ultimo passaggio, che mi rimane piuttosto oscuro. Oscure sono del resto le motivazioni che dovrebbero spingere i paesi UE dalle economie meno malandate a partecipare ad un «nuovo piano Marshall» (l’unica invenzione yankee che gli tsiprassiti – naturaliter antiamericani – riescono probabilmente a tollerare). Se finora l’Unione provvede a rabboccare un secchio bucato, pretendendo – in modi che si possono e si debbono discutere – di tappare il buco, gli tsiprassiti vorrebbero l’acquisto di tanti altri secchi bucati. Tutto questo in nome della solidarietà tra i popoli, evidentemente, con la promessa di «una ferrea intransigenza nei confronti della corruzione e della malagestione». Non credo sia sufficiente, purtroppo.

Ho citato il ceto medio riflessivo perché, com’è noto, il voto operaio residuo, e in generale quello dei ceti popolari, da tempo si riversano altrove. Nei momenti di crisi sistemica, la radicalità della massa si esprime a destra: oggi si esprime nel vasto fronte eurofobo che va dalla destra neonazista al« fascismo inconsapevole» di Grillo, passando per la Lega.  Lo tsiprassita più entusiasta appartiene invece in genere alla piccola borghesia intellettuale di sinistra, nelle sue fasce più giovani precarizzata e in via di declassamento. È preoccupato ma soprattutto confuso. Non possiede strumenti per capire la realtà economica, si limita a individuare i nemici (le banche, la troika, la “finanza speculativa”, etc.) non i rapporti, i “colpevoli”, non le dinamiche. Considerando che lo tsiprassita medio proviene anche solo lontanamente dalla galassia marxista, questa tragica mancanza di strumenti critici risulta sorprendente. Ne deriva una debolezza argomentativa che appare evidente: la critica radicale a “questa” Europa, ma senza uscire dall’Euro, l’incredibile riscoperta della sovranità nazionale e dell’«Europa dei popoli», ma naturalmente combattendo ogni forma di xenofobia, la necessità di «una politica estera non bisognosa delle stampelle statunitensi», senza però mai parlare di una difesa comune e degli investimenti necessari. E naturalmente «l’avvio di politiche economiche che puntino allo sviluppo di settori produttivi qualitativamente innovativi, dalla difesa dei beni comuni [come potevamo dimenticare i beni comuni?] alla tutela dell’ambiente». Sarà per la migrazione del voto operaio, sarà per le culture dei ceti rappresentati, sta di fatto che certa sinistra è ormai incapace di formulare un qualunque pensiero sensato sul mondo della produzione materiale.

A quel ceto intellettuale che vede i propri figli esclusi da un mercato del lavoro culturale giunto ormai a saturazione sfugge il punto chiave: le professioni creative nelle quali i rampolli vorrebbero trovare la loro realizzazione trovano spazio solo in condizioni di espansione, non certo di decrescita. E i grandi programmatori keynesiani avevano a loro disposizione gigantesche leve produttive che si chiamavano acciaio, carbone, petrolio. Non avevano paura dell’industria pesante, delle grandi opere, della ricerca scientifica. Mi sbaglierò, ma per me un keynesiano che sia contro gli OGM, la TAV, il fracking, le antenne dei telefonini e la mozzarella consumata a più di trenta km dal casaro è semplicemente un keynesiano ridicolo. Sia chiaro, non credo che la maggior parte dei sostenitori di Tsipras abbiano in mente per il futuro d’Europa una sorta di distopica federazione di ecovillaggi collegati da una rete di mulattiere. E tuttavia non si capisce cosa abbiano in mente, al di là della trita retorica benecomunista, di alcuni punti assolutamente condivisibili e di qualche idea che fa sorridere. Cito ancora dal programma:

«L’Europa ha una grande risorsa: la dieta mediterranea, già riconosciuta come patrimonio
dell’umanità da parte dell’Unesco, su cui fare leva per garantire un nuovo sviluppo qualitativo
dell’agricoltura»

Un’oliva nello spritz?

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Matteo Frenzy. Opinioni di un bastian contrario

E’ possibile trovarsi dalla stessa parte per motivi opposti, ma è sempre bene segnalare i propri.

Non penso affatto che Renzi sia un «cavallo di Troika» come sostiene il rivoluzionario a partita IVA Luca Casarini. A volte penso anzi che se la Troika BCE-FMI-CE togliesse per davvero la sovranità a questo paese, non potremmo stare peggio di così, figuratevi. Non penso nemmeno che la riforma del Senato possa portare a una «svolta autoritaria» come alcuni noti studiosi di diritto affermano in un loro appello (al quale ha aderito, tra gli altri, anche Beppe Grillo, il più autoritario e antidemocratico dei nostri leader politici). Non condivido quasi nulla con costoro, sappiatelo. Eppure il mio scontento è sempre lì, e non potrebbe essere altrimenti, perché il difetto del governo Renzi sta, per così dire, nel manico, nel suo atto di nascita, nella maggioranza che lo sostiene. E negli atti che quotidianamente ci propina, con o senza l’ausilio di slide esplicative. I parlamentari renziani della prima o dell’ultim’ora liquidano le critiche al governo ricordando il «grande consenso ottenuto alle Primarie di dicembre sulla base di un programma molto chiaro» (Alessia Morani). Peccato che il «programma molto chiaro» escludesse le pastette e le congiure di palazzo, prevedendo invece il passaggio elettorale. Peccato che il «grande consenso» ottenuto grazie anche al mio voto alle primarie non sia una delega in bianco al segretario. In quanto ai piccoli influencer pascolanti tra blog e social network, che ci rassicuravano sulle intenzioni di Renzi, salvo poi rimangiarsi tutto o adottare la tattica dello struzzo, la loro fedeltà è stata giustamente premiata: sono diventati responsabili della comunicazione (Francesco Nicodemo).

Non sono tanto il decisionismo, né uno stile da baraccone che in fondo è quello cui ci eravamo già abituati, è l’operazione complessiva a deludere. Una maggioranza spuria, di natura consociativa, con l’appoggio esterno/interno di B., col quale R. ha raggiunto un compromesso al ribasso, piccole manovre contraddittorie precedute da molta chiacchiera, siparietti comici, montagne che partoriscono topolini. In tutto ciò, l’unica cosa che emerge con forza è una frenesia – finora soprattutto verbale – per cui l’importante per il leader è dare un’impressione di iperattività: fare, fare, fare, ma soprattutto dire, dire, dire. Nell’ordine, i famosi «80 euro in busta» che faranno comodo a tutti quelli che li riceveranno. Sono una sorta di assegno sociale, dal quale peraltro sono esclusi i più poveri, pensato per far ripartire i consumi. Non sono in grado di dire se riuscirà in questo, di sicuro l’intento propagandistico-elettorale, a poche settimane dalle Europee, sembra raggiunto. In quanto alle coperture, addirittura «doppie», attendiamo il DEF, forse pronto a un mese dall’annuncio. «Il superamento del bicameralismo giustifica un’intera carriera politica», ha dichiarato ieri il premier. Davvero ci vuole un bel coraggio ad affermarlo seriamente, se la grande «spinta riformatrice» si traduce in una frettolosa (e irrituale) riforma costituzionale con al centro una ridicola riforma del Senato, fatta al solo scopo di far funzionare una legge elettorale balorda. Ogni parallelo col Bundesrat offende l’intelligenza di chi lo sostiene (mentre si rimette mano al titolo V), i risparmi sono risibili, ma una certa vena populista è soddisfatta. Sì, perché quel tocco «anticasta» che abbiamo consapevolmente scelto in vista delle elezioni ha sedotto molti, in particolare gli analfabeti politici che sarebbero pronti a rinunciare in blocco alla democrazia per un po’ di tasse in meno. Sul fronte lavoro, dello strombazzato jobs act ancora non v’è traccia, e finora siamo semplicemente tornati a una situazione pre-Fornero, peggiorata. Flessibilità senza welfare, cioè ulteriore precarietà, il tutto sperando che il mezzo punto di occupazione in più che eventualmente avremo nei prossimi mesi venga attribuito al decreto. Insomma, sperando ancora una volta che ci caschiamo. I mercati sembrano cascarci, se lo spread è ai minimi (170 punti base) da tre anni a questa parte. «Effetto Renzi», come titola la stampa amica? Non ho gli strumenti per dirlo, ma arrivo a leggere un grafico: mi sembra che l’andamento sia lo stesso da tempo e che la caduta dello spread fosse stata anche più decisa all’insediamento del povero Letta. Eppure Renzi riesce a spiazzare. A sinistra si tace, imbarazzati, sull’aumento della tassazione sulle rendite (parola-feticcio) finanziarie, improvvisato per trovare le risorse destinate al taglio dell’IRAP. Sono tutti certissimi che sia giusto penalizzare chi abbia 10mila euro in obbligazioni favorendo chi ha qualche milione di euro in BOT. A me rimane il dubbio.

Questo è il pacchetto (nel senso di piccolo “pacco”, alla napoletana) preparatoci dal rottamatore. Ma i contenuti sono accessori. Le chiavi per capire Renzi e il suo successo sono infatti la sua capacità proteiforme e la sua vacuità. Qualcuno mi ha suggerito la similitudine con Zelig, l’uomo camaleonte, ma quando Renzi ha sbottato di fronte all’inviato di un noto talk politico, parlando delle resistenze alla riforma del Senato, ho avuto un’illuminazione:

«Se pensano che sia qui per fare la bella statuinase ne trovino un altro»

Va ricordato ancora che alle primarie si votava per il segretario e che Renzi non starebbe dove sta senza l'”aiutino” dei soci della “Ditta”. Personalmente ho votato Renzi credendolo 1) l’unico candidato che un liberalsocialista potesse votare nonché 2) l’unico candidato in grado di battere le destre, Grillo e i vari populismi. Sia noi poveri beoti desiderosi di cambiamento che il gruppo dirigente della vecchia segreteria, che ha consentito e assecondato la staffetta, cioè l’esecuzione politica di Letta, abbiamo in qualche modo visto in Renzi una sorta di golem. Abbiamo tutti pensato – con motivazioni diverse, anche opposte tra loro – che questo golem potesse essere controllato. Non ho votato Renzi per avere quello che vedo oggi. La statua d’argilla animata cammina veloce e non si sa dove stia andando. Forse da nessuna parte.

(Ora mi risponderete che è «meglio andare da nessuna parte che restar fermi»…).

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Perché sono contrario alle «quote rosa» in Parlamento

Sono contrario perché credo che occorra sempre guardare la luna e non farsi distrarre dal dito che la indica.

Sono contrario perché credo – in questo confortato dall’opinione di molte donne –  che una donna si possa sentire umiliata nell’essere considerata «quota», nell’avere la certezza di una parità imposta per legge sulla base del possesso di una vagina. Non è sessismo, questo? Non è ridicolmente sessista la stessa espressione «quota rosa»?

Sono contrario perché credo che la cultura maschilista e i residui di patriarcato che affliggono ancora in modo evidente la società italiana non si possano combattere a forza di regolamenti, e meno che mai coi regolamenti applicati ai vertici del ceto politico.

[Un inciso generale andrebbe fatto a proposito della natura della rappresentanza democratica: il Parlamento non è una proiezione omologa della società (che vi siano presenti tanti cretini, tanti ladri o tanti assassini è frutto di un accidente, non di una regola). In una democrazia rappresentativa vanno scelti i rappresentanti più validi di singoli interessi e gruppi sociali, non i rappresentanti di singole inadeguatezze.]

Sono contrario perché se quello della parità è un problema politico, sono i soggetti responsabili dell’azione politica organizzata, e cioè i partiti, a doversene far carico autonomamente. Il Partito Democratico, cui sono iscritto, ha risolto il problema delle pari opportunità attraverso lo Statuto (uno statuto che prevede l’uso del buon senso nei casi eccezionali in cui, altrimenti, non si potrebbero nemmeno eleggere i segretari di circolo). Le donne nel PD sono ben rappresentate (il 41% dei nostri parlamentari è donna), semmai il problema rimane nei partiti del centrodestra. Ma se tante donne votano partiti in cui la parità di genere non è così importante, il problema forse sta nella scuola, non nei regolamenti elettorali.

Sono contrario perché i problemi reali delle donne di questo paese, dalla vergogna delle dimissioni in bianco a tutte le altre discriminazioni sessiste nel mondo del lavoro, in termini di carriera e di reddito non si risolvono con un parlamento composto da percentuali identiche di maschi e di femmine. Non vi viene il sospetto che i residui patriarcali e le difficoltà nella carriera lavorativa delle donne possano derivare non da una scarsa rappresentanza politica, ma dall’arretratezza del nostro sistema produttivo, del nostro capitalismo familista, da tutte le incrostazioni corporative che nemmeno ora, con l’acqua alla gola, il nostro ceto politico ha il coraggio di andare a toccare?

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Ecco fatto

E bravo Matteo, che è riuscito finalmente nel suo intento: arrivare al governo del Paese. Ci è riuscito rimangiandosi la parola, facendo l’esatto contrario di quanto promesso a noi che l’abbiamo sostenuto, ma non importa. E’ possibile che il senso di delusione di questi giorni renda il mio giudizio assai più severo del necessario, ma importa ancor meno. Abbiamo un governo, sostenuto dalla maggioranza del mio partito, composto in parte da gente valida, il momento è quello che è («delicato», «drammatico», «cruciale», etc.), siamo tutti italiani, e (parlo per me) non proprio benestanti, per cui se ancora conserviamo un po’ di buon senso dobbiamo sperare con tutte le nostre forze che Renzi riesca a combinare qualcosa di buono. E lo faremo, con la pancia. La testa continuerà però ad essere impegnata nella critica, nella lettura dei dati, per così dire. Dati non proprio confortanti, a partire dalla composizione della squadra, che dice tutto senza necessità di commenti: Il presidente di Legacoop al Lavoro, l’ex presidente dei giovani industriali allo Sviluppo Economico, Emma Bonino defenestrata dagli esteri (troppo titolata, verrebbe da dire), il 50% dei ministeri a donne che sono in parte appendici femminili del premier, la conferma delle poltrone al Nuovo Centro-Destra, la sistemazione della quota D’Alema/Cuperlo/Bersani (La Ditta), la sistemazione (non richiesta e un po’ scorretta) della quota Civati. Le arrampicate sugli specchi sono inutili: Matteo Renzi presiede un governo squisitamente consociativo, e confermo qui quanto vado dicendo da mesi: stiamo vivendo la nascita del Pentapartito 2.0. Peccato che molti di noi avessero scelto Renzi proprio pensando di riuscire così a liberare finalmente l’Italia dal Centro, dalla DC perenne, dal doroteismo, dall’immobilismo…L’unica grande novità di Renzi consiste probabilmente  nell’essere un Premier-Sindaco, cioè un premier dei sindaci. Il legame con gli amministratori locali – cioè, in sostanza, il tema dello sforamento del patto di stabilità – è una delle chiavi del suo successo e della sua futura azione di governo. Sacrosanta l’attenzione ai comuni, per carità. Se però l’approccio è «da pentapartito», e cioè clientelare, attento a non rompere lo status quo, a minimizzare le responsabilità delle amministrazioni locali, considerate a priori vittime della disciplina di bilancio, beh, di quest’attenzione farei volentieri a meno.

Che cosa possiamo aspettarci da un governo espressione della stessa, identica maggioranza di quello precedente? Il nuovo Presidente del Consiglio si è affrettato a precisare che, al contrario del «governo di servizio» di Enrico Letta, il suo sarebbe un esecutivo politico. Meraviglioso: a maggior ragione la linea sarà quindi condizionata dalla puerile fronda degli Alfaniani, legati da un guinzaglio lunghissimo e quasi invisibile, ma resistentissimo, a Forza Italia. Che cosa potrebbe davvero cambiare con Renzi? Siamo d’accordo, tra lui e Letta la differenza è abissale, soprattutto in termini di carisma e di stile. Renzi colpisce e parla a tutti, per questo l’abbiamo scelto. Pensavamo che potesse rompere quell’equilibrio tra berlusconismo e antiberlusconismo che da vent’anni tiene bloccato un Paese in profondo declino. Quello stile può non piacere, ma funziona. Sullo stile di Renzi, su Matteo Renzi come oggetto politico-semiotico, nei dieci giorni che separano il voto in Direzione Nazionale dalla fiducia a Montecitorio si è scritto e detto di tutto. Il lessico, la retorica, il timing, la prossemica, la mimica, le macchine, i capelli, le giacche, le cravatte. Piccoli dettagli che, intepretati e sovrainterpretati dai professionisti della comunicazione politica, dagli «analisti», da noi dilettanti tuttologi di twitter, dovrebbero restituire dei messaggi molto semplici e molto chiari: il «cambio di passo», la rottura di vecchi schemi, lo svecchiamento del potere, il riavvicinamento della politica al «Paese reale», e così via.  Tutto giusto, quello stile funziona benissimo, trasversalmente, con gli elettori. Il problema non secondario è che le elezioni il buon Matteo le ha evitate. Ha preferito la scorciatoia di palazzo. E nel palazzo contano i numeri e i rapporti di forza con gli amici più o meno interessati. Che un giorno possono decidere di farti lo sgambetto, magari dopo averti ripetuto per mesi di stare sereno… Ripeto, siccome non voglio vedere affondare il mio Paese, mi auguro che Renzi riesca a realizzare anche solo una minima parte del suo (ancor vago) programma. Tiferò per lui da italiano. Tiferò per lui anche in quanto nemico della feccia grillina. Certamente, all’interno del PD, come si dice in questi casi, dovrò tenere una posizione interlocutoria. Passo dall’essere «diversamente renziano» a «non-più-renziano», senza per questo dare credito a Civati, né tantomeno alla vecchia maggioranza, responsabile quanto Renzi di questo colpo di mano. In realtà, non mi pesa il non avere più un’area di riferimento nel partito – è forse anzi un sollievo, per un cane naturaliter sciolto come il sottoscritto. Mi pesa però l’essere stato così ingenuo, l’aver investito male le mie speranze – perché non è vero che le mie aspettative fossero proprio minime, come andavo dicendo fino a qualche giorno fa. Mentivo un po’ a me stesso.

Buon lavoro, comunque, Presidente Renzi. Da domani, solo critiche puntuali. E un po’ di satira.

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La paura ha un nome e si chiama «staffetta».

Premessa necessaria: chi in questi giorni convulsi (inspiegabilmente convulsi, almeno per noi che stiamo fuori dal Palazzo) gridi al golpe è un cretino. Chi invece, più o meno pacatamente, solleva l’obiezione per cui non sarebbe possibile un terzo governo «senza legittimazione popolare» dimentica forse che la nostra è ancora una repubblica parlamentare. Due camere sono state regolarmente elette giusto un anno fa e ogni maggioranza, anche quella espressa in queste sgradevoli larghe intese, è quindi formalmente legittima. Inopportuna, forse, ma legittima. I meno giovani ricorderanno governi che duravano meno di una primavera, e maggioranze smontate e rimontate nel chiuso delle stanze dei partiti, ai tempi del Pentapartito. Ma, già nella cosiddetta Seconda Repubblica, molti di noi ricordano bene la caduta del Prodi I e l’arrivo un po’ piratesco di Massimo D’Alema a Palazzo Chigi. E’ proprio a partire dalla constatazione dell’ingovernabilità del sistema che nascono tutti i discorsi sulle riforme istituzionali, è sempre per questo che in molti abbiamo creduto alla proposta di Matteo Renzi, all’occasione di «cambiare verso» rispetto alla «vecchia politica», ricordate?

Non è un golpe quello che si è consumato in questi giorni, trovando compimento in una direzione nazionale che non ho avuto davvero lo stomaco di seguire fino alla fine, ma una mezza schifezza sì. Una schifezza perché nel giro di poche ore Matteo Renzi, con l’assenso di buona parte del Partito Democratico, si è rimangiato quanto detto e ripetuto negli ultimi due anni, a partire dalla necessità di governare con una maggioranza solida, coesa e coerente, uscita dalle urne e non da manovre di palazzo. Nel discorso fatto al Nazareno poche ore fa, Renzi ha speso parole come rischio e coraggio, ma se il rischio che il tentativo del segretario si bruci (bruciando con sé il PD, e questa volta in modo forse definitivo) appare evidentissimo, meno evidente appare il coraggio speso per compiere il tentativo stesso. E’ paradossale, ma la «strada meno battuta» di cui parla Renzi – strada in realtà battutissima, quella, appunto, del cambio di governo per via di manovre di segreteria – non è stata scelta per coraggio. Questa strada è stata scelta per paura, paura di perdere le elezioni. In buona sostanza, nemmeno troppo tra le righe, Renzi ha ammesso di aver fallito il tentativo di riforma elettorale. Un tentativo partito molto bene, finito così così. L’Italicum – ancora non approvato – può funzionare solo dopo una riforma del Senato, che il governo in carica non sembrava mettere tra le sue priorità. E se poi non ce la si fa e si vota con un proporzionale puro creato dalla Consulta con la macellazione del Porcellum? E che dire della rinascita di Forza Italia coi suoi «clöb» e la sua retorica ultrapopulista? E il brutto clima di antieuropeismo nel quale si terranno le elezioni europee, che rischia di penalizzare il Partito Democratico, percepito più degli altri come «di sistema»? «E se poi al ballottaggio ci vanno B. e Grillo?» Tutti questi timori, più o meno fondati, hanno fatto cambiare idea a Renzi. Eh già, anche Renzi ha paura, una paura fottuta, si direbbe. E’ fortunato perché alla sua paura si aggiungono le paure altrui, all’interno del PD. Gli eletti del 2013, in particolare quelli vicini alla vecchia nomenklatura uscita sconfitta dalle primarie, non temevano forse le elezioni anticipate quanto Renzi? Ora il pericolo di essere esclusi dalle liste viene scongiurato, c’è tutto il tempo per riorganizzarsi…ma per riorganizzare cosa, se partito e governo dovessero fallire ancora? Non riesco mai a capire se si tratti di incoscienza o di cupio dissolvi, ma non ha importanza. Il punto è che la sostanziale compattezza del partito non è grave quanto le decisioni della segreteria, ovviamente. Per me si tratta della prima grande delusione di “diversamente renziano”, del primo vero brusco risveglio. E’ vero che le mie aspettative sono sempre state minime, ma c’è qualcosa nello stile, nella forma di certi atti e di certe prese di posizione che riesce a colpirti negativamente ben oltre la sostanza. La franchezza e la trasparenza, la chiarezza del pensiero, anche non sempre condivisibile, la sostanziale diversità dalla “vecchia politica” erano quindi solo un’illusione? Parrebbe proprio di sì.

Perché soltanto mezza schifezza, dunque? Semplicemente perché, messa da parte la delusione politica, chiunque si dica pragmatico e abbia a cuore le sorti di questo ridicolo paese – le mie, le vostre, le nostre sorti – penserà che in fondo «peggio di così non potrà andare», cercherà anzi di cogliere le possibilità date da questo cambiamento e non potrà che sperare che il governo Renzi riesca a combinare qualcosa di buono. Personalmente non mi sento fiducioso. Per quante critiche abbia fatto a questo strano governo e a quella sorta di Pentapartito 2.0 che lo sostiene, oggi mi sento solidale con Enrico Letta, sacrificato da tutto il suo partito in nome della paura. E’ la solidarietà che provo per i loser, per i condannati che provano ancora a ragionare coi carnefici con la testa già sul ceppo. Ma, più freddamente, mi chiedo appunto perché Renzi, pur non facendo peggio, dovrebbe riuscire a fare meglio di Letta. Che cosa davvero potrà fare in più, alla guida di un governo simil-tecnico sostenuto da un’identica maggioranza che, se mai dovesse cambiare di qualche grado il suo orientamento politico, difficilmente potrà cambiare in meglio? Sento parlare di un possibile sostegno di SeL da una parte, di quello della Lega Nord dall’altra. Insomma si va dall’improbabile all’indesiderabile. Matteo Renzi crede davvero di poter realizzare le grandi riforme necessarie al Paese in queste condizioni, arrivando magari a fine legislatura? Beh, glielo dobbiamo augurare. Io glielo auguro e questo augurio potrebbe essere l’ultima cosa che avrà da me. In bocca al lupo, segretario.

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