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René Burri 1933-2014

Uno dei più celebri ritratti del Che, la straordinaria immagine degli uomini dalle lunghe ombre in cima a un grattacielo di San Paolo del Brasile, le foto di guerra dal Vietnam e da Israele, e forse i più bei ritratti di Giacometti nel suo atelier. Pochi fotografi sono riusciti ad unire la consapevolezza estetica alla capacità di raccontare per immagini come René Burri. In un mondo sempre più invaso da artisti-fotografi che tendono spesso a negare l’esistenza di uno specifico fotografico, Burri era un fotografo-fotografo. Un fotoreporter il cui sguardo era sì educato ai valori formali (Burri aveva studiato alla scuola di arti applicate di Zurigo), ma sempre rivolto al mondo, più che al proprio ombelico.

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Claudio Abbado 1933-2014

Cosa fa Lei, quando non lavora?

Vado su in montagna, nell’Engadina in Svizzera, Lì c’è una valle dove da cent’anni niente può essere cambiato. Lì non c’è nessun traffico, si deve arrivarci in carrozza o a piedi. Lì faccio sempre in estate lunghe passeggiate, che sono per me l’ideale per studiare.

Come si studia durante una passeggiata ? Lei deve avere tutta la musica esattamente nella testa.

Si, la lascio attraversarmi la mente e ripeto tutto interiormente. In questo paesaggio c’è una calma meravigliosa. Persino d’estate lì si trova la neve. E io amo il suono della neve.

Il suono che fa quando ci si cammina sopra?

No. lo si sente anche quando si sta solo sul balcone.

Lei sente la neve?

Naturalmente è qualcosa di assolutamente minimo, neanche un vero reale rumore: un soffio, un nulla di suono. Anche in musica esiste: quando in una partitura è indicato un pianissimo, che va fino al “niente”. Questo “niente” si può percepire acusticamente lassù in alto. […]

(Dall’intervista per «die Zeit», giugno 2013. Traduzione di Vittorio Mascherpa per abbadiani.it)

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Jim Hall 1930-2013

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Lou Reed 1942-2013

Some people they like to go out dancin’
and other people they have to work.

Luglio 2000. Una delle mie precedenti (dis)incarnazioni in rete amava buttare il suo tempo assieme a qualche decina di fanatici che su usenet (i social network erano di là da venire) discutevano animatamente di musica rock e affini, a tal punto animatamente da chiamare spesso in causa le condotte sessuali di madri, sorelle e fidanzate. Chi non si insultava troppo arrivava ad incontrarsi fisicamente al raduno annuale, che spesso si teneva in uno dei festival estivi sparsi per la penisola (ce n’era qualcuno in più, allora). Quell’anno si scelse Pistoia Blues, e fu quella l’unica volta in cui vidi Lou Reed dal vivo. Non so perché non abbia più cercato un suo concerto, dopo di allora. A parte la mia invincibile pigrizia, forse è per la convinzione che i big che ti piacciono vadano visti una o due volte al massimo. I miti devono restare miti, a vederli troppe volte si rischia l’eventualità statistica che poi ti deludano, che smettano di essere dei miti. (Ok, è una stupidaggine, prendete per buona soltanto la faccenda della pigrizia).

Come sempre, con gente che ha fatto la storia della musica, si respirava una certa aria di revival. E’ sempre una parte del pubblico a chiederlo, il revival. In quel caso a chiedere una fettina di anni ’70, anche inventati, in una sorta di pantomima mentale. Nei ’70 Lou, come molte altre rockstar americane, in Italia non riusciva a suonare. Veniva contestato dai minus habens extraparlamentari i quali avevano deciso che Lou Reed era nazista (forse nemmeno sapevano che Lou era ebreo, sennò, forse, gli avrebbero dato del “sionista”). Gli extraparlamentari nel 2000 ovviamente non c’erano più. Rimanevano però gli sfattoni e i sopravvissuti all’eroina degli anni ’80. Stavano soprattutto nelle prime file, eccitatissimi, a gridare «LUUUU, FACCE HEROIIIIN!!!!», e a tirare oggetti sul palco. Più che altro pacchetti di lucky strike vuoti, ma qualcuno iniziò a tirare monetine. Una di queste finì proprio sulla mano sinistra di Lou, bene in vista sulla tastiera della Telecaster. La band smise di suonare, e tutti noi iniziammo ad imprecare cercando di individuare il colpevole. Rick Hutton, storico presentatore di Pistoia Blues (e di Videomusic) si avvicinò a Lou e riferì più o meno questo: «Mr. Lou Reed dice che se non smettete di lanciare cose il concerto è finito qui». E cioè a dire: signori, l’aver pagato il biglietto non vi dà il diritto di rompere il cazzo. Le prime file si calmarono e il concerto proseguì. Fu un live memorabile, anche se pochi conoscevano i pezzi dell’ultimo album. Sì, perché l’aver pagato il biglietto non ti dà nemmeno il diritto di pretendere che la tua rockstar resti ferma ai suoi (e tuoi) vent’anni. Questo è un punto su cui riflettere: Lou non si era mai, mai fermato. Pur restando sempre fedele a sé stesso, aveva sperimentato di tutto. Anche oltre la musica, anche a rischio della sua persona, evidentemente. Anche, al momento opportuno, cambiando vita. Potrebbe essere una lezione per molti, chissà. Perché poi piaccia a tante persone così diverse tra loro, sia quando canta di Rachel, la drag queen, che di Kurt Waldheim e di Jesse Jackson, rimarrà un mistero. Il mistero di una chitarra attaccata ad un amplificatore, quella cosa che chiamiamo rock ‘n’ roll, sempre uguale, sempre diversa.

Grazie di tutto, Lou.

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Andrea Brambilla 1946-2013

Quante risate mi hai fatto fare, commissario Zuzzurro. Grazie e buon viaggio.

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Radio Daft Punk

Se esiste un ambito nel quale si può diventare conservatori senza apparire tali, questo è senza dubbio la musica pop, a maggior ragione se i propri ascolti non sono limitati al solo pop. Lo schizofrenico musicale, il consumatore onnivoro, l’ascoltatore inquieto ed eclettico che saltabecca senza problemi dalle Suite inglesi a Bitches Brew passando per What’s going on, da Verklärte Nacht a Via Paolo Fabbri, 43 passando per Marcus Garvey, insomma uno come me, passati i trenta comincia a ritagliarsi uno spazio in cui poter mangiare in santa pace le proprie madeleine dell’infanzia. La funzione del pop è proprio questa, e non può stupire se a un certo punto ci ritroviamo ad ascoltare sempre la stessa roba, o a cercare il vecchio nel nuovo, qualcosa che stia bene nell’album dei ricordi. Questo almeno è ciò che faccio io.

Non è un caso se gli unici due album del 2013 che mi abbiano davvero catturato finora siano il bellissimo The Messenger di johnny Marr, che potrebbe essere un disco degli Smiths, se gli Smiths esistessero ancora, e Random Access Memory dei Daft Punk, un oggetto davvero strano, ad ascoltarlo bene. Disco-funk, AOR à la Toto, un pizzico di fusion, il dovuto omaggio a Moroder, sentori di indietronica, il tutto in una confezione da paura, dalla quale spuntano i nomi di Nile Rodgers o Omar Hakim, questa volta non sotto forma di sample*, ma di session men in carne ed ossa: per la prima volta i Daft Punk producono un disco pop a tutti gli effetti. E basterebbe sentire com’è suonata ed equalizzata la batteria per capire le loro intenzioni, basterebbe fare la conta dei bpm. Random Access Memory non suona affatto “attuale”, eppure non c’entra nulla col revival. I DP non praticano il revival, semmai il manierismo, nella sua accezione più alta. Non sono molti, quattro dischi in vent’anni, ma sono comunque sufficienti per dichiarare la propria poetica retrofuturista, venata della struggente nostalgia di un momento – per definizione infantile – in cui il futuro è davvero carico di speranze.

In Random Access Memory a contare, più che la somma delle parti, è l’insieme, l’atmosfera risultante, che io trovo assolutamente radiofonica. Radiofonica, attenzione, in un senso ristretto, riferito cioè a quello che poteva essere il sound di una delle prime radio commerciali di un qualsiasi paese dell’Europa continentale, tra la seconda metà dei ’70 e i primi anni ’80. Un sound al quale siamo stati esposti in molti, sopravvissuto per lungo tempo alla sua epoca. Per quanto mi riguarda, le madeleine sonore corrispondono agli ascolti quasi subliminali fatti da bambino sulla radiosveglia Grundig, tenuta accesa a volume bassissimo prima di addormentarmi, quando ancora non ascoltavo davvero nulla e certamente non compravo dischi, non ne parlavo e non occupavo spazio prezioso in testa coi nomi delle band. Io sono convinto che un qualche tipo di imprinting sonoro ci sia stato. Riconosco quel sound, del quale comunque rimane qualche traccia nelle pieghe della radiofonia, soprattutto locale: nel cuore della notte, quando si placa l’heavy rotation delle hit del momento, capita spesso che un algoritmo peschi a caso dagli archivi e faccia risentire At last I am free o Fresh. Questo in definitiva mi sembra il significato del titolo: la Random Access Memory di certi imprinting musicali. Forse non sarà la memoria di tutti, ma è quella di molti. La sottile malinconia che pervade l’album e i non pochi momenti cheesy, le apparenti cadute di stile, sono studiati con perfido calcolo e sono un chiaro invito a lasciarsi andare. Occorre ascoltare senza pregiudizi snob, senza autocensure. Allora, e solo allora, la bellezza di Random Access Memory diventerà chiara, e forse ci si potrà persino commuovere, lontano dal dancefloor, nella propria stanza.

*Dieci giorni fa, ahinoi, se n’è andato anche il grande tastierista George Duke. Era il cuore della mia band preferita di Zappa, quella di One Size Fits All. Lo ricordo qui, e il motivo sta nell’intro della sua I love you more 

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Claudio Rocchi 1951-2013

Ciao Claudio, buon volo…

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Franca Rame 1929-2013

Mi ritorna in mente una canzoncina che mi cantava mio papà quando ero bambino: “io c’avevo una nonna matta/che allevava gatti di pezza/li allevava su una terrazza/una terrazza in riva al mare…”. Ho sempre preferito Franca a suo marito.

[Attenzione, questo pezzo fa male]

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