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I Cesaroni e la meritocrazia

La questione è se e in che misura, nell’ambito dei prodotti culturali di massa, la legge della domanda e dell’offerta e (quindi) la macchina del marketing siano sempre in accordo col criterio meritocratico. La meritocrazia è riconosciuta a parole da tutti come uno degli ingredienti fondamentali della ricetta per far ripartire il Paese e, se ho capito bene, in un regime di meritocrazia, i migliori sono premiati. Per brevità e semplicità, escludo dal discorso l’editoria, ché altrimenti toccherebbe infilarci nel ginepraio di questioni come la scarsa attitudine alla lettura degli Italiani, il problema della trasmissione della cultura o – Dio ce ne scampi – quello dello statuto letterario dei testi. Lascerei stare anche l’arte contemporanea e il suo mercato, cui ho accennato altrove su questo blog. Mi riferisco quindi principalmente all’industria dell’intrattenimento (tele)visivo, della quale il cinema è ormai appendice sia sul piano estetico che su quello produttivo. Riassuntino:  la televisione commerciale – cioè tutta la televisione, compreso il cosiddetto “servizio pubblico” della TV di Stato – esiste per piazzare le merci attraverso la pubblicità. La TV è «quella cosa che succede tra uno spot e l’altro», e quello che succede tra uno spot e l’altro lo scrivono gli autori televisivi, di gran lunga i meglio retribuiti tra i laureati in materie umanistiche o in scemenze della comunicazione.

Sono troppo giovane per poter rimpiangere i programmi RAI degli anni ’60, e conoscendo un po’ la parabola della commedia all’italiana, non mi pare che il nostro cinema di consumo fosse proprio un modello di qualità. E tuttavia, un Totò costretto a girare dieci filmetti all’anno, scritti con la mano sinistra dai vari Metz e Marchesi, era pur sempre il Principe De Curtis, usato da alcuni dei nostri più grandi autori comici. No, è davvero difficile tentare paragoni tra il cinema del boom e la quantità enorme di spazzatura prodotta in funzione del mercato pubblicitario televisivo. A questo punto interviene generalmente qualcuno a ricordarmi che «ora c’è la Rete, i contenuti te li crei tu», «la tv è in declino, i giovani non la guardano», e che il mercato pubblicitario ha perso un terzo del fatturato in questi anni di crisi. Vero, ma dalla crisi prima o poi – in piedi o distesi – usciremo e non farei previsioni affrettate sulla morte della televisione. Personalmente non credo che la tv generalista potrà scomparire tanto presto. Al di là del fatto che siamo un paese di anziani, mi pare evidente che la visione contemporanea e condivisa (di una partita della Nazionale, di una serie televisiva, di un reality) sia uno degli elementi chiave della pubblicità, se parliamo di merci non individual-oriented, come il detersivo, il Parmigiano, le spugnette per togliere le croste dai fornelli. Esiste un tendenza alla cosiddetta “coda lunga“, ma ristretta alla sola industria culturale, e non so quanto destinata a prevalere. La stessa diffusione dei social network è alimentata dal bisogno/desiderio di condivisione dei giudizi su questo o quel prodotto di intrattenimento. Mi pare che l’hashtag #Cesaroni, ai primissimi posti nelle tendenze di Twitter (social prediletto dai salariati dell’industria culturale, peraltro) dica già tutto.

Si torna sempre all’adagio dei miliardi di mosche che, in fondo, «non possono essersi tutte sbagliate», e si torna a pensare con una certa tristezza al nostro declino anche nel campo delle storie raccontate sullo schermo, al fatto che in Italia da almeno vent’anni non si produca nulla di lontanissimamente paragonabile non dico alle tre serie di Heimat di Edgar Reitz (uno dei capolavori del cinema a cavallo del millennio, prodotto per la televisione, non senza problemi), ma nemmeno a certi ottimi prodotti HBO. Resta la domanda iniziale, la quale chiama altre domande che abbiamo fatto mille volte, e alle quali forse è meglio non rispondere, perché ne va del senso di tutta la baracca in cui viviamo da decenni: chi scrive per la televisione è soggetto o no alla meritocrazia? Il “merito” ha a che fare in sé con la qualità dei prodotti? La “qualità” è decisa sempre e unicamente dal pubblico? Quella tra l’autore della fiction immonda e l’inserzionista è lo stesso tra il manager e i suoi azionisti? È giusto che un ricercatore di biochimica impegnato nella sintesi di una molecola antitumorale possa guadagnare meno – molto, ma molto meno – di uno degli autori dei Cesaroni, in virtù del numero di contatti col potenziale compratore di spugnette per togliere le croste dai fornelli?

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Il Capitale Umano

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Dovendo scegliere un qualche punto dello Stivale in cui trasferire la storia di Human Capital di Stephen Amidon, Paolo Virzì ha scelto la Brianza. Poteva scegliere altrimenti? La Brianza ricca ed «operosa», certo, ma anche «velenosa», da tempo entrata – a torto o a ragione – tra gli stereotipi del nostro cinema e della nostra letteratura in quanto luogo geografico di massima concentrazione dell’arroganza connessa ai quattrini. Ma lasciamo subito da parte la polemica sciocchina, coi brianzoli che si offendono, con sindaci scemotti e la stampa filisteo-padana che riscoprono un orgoglio un po’ afrikaaner, per così dire. Prima di tutto, sbaglia chi immagini Il Capitale Umano come riproposizione dei cliché della commedia all’italiana (allo stesso modo, è del tutto fuorviante liquidare La Grande Bellezza come tentativo di riprodurre La dolce vita). Evitando con cura le recensioni prima della visione, io stesso mi aspettavo una satira sui ricchi viziati, sul declino del Paese, mi aspettavo un buon canovaccio all’interno del quale far gigioneggiare i soliti grandi attori (che non gigioneggiano e sono tutti bravissimi). Una commedia nera à la Dino Risi, giocata un po’ sull’odio di classe, con in testa un sovrano disincanto ai limiti del nichilismo. Una Brianza come la si vede ne Il vedovo, per intenderci.  E invece no, quello che ho visto è un grande film sul Male. Il tema del denaro c’è, e non potrebbe non esserci, ma invece di una reprimenda sul suo “potere corruttore”, il film ci ripete una verità semplicissima: la ricerca della felicità attraverso la ricchezza è destinata a fallire, se per “felicità” intendiamo il superamento della limitatezza umana, la vittoria sul Caso, la negazione del proprio vero Sé.

La storia in effetti parla degli sforzi compiuti dai personaggi per reprimere sé stessi, la propria sensibilità e le proprie inclinazioni, come nel caso di Carla (Valeria Bruni Tedeschi, a mio avviso la migliore sullo schermo), o per tentare rischiose scorciatoie in un contesto ricco ma in declino, pluralista ma classista, nel quale la mobilità sociale, quando c’è, è piena di lati oscuri. Dino (Fabrizio Bentivoglio), l’agente immobiliare – la classe media – che rischia tutto per poter mangiare allo stesso tavolo di Giovanni (Fabrizio Gifuni), lo squalo della finanza. La figlia di Dino e il figlio di Bernaschi frequentano la stessa scuola privata, sono stati assieme, ma si lasciano, e compare Luca, il proletario, lo sfortunatissimo marginale, in fondo attratto dal mondo da cui è escluso. Gli adulti andranno in cerca di guai, lo stesso faranno gli adolescenti e qualcuno morirà, ma non sarà nessuno di loro.

Leggo che per molti il film avrebbe come “un’aria” non italiana, internazionale. L’origine americana della storia lo spiega, in parte. Vi si ritrova il tema protestante del successo individuale come segno della predestinazione alla salvezza, ma si tratta di una sorta di calvinismo senza alcuna Irresistibile Grazia. Di fatto, il plot spiazza non poco chi si aspetta qualche morale consolatoria: il personaggio più detestabile non si macchia di colpe evidenti, il colpevole è davvero colpevole, anche se moralmente più integro, e chi lo denuncia, l’uomo qualunque vinto dall’ambizione, lo denuncia per danaro. Tutti hanno qualcosa da farsi perdonare, nessuno è immacolato, e, come nei complicati intrecci del mercato finanziario, per cui attorno a un singolo debito si agitano innumerevoli attori diversi, da chi s’indebita per comprare quote di quel debito, a chi scommette sul fallimento del debitore, così i vari carichi morali portati dai personaggi, per tutto il film sempre sul punto di esplodere tragicamente, sembrano alla fine ricomporsi in un finale non univoco, in un equilibrio ambiguo. Non c’è catarsi, non c’è vera giustizia, lo spettatore torna a casa con qualche contraddizione intatta. Ma qualcuno, nelle storie, deve pur pagare. E chi ha pagato veramente, il capro espiatorio attraverso il cui sacrificio la comunità può andare avanti, altri non è che l’anonimo cameriere investito e ucciso. Nella partita di giro – finanziaria e morale – della storia, il saldo finale corrisponde ai duecentomila euro pagati dall’assicurazione. Tanto valeva la sua vita, così ci ricorda il tristissimo payoff che si riallaccia al titolo. 

Quello che più mi ha colpito è la qualità della sceneggiatura. Non ho letto Amidon e non so quanto la struttura a flashback provenga direttamente dal romanzo, in ogni caso rendere sullo schermo strutture narrative che sulla pagina funzionano benissimo non è affatto semplice. Il merito di Francesco Piccolo e Francesco Bruni, che hanno scritto il film assieme a Virzì, consiste nel non indulgere mai agli aspetti macchiettistici dei personaggi. Il realismo è sempre misurato, è il procedere serrato della storia a prevalere e l’impressione (una di quelle impressioni che distingue il grande cinema dal cinema così così) è che non ci siano fotogrammi sprecati. In chiusura, potrei spendere qualche parola anche sui critici rosicanti, ma che senso avrebbe? Per la polemica spicciola c’è sempre Twitter. Ciò che conta è che, con film come questo (e La Grande Bellezza, che nei giorni scorsi ha portato a casa un Golden Globe), il cinema italiano dimostra di avere di nuovo la capacità di uscire un po’ dalla provincia, magari proprio quando racconta la provincia.

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E’ tutto finito

paolinizalone

Mi hanno detto che di teatro o di cinema d’autore non si campa. Non è quindi uno scandalo fare anche altro: gli spot del detersivo, Un posto al sole, la comparsata nelle trasmissioni comiche, ecc. Lo si è sempre fatto. Quando uno è giovane, è una necessità alimentare. Quando uno è già affermato, può servire a raccogliere risorse per nuove produzioni. Che c’è di male nell’attingere agli straordinari incassi di una commediola? Tutto giusto, tutto condivisibile. E allora come mai mi sento soffocare?

Nel film c’è un suo cameo alla Hitchcock.
«Si appaio trenta secondi all’uscita dalla scuola elementare, con mio figlio più piccolo. E la scuola si chiama come mia moglie, Margherita Ricci».

Invece l’aspirapolvere come la figlia di Zalone, Gaia. Questo film è un «people placement»!
«Quella scuola è particolare perché nella realtà è la sede la facoltà di Scienze politiche di Padova, presso cui insegnava il professore Toni Negri, autore di un libro straordinario come Arte e Moltitudine. Il mio è stato un piccolo tributo al professore».

(dall’intervista di «Vanity Fair» a Gennaro Nunziante, regista di Sole a Catinelle)

Il post-operaista paraculo no, non lo posso sopportare.

Che cosa abbiamo fatto di male per meritarci questo?

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Tesissima Repubblica

pugni

Battaglia sul Ponte dei Pugni tra veneziani e turisti, estate 2013

Cuperliani, Civatiani, Renziani, Pittelliani…e chi lo sa? Non credo affatto che le etichette correntizie servano a descrivere l’impegno dei Giovani Democratici in questo periodo difficile. Devo ammetterlo, questi ragazzi sono davvero in gamba. E’ forse soprattutto grazie al loro entusiasmo se il PD veneziano ha organizzato, tra settembre ed ottobre, una serie di incontri centrati sui problemi e le prospettive di una città tanto bella e tanto complicata. Ieri sera si è parlato della Giudecca (“da isola operaia ad isola della cultura”) e il vostro affezionatissimo blogger era presente, sia in qualità di iscritto al Partito Democratico che di rompicoglioni patologico, spinto da quel benedetto amore per la polemica che ogni giorno mi aiuta ad alzarmi dal letto.

La platea era grosso modo divisa in tre categorie: alcuni amici residenti sull’isola, impegnati da anni nell’organizzazione di un festival delle arti autogestito, incazzati per la scarsa attenzione dell’assessorato, i professionisti della cultura (teatro, danza, musica) che hanno visto calare di anno in anno il sostegno pubblico alle loro attività, e infine i cittadini veneziani genericamente intesi, resi isterici dalla pressione dei venti milioni di turisti che ogni anno calpestano le pietre della Serenissima. Invocando la mentalità d’impresa per le attività culturali mi sono inimicato artisti e direttori artistici (il che è già un buon risultato), ma il lavoro più grosso l’ho fatto rispondendo per le rime a chi ormai considera i turisti peggio delle pantegane.

Non sono tra i sostenitori di Angela Vettese, e in questa particolare occasione ero uscito di casa già sul piede di guerra. Per l’esattezza, avrei voluto contestare proprio le deboli politiche dell’amministrazione comunale, rappresentato dall’assessore Vettese (deleghe al turismo e alla cultura), in materia di gestione dei flussi turistici. In buona sostanza, Angela Vettese propone di usare una nuova segnaletica e una nuova cartografia per deviare le mandrie di visitatori verso le zone meno battute della città. Probabilmente nulla di tutto ciò andrà a buon fine e i nuovi itinerari aumenteranno la pressione turistica sulle zone periferiche della città storica (tra le quali la Giudecca, isola in cui vivo), senza diminuirla a S.Marco e Rialto. Ma non è questo il punto.

Confermo a chi non mi conosca che a me il turismo senza governo infastidisce quanto a chiunque altro e che la vista di Venezia ridotta a theme park mi fa soffrire. L’ho scritto qui, più volte, ricordando che le responsabiità maggiori sono attribuibili proprio al centrosinistra veneziano, che negli ultimi vent’anni ha governato la città senza governarla davvero, senza avanzare proposte forti, senza garantire la trasparenza e la correttezza dei processi urbani, senza offrire una vera contropartita alla cittadinanza assediata dalla monocultura turistica. Sarebbero serviti degli incentivi alle nuove attività (qualcosa in più dei due incubatori per start-up pagati con fondi UE), uno snellimento della burocrazia comunale per vie lecite (non a suon di mandole), un piano serio di social housing (possibilmente senza regalare alcunché a Caltagirone), in modo da frenare l’esodo dei residenti dalla città storica, dei servizi davvero efficienti, garantiti da aziende gestite in modo non clientelare, i cui dirigenti non fossero nominati perché in quota a questo o quel partito. Tutto questo avrebbe reso l’invasione turistica maggiormente sopportabile. Ora è forse troppo tardi e purtroppo nemmeno le responsabilità politiche risultano chiare al cittadino medio.

Siamo già alla fase del capro espiatorio, individuato nel visitatore, proprio perché raggiungibile fisicamente. Quella prossimità fisica che è la fonte del disagio e quindi diventa bersaglio di una reazione che in questi ultimi anni assume tratti preoccupanti. A Venezia, magica città in cui le cose funzionano in modo così diverso dal resto del mondo, capita di vedere vecchietti senza creanza che mettono le mani addosso a giovani silenziosi, colpevoli di ostruire le calli, imbambolati di fronte alle meraviglie della città. Si cominciano a sentire gli autoctoni dare indicazioni sbagliate nel tentativo puerile di allontanare i turisti. Scene che riescono a rovinare la giornata ad una personcina sensibile e ammodo come il sottoscritto, che poi si ritrova a difendere l’assessore Vettese contro i cittadini indignati.

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Carlo Naya, veduta da S.Giorgio

Il problema di fondo che sembra sfuggire a tanti veneziani intolleranti al turismo rimane quello economico. La prospettiva di essere condannati a fare i figuranti di un parco a tema (“a che ora chiude Venezia?”) non è allettante per nessuno. Ma come si campa, nella città più bella del mondo (ed una delle più care d’Italia?). Noi che non abbiamo ancora raggiunto l’età della pensione e non abbiamo figli ben sistemati in altri luoghi, che cosa ci possiamo inventare oltre a far mangiare, bere, sollazzare e dormire gli ospiti del mondo globalizzato? Fosse per me, a Venezia si produrrebbero ancora oggetti. Artigianali e industriali. Non solo maschere, che comunque per la maggior parte sono made in china come il 99% dei manufatti che teniamo in casa. A Marghera si farebbe ancora la plastica (nessuno dovrebbe restarci secco, però), alla Giudecca si produrrebbe ancora la Birra Venezia, alla Scalera si girerebbero i film di Sorrentino e all’Arsenale si costruirebbero non più solo velieri, ma raffinatissimi apparati nanotecnologici. Per non parlare degli infiniti oggetti immateriali che viaggiano lungo la rete (in una città che da dieci anni aspetta di essere connessa in modo decente). Tutto questo rimane un sogno, per varie ragioni, al di là delle chiacchiere. E dunque, ripeto, come si campa? Lo chiedo a una signora inviperita che borbotta dietro di me: come si campa, visto che l’industria chimica è morta, come si sposta un po’ di turismo dal centro, creando altre attività nell’immediata terraferma? L’idea della torre di Cardin, così impopolare in città (oltre che nell’empireo dei nostri più raffinati intellettuali engagé), mi aveva affascinato, la vedevo come il possibile jolly, la matta da giocare per cambiare tutta la partita. Quella torre non si farà, forse è meglio così, chi lo sa. Ma ieri sera ho finalmente sentito l’opinione della pancia della città su Pierre Cardin, l’opinione della Venezia profonda e reazionaria (che magari vota da sempre a sinistra), della Venezia patrizia e popolare allo stesso tempo, nostalgica di una storia parziale e imparaticcia, incapace di accettare una decadenza che dura da tre secoli. Bene, il giudizio della signora su Cardin è il seguente:

«Pierre Cardin è un contadino! Un contadino arricchito, noi i veneti li conosciamo, lo sai anche tu, dai».

Ma certo che lo so. Oltre ad essere “campagnolo” (in vernacolo veneziano, chiunque sia nato al di là del Ponte della Libertà), risulto essere addirittura montanaro, e questi contadini li conosco bene, è vero. Erano i miei nonni.

Viene il turno di un signore che si lamenta del b&b sotto casa, e sostiene che l’industria turistica di Venezia non avrebbe alcun legame con i Veneziani. La negazione raggiunge livelli insospettati. E quindi i padroni dei b&b, chiedo, sarebbero tutti stranieri?

«Ma no stranieri! vengono da fuori

Da fuori. Fuori dove? Da Mestre?

E pensare che la Venezia che sta nei cognomi di tanti veneziani e nelle mie fantasticherie di flâneur era quello che era proprio grazie alla gente venuta da fuori: fiorentini, bergamaschi, napoletani, dalmati, greci, ebrei spagnoli, armeni, tedeschi, albanesi e tanti altri foresti. Persino qualche furlan.

Un nostalgico quanto aggressivo iscritto PD settantenne rimpiange i fasti della Serenissima, o anche soltanto il turismo d’élite di qualche decennio fa, quello ritratto in Morte a Venezia o in Tempo d’estate:

«Abbiamo dominato il mondo [sic], non siamo capaci di fermare i turisti? Il turismo di una volta era migliore, c’era gente di un certo livello, mica come questi ignoranti che mangiano in giro, sporcano, è uno schifo, ma cosa è diventata questa città?!?»

summertime

Katherine Hepburne e Rossano Brazzi in ‘Summertime’ di David Lean (1955)

Qualcuno finalmente adopera il sostantivo d’obbligo in questi casi:

«Bisogna tenerli fuori, questi barbari».

Benissimo. E in che modo si discriminerebbero i barbari dai visitatori civilizzati? Chi farà la selezione, e su quali basi? Occorre essere consapevoli, ha ricordato la Vettese, che negare alle gite scolastiche o alle famiglie a basso reddito l’ingresso a Venezia – perché questo sarebbe il risultato di qualsiasi politica implicante il numero chiuso, un pedaggio d’ingresso o simili – vorrebbe dire operare una selezione per censo. Vorrebbe dire, sintetizzo io, essere apertamente classisti. Il che non mi sembra esattamente la caratteristica ideale di chi appartenga a un partito di sinistra, ecco.

Il dibattito per ora finisce qui e mi lascia una certa amarezza, ma anche la voglia di impegnarmi, di vincere il nichilismo in cui io per primo tendo a cadere, quello dell’illustrissimo Massimo Cacciari, per il quale «soluzione non v’è». Non esiste Soluzione, ma tanti piccoli rimedi. Viviamo in un mondo complicato e la complessità è una gran rottura di palle. Di questo si occupa la politica, dell’arte della mediazione e dei rimedi possibili. di questo si occupa il Partito Democratico, anche se non sempre gli riesce bene.

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Il peggio è l’Italia

Un sabato mattina d’agosto, a bordo di un aliscafo che da Lussinpiccolo ci dovrebbe riportare a Venezia. Il condizionale è fuori luogo al momento della partenza, ma diventa utile dopo un’ora di traversata. C’è mare grosso e le hostess iniziano a distribuire i sacchetti di carta – che ogni volta mi riportano alla mente Tognazzi in Amici miei – atto III. Si balla parecchio e, dopo una spanciata più forte delle altre, vedo il comandante correre a poppa per controllare lo scafo. Ancora qualche minuto e viene annunciato il cambio di programma: a causa delle cattive condizioni meteo nel nord Adriatico, l’aliscafo attraccherà a Pola, da dove alcuni pullman ci porteranno a destinazione. Molti passeggeri cominciano a imprecare pensando alle loro coincidenze di treni ed aerei. Ci sono americani di ascendenza lussignana, francesi e scandinavi che perderanno il volo di ritorno. Eppure sembrano reagire col minimo sindacale di compostezza e di razionalità che la situazione richiede. E’ la Natura, baby, non ci puoi fare niente.

Gli unici rompicoglioni – ma che ve lo scrivo a fare? – sono gli Italiani.

La prima fase è quella della chiacchiera. I più rielaborano le scarne informazioni in loro possesso, in modo che, nel giro di cinque minuti, ogni passeggero italiano abbia la sua versione personalizzata dei fatti.

«Il peggio è il Quarnaro, chi naviga lo sa, da qui in poi il mare è calmo»

Una sorta di Nostromo padano, serafico dietro ai suoi occhiali da sole, si inserisce nella conversazione dei nostri vicini di posto:

«Il peggio è il Quarnaro, questi fanno come Alitalia che cancella i voli per risparmiare»

La tesi è quella per cui la compagnia ci starebbe fregando. Siccome a a navigare col mare «un po’ mosso»  si consuma più carburante e i passeggeri sono pochi, la compagnia avrebbe deciso di interrompere qui il viaggio e caricarci sui pullman. Vorrei intervenire con qualche dato in mio possesso ma M. mi dà di gomito, implorandomi di lasciar perdere.

«Il peggio è il Quarnaro. Certo, se uno i gradi li ha presi a terra…»

La possibilità che il capitano croato possa agire diversamente da Schettino (vergogna di una marineria che è stata la migliore del mondo, diciamolo ancora) e voglia preservare prima di tutto l’incolumità di passeggeri e vascello non è contemplata dal nostromo padano. E siccome il capitano sta al suo posto, sono le hostess a dover subire i tiramenti dell’italiano in vacanza. Non c’è rimedio. Al di là del ceto di provenienza, gli italiani in vacanza esprimono al meglio la loro cultura nazionale, una perfetta mistura di feudo borbonico e asilo infantile. Deboli coi forti e forti coi deboli, disprezzano il lavoro – e, sempre, la persona – di chi li serve, cameriere, capitano, portiere d’albergo o autista che sia. Pretendono poi di insegnare il mestiere altrui e rispondono a qualunque tentativo di accontentarli con ancora maggior aggressività, certi che si tratti di un tentativo di fotterli. L’italiano vede infatti fregature ovunque posi il suo sguardo distratto, perché sa quanto a casa sua la truffa sia la regola. A casa sua, tuttavia, accetta la situazione di buon grado («Il mondo è tondo e chi non sta a galla va a fondo», ripeteva ancora Tognazzi in un memorabile episodio de I mostri), così di buon grado da aver eletto per vent’anni il truffatore in chief, appunto l’italiano quintessenziale, l’incarnazione dello stereotipo nazionale. Ma all’estero – presso genti che spesso nemmeno parlano l’italiano, oi barbaroi – no, non accetta di essere fregato, e non fa alcuno sforzo di distinguere la sfortuna dal dolo altrui. Se la truffa è solo immaginata, l’italiano approfitterà dell’occasione per sfogare su qualche incolpevole le fregature subite in Patria.

«Il peggio è il Quarnaro», sento ripetere altre sedici o diciassette volte nello stesso tono di compiaciuto cinismo. L’autoproclamatosi lupo di mare verrà poi smentito da altri passeggeri, dopo qualche telefonata: bora a 65 nodi in mare aperto, marine chiuse. Peccato averlo perso di vista, mi sarebbe piaciuto sentirgli commentare la notizia. (Altra caratteristica nazionale, questa elevata a regola aurea: mai ammettere di aver avuto torto, mai, nemmeno sotto tortura. Mai concedere una smentita, mai e poi mai). Ma che importa, in fondo? All’italiano in vacanza tutto è dovuto, soprattutto l’impossibile.

All’arrivo a Pola, in dieci minuti il trasbordo è fatto. Col cambio di mezzo la situazione umana, se possibile, peggiora. Si crea una fronda degli italiani che chiedono rumorosamente di essere scaricati a Mestre, e non in Stazione marittima a Venezia. (L’Italiano riesce sempre a chiedere cose giuste nei modi più sbagliati). Sul pullman ci sono almeno tre famiglie di non italofoni (oi barbaroi!) che chiedono che cosa stia succedendo, ma non importa, cazzi loro, imparino la nostra lingua, quella di Alighieri e di Briatore. Un simpaticissimo (vogliamo negare che gli italiani siano simpatici?) quarantenne meneghino che ricorda il Mauro di Francesco di Sapore di Mare (dotato però del grano) si improvvisa animatore tra il gruppo dei più chiacchieroni, trasformando il viaggio in una sorta di gita scolastica, per la gioia dei vicini di posto. Le periodiche molestie all’autista («ma perché non va di qua? Ma perché ferma qua? Oh, ma che antipatico!») si alternano a quel po’ di cabaret in cui l’italiano eccelle. Tutto questo per quasi cinque ore di viaggio.

Come in ogni commedia ben congegnata, non può mancare il climax comico finale. A non più di trecento metri dalla stazione di Mestre, quando ormai è chiaro che la fronda padana è stata accontentata, la moglie di Maurino, rimasta fino a quel momento silenziosa (e sola, essendo il marito impegnato nell’animazione del gruppo) inizia a gridare all’autista in preda ad una crisi isterica:

«Stop heeeere, stop heeeere, why don’t you stop heeeere!!!!»

La fronda padana si associa e diventa una canea assordante, chiedono di scendere come se il pullman stesse andando a fuoco. Volano i “vaffanculo” e gli “stronzo” al povero autista, che cerca si spiegare come non abbia senso piantarsi in mezzo ad una strada a due corsie, alla fermata degli autobus urbani, per scaricare venti persone e relativi bagagli, quando la stazione è dietro l’angolo. Arrivati al parcheggio degli autobus sono ancora tutti convinti di aver dirottato il pullman a forza di strilli («oooh, lo vedi che l’hai capita, finalmente»). Andranno a prendere i loro treni e sperabilmente non li rivedrò più. Sperabilmente, in particolare, non rivedrò più il simil-Mauro di Francesco, che prima di scendere dà un’altra prova della sua simpatia:

«Son solo contento che questo qui [l’autista] adesso si becca le code al ritorno e arriva a casa stanotte. Godo.»

All’arrivo a Venezia azzardo uno hvala (‘grazie’) un po’ imbarazzato al disgraziato che si è dovuto sorbire una simile banda di stronzi per cinque ore e noto che almeno un altro passeggero, credo scandinavo, va a stringergli la mano ringraziandolo, credo più per lo spirito di sopportazione che non per la guida in sé.

Ecco, direi che i tempi sono maturi per mettere in atto la vecchia proposta.

Voglio il protettorato scandinavo sull’Italia.

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La Grande Bellezza, senza paura

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Più che una recensione, la mia vuole essere la difesa appassionata e faziosa di uno dei miei registi preferiti. Siamo alla seconda volta. La prima fu quando su Nazione Indiana Giuseppe Zucco definì This must be the place nientemeno che “film nazista” e mi sentii in dovere di intervenire (nel thread di commenti, qui). Su La Grande Bellezza, simmetricamente alle grandi, forse troppo grandi, aspettative, si sono scatenate critiche spesso feroci, operate da tre categorie principali di individui:

La prima categoria è quella dei rosiconi. L’odio per il «già visto» e il «già fatto» da parte di chi ha poco visto, e di sguincio, e pochissimo ha fatto, salvo appunto rosicare. Sfottere Sorrentino è ormai sport nazionale. All’interno della massa dei rosiconi, troviamo la sottocategoria dei rosiconi plain e quella dei rosiconi coinvolti (per faccende di fazione, di bottega, di invidia, di rancori personali), che qui non possiamo affrontare, non facendo parte «del giro».
La seconda categoria è quella dei critici di professione, dotati spesso di cassette degli attrezzi sorprendentemente limitate. Da noi, il nefasto postmodernismo è arrivato tardi e la venerazione per la neoavanguardia è ancora grande. In questo contesto, un film che citi la Bellezza nel titolo diventa oggetto di stroncature prima ancora di essere visto. La Bellezza è stata espunta dal campionario dell’industria culturale, non è possibile nemmeno più nominarla, a meno che non arrivi dal cinema americano. Nel postmoderno, il testo (letterario o visuale che sia) non è più centrale, non lo si deve, non lo si può più leggere frontalmente, ma di traverso, con la coda dell’occhio, e si ritiene sia meglio impiegare le proprie energie nell’extratestuale. Un’inquadratura curata diventa “leccata”, dialoghi in una lingua alta (cioè media, per gli standard odierni) diventano “pretenziosi” o “ridicoli”, e ogni infrazione alla regola PoMo viene fatta ricadere nella vituperata categoria dell'”estetizzante” – in altri regimi si sarebbe detto “decadente”. E’ vero, il cinema di Sorrentino è un cinema estetizzante, come del resto lo era quello di Fellini, al quale Sorrentino ne La Grande Bellezza si ispira dichiaratamente. E’ un cinema barocco, fatto di fughe e di giochi prospettici, in cui la forma dell’immagine è davvero centrale. E forse, al di là delle incrostazioni ideologiche di alcuni critici, conta il lavoro faticoso cui un autore che sfugga ai loro schemi costringe il recensore. Che oggi, in Italia, il formalismo visuale si sposi ai registri del comico, che un eloquio letterario si sposi al grottesco, alla satira, che il casellario dei generi da loro utilizzato diventi inservibile, questo li mette davvero in crisi, i critici («Ci stiamo ancora interrogando sulla sua vera natura», scrive Alberto Crespi su “L’Unità”). Eppure la natura di questo film e di tutto il cinema di Sorrentino sono fin troppo chiare, a mio avviso. Il ritorno ad un cinema-cinema, ad un linguaggio visivo forte, ad un grande dispiego di mezzi in tal senso, altro non è che l’insperata reazione fisiologica a trent’anni di neo-neorealismo intimista (cfr. le crisi di Silvio Orlando, ricombinate in ogni variazione possibile) o del “disagio sociale” (della serie: i primi credono di raccontare gli ultimi). 
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Infine, nella terza categoria rientrano i non prevenuti, con le critiche più puntuali. Non ne ho lette molte finora, se non in forma di commento estemporaneo, qui e lì nella Rete. La Grande Bellezza, si dice, riprodurrebbe i difetti del Fellini post-Otto e mezzo, del Fellini senza Flaiano. Un cinema, cioè che si consuma nella sua opulenza visiva, arma pericolosa nelle mani di un narciso megalomane. Non sono d’accordo. Lo sguardo di Sorrentino nella Grande Bellezza non sta solo nei complicati movimenti di macchina e nelle inquadrature pittoriche (e onestamente, rispetto ai suoi film precedenti non mi pare che abbia calcato ancora la mano). Sta nella disponibilità a trovare la bellezza presente nelle pieghe del quotidiano. E’ negli sguardi di Jep, che ritrova frammenti casuali di Bellezza in qualcuno che raccoglie le arance in un giardino nascosto, o nei bimbi che giocano con una giovane suora, nel microcosmo ecclesiastico che circonda la sua abitazione di privilegiato. In questi brevi scorci si dichiara il timido tentativo del protagonista di sfuggire alla gabbia che si è costruito da sé; è questo in definitiva il pretesto narrativo del film. Jep Gambardella – il solito meraviglioso Toni Servillo – è l’uomo fortunato che teme la vecchiaia e la morte, il creativo che non crea più, l’uomo sensibile che tiene accuratamente lontani i sentimenti, per non soffrire, perché gli è sembrato una volta di incontrare la Grande Bellezza, nei seni del suo primo amore, e poi basta, solo umane miserie. Il resto, si potrebbe dire, è décor, ma sul décor fatto di idee e persone e situazioni, elitarie e non, Arbasino (eccolo, il neoavanguardista sui generis) ha scritto grandissime pagine. Un film non è un libro, si dirà, e né Sorrentino né Contarello, coautore della sceneggiatura, sono Arbasino. E quindi?

I problemi più evidenti hanno in effetti a che fare la ridda di personaggi che popolano il film e coi rapporti che li legano. La materia è tanta e a volte dà l’impressione di sfuggire via. Qualche figura è solo tratteggiata, altre sono date come centrali e poi abbandonate un po’ frettolosamente. In questo senso, Verdone mi è parso sprecato, come anche una Ferilli davvero sorprendente (per inciso: è sempre un gran tocco di donna. Chi ha fatto notare le smagliature è un poveraccio). Ma in fondo anche questo fa parte di qualsiasi racconto dell’oggi, in cui tutto è pubblico, visto, ripreso e reso ‘social’, e tutto si consuma in gran fretta, warholianamente, tutti sono divi e non c’è più alcun divo, all’opposto che nella Roma felliniana del ’60.

Si dice che spesso sia più facile ricavare buoni film da pessimi libri. In questo caso il libro della Roma contemporanea si chiama Dagospia, e più che una raccolta di cronache mondane, è appunto un “romanzo”, già prevalentemente visuale, un fotoromanzo d’appendice, per così dire. Portarlo sullo schermo non deve essere stato facile.

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Trovare le differenze e le invarianti principali tra i contesti raccontati da Fellini e da Sorrentino è un esercizio automatico (come la spinta a rivedere al più presto La Dolce Vita): Un Paese in crescita, che scalpitava lungo steccati sociali e culturali ancora molto alti e in cui esisteva una censura effettiva, da una parte. Un Paese in declino e disgregato, in cui un’estrema libertà di linguaggio e l’accesso totale all’informazione si accompagnano a nuove povertà e ad analfabetismi di ritorno, dall’altra. Anche le élite sono diverse, ma non poi molto. La mia chiave personale per capire la Grande Bellezza l’ho ritrovata nella scena della visita notturna ai palazzi della nobiltà romana – citazione felliniana solo apparente. Bisogna andare oltre al confronto con la Roma del ’60 e tornare indietro di qualche secolo, al Cinquecento e al Seicento. Anche allora le élite tenevano feste e balli, e consumavano vizi identici ai nostri, ma, per citare la memorabile battuta di Welles ne Il Terzo Uomo, «In Italy for 30 years under the Borgias they had warfare, terror, murder, and bloodshed, but they produced Michelangelo, Leonardo da Vinci and the Renaissance». E’ così, la corruzione della Roma papalina ha prodotto una bellezza che è rimasta e, si spera, resterà ancora a lungo. Che cosa ci lascerà l’odierno universo cafonal dei politicanti, della nobilità nera decaduta, dei palazzinari resistibilmente ascesi alla notorietà, degli intellò invitati ai loro party e di tutto il codazzo dei loro servi e dei corpi in vendita? Un bel nulla. Quel nulla su cui Flaubert voleva scrivere un romanzo, senza riuscirci, come ricorda Jep, che vi ha rinunciato a sua volta.
A proposito dell’extratestualità. Permettetemi di ringraziare qui le due tritacazzi radical-chic, riconoscibili dal birignao e dall’abbigliamento (e probabilmente facenti parte dello sciame dei biennalisti che infesta Venezia in questi giorni, alla ricerca delle vibrazioni d’artista senza il disincanto e l’ironia di un Jep Gambardella). Le due signore hanno regalato a me e alla mia dolce metà un commento live del film, rendendo indecifrabili alcuni dei dialoghi più fitti e sottolineando i momenti di silenzio descrivendo le scena a voce alta, forse ad uso dei non vedenti presenti in sala. Ecco la perla di una delle signore tritacazzi, riferita a Servillo:
«Parla un buon napoletano, però.»
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Forma, còlor e composìscion

Francesco Vezzoli

Francesco Vezzoli

Capitandoci unicamente nel corso di tormentate sessioni di zapping serale, non immaginavo che persino in un contenitore di stronzate come Mtv rimanesse lo spazio per un format intelligente come quello di Pif, Il testimone. L’altroieri è andata in onda la divertentissima prima puntata della nuova serie, dedicata a quel settore dell’artigianato di lusso detto “Arte Contemporanea” (sovrapponibile oggi, grossomodo, a quel cul-de-sac in cui gli artisti si sono infilati un secolo fa: l’arte concettuale). Interessante notare come, in fondo, la maggior parte di quei costosi oggetti d’arredamento, destinati in un paio di lustri a non lasciare traccia, passino in secondo piano nel racconto. Il testimone ironizza bonariamente sulle opere, ma più ancora su quel piccolo Grand Monde di critici, curatori, galleristi e ricche signore le quali dichiarano candidamente che «l’arte è communication». Un mondo in cui il curioso semicolto mette il naso come le casalinghe disperate mettono il naso nelle vite delle principesse. Forse la chiave per capire tutto il contemporaneo sta insomma, banalmente, nella possibilità di «parlare con l’artista». Una certa umanità, con tutti i suoi puttaneggiamenti, con gli onesti, i furbi, i completi imbecilli.

Alcuni dei tipi umani che Pif incontra sono meravigliosamente ridicoli, e in questo per me sta il vero spettacolo dell’arte contemporanea, quello che si inscena nei vernissage e nelle cene. Tra Londra e l’Italia, Pif ci mostra una bella carrellata di personaggi, tra i quali segnalerei in particolare la Signora Napoleone («è tutto riguardo forma, còlor, composìscion») Massimiliano Gioni, direttore della prossima edizione della Biennale di Venezia («non ridefinisce la definizione di opera») e Francesco Vezzoli («club culture-fuggire da Brescia-ho fatto la St. Martin»). Mi associo alla simpatia che Pif nutre per Philippe Daverio, assente ma nominato più volte, detestato dalle ‘ndrine dei critici e dei curatori italioti ma amatissimo da noi ignoranti. Non manca mai, naturalmente, la citazione della memorabile visita di Sordi alla Biennale ne Le vacanze intelligenti, scritto dal fidato Rodolfo Sonego, che tra l’altro, prima di dedicarsi alla sceneggiatura, aveva a lungo fatto parte del giro di Emilio Vedova e Giuseppe Santomaso.

Ah, la fauna delle Biennali. Con quella gente lì, forte del mio mimetismo, mi fingo appassionato evoluto. Ci cascano anche, e mi sorprende trovare gente più ignorante di me, che coi miei bigini arrivo, se va bene, agli anni ’80, e di tutto il resto so quello che raccontano i giornali. Le cagatine di Cattelan, ad esempio, le ho conosciute come tanti quando sono entrate nelle pagine di cronaca. Seguo qualche nome sparso, qualche amico artista, certo. Ma non saprei davvero cosa tiri nel mevcato del contempovaneo oggidì. Per questo, guardando Il testimone, mi concentro sui personaggi che Pif incontra, più che sui pezzi. E tuttavia, giunto al minuto 24:07, mi sembra di scorgere qualcosa di familiare. Eh sì, è proprio il lavoro di Nemanja.

Nemanja Cvijanovic, 'sweetest dream', da crossborderexperience.org

Nemanja Cvijanovic, ‘The sweetest dream’, da crossborderexperience.org

Non credo di avere i mezzi per giudicare l’opera in sé. Non saprei prezzarla, ecco. Non saprei piazzarla. Mi limito a rilevare la pigrizia insita in certi scontatissimi détournement. Ma sono affari di chi se la mette in casa, per eurosettemila. Quello che posso giudicare è il discutibile messaggio che The sweetest dream veicola. E per una volta posso anche dire di aver “parlato con l’artista”. Nemanja l’ho conosciuto cinque o sei anni fa. Per via di certe amicizie, in quel periodo frequentavo  un gruppetto di giovani artisti impegnati a farsi un nome qui a Venezia. Facevo un po’ l’osservatore esterno, il testimone, come Pif (ma senza telecamera!). Mi capitava di discutere dei loro lavori, con alcuni. Con altri, soltanto del più e del meno. Perché un certo tipo di giovane artista, quando è molto convinto di sé, tende ad evitare gli scambi di vedute con i non addetti ai lavori. Ad inizio carriera è bene rendere produttivo ogni pensiero con le persone giuste, senza perdere tempo con il testimone casuale. Se non si sale sul carrozzone, il rischio è quello di doversi trovare un lavoro qualunque. Ma Nemanja era allora già abbastanza cresciutello e scafato. E’ un tipo simpatico e alla mano, che nelle fattezze ricorda un po’ John Belushi. Prima di occuparsi di arte concettuale, realizzava – e forse realizza ancora? – coloratissime tele tra il pop e il realismo socialista. Ne ricordo una con i vecchi despoti del socialismo non allineato, Tito, Nehru, Nasser, e una squadriglia di Mig all’orizzonte. Nemanja si dichiara “comunista e internazionalista” e, come tale, è convinto di un certo numero di stupidaggini che ho ben presente, avendoci creduto io stesso. In più crede – come non pochi altri, soprattutto tra i nati sull’altra sponda dell’Adriatico – che all’origine delle guerre jugoslave vi sarebbe stata una cospirazione ordita dalla finanza europea, in particolare da quella tedesca.

La gallerista intervistata da Pif, povera stella, non è ben informata, e da sola proprio non ce la fa a cogliere il contenuto esatto dell’opera, che pure è chiarissimo. Ci sono dentro l’equazione liberismo=fascismo e la tiritera sull'”Europa delle banche”. Peraltro Nemanja ha spiegato diffusamente il senso del suo osceno parallelo tra Unione Europea e III Reich nel corso di vari incontri e interviste. E vorrei ben vedere: quando decidi di usare la svastica, sei giustamente chiamato a difendere la tua scelta. Che risponde in modo perfetto al principio del massimo risultato con il minimo sforzo. Per l’artista si tratta di monetizzare il potere disturbante di alcuni simboli: è un gioco facile, che le arti e l’industria culturale adottano consapevolmente, da Duchamp in poi. Se la gente si lamenta, vuol dire che la provocazione ha funzionato.

The sweetest dream nel 2005 venne esposta al “Mars Pavillion”, cioè alla bellissima serra dei giardini di Castello, occupata – prima del restauro che l’ha restituita alla città – dai fioi dei centri sociali veneziani, che ne fecero una sorta di contropadiglione esterno della 51a Biennale d’Arte. Tutto bene, senonché non tutti i disobba rientrano nella categoria degli smaliziati artattivisti, e in quell’occasione alcuni di loro sollevarono qualche robusta obiezione rispetto all’opportunità di esporre una svastica in un luogo occupato da antifascisti. Capito? Non contestavano il  paragone imbecille. A loro, giustamente, schifava il simbolo in sé, il cui carico di morte è più forte di qualsiasi operazione di straniamento.

Sui giochetti linguistici che l’arte concettuale compie sui simboli della Storia andrebbe detta un’ultima cosa: nonostante tutte le bubbole sull’artista che vede un po’ più lontano degli altri, quella roba non è “avanguardia” di alcunché. Non rivende nulla che non si possa trovare nei mercatini delle pulci di tutta Europa, stracolmi di insegne che la politica ha fatto sparire in gran fretta. E la politica postmoderna non ha più bisogno di insegne o di simboli, senza i quali è più semplice mischiare le idee e sovvertire i significati, fino a rendere accettabili le bestialità. A titolo di promemoria, vale la pena riportare il giudizio che la neo-capogruppo grillina alla camera, Roberta Lombardi, ha dato del fascismo, il quale, a suo avviso, «[…] prima che degenerasse aveva una dimensione nazionale di comunità attinta a piene mani dal socialismo, un altissimo senso dello stato e la tutela della famiglia». 

(E l’ho buttata in politica anche stavolta).

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Oggi si vota

E son dieci anni esatti senza Alberto Sordi

 

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«Sembri proprio un ebreo»

Il film è uno dei più belli di Losey (e di Alain Delon, nel suo periodo migliore), straordinario nel trattare il tema della Shoah in modo obliquo, intrecciandolo a quello dell’identità e del Doppio. La sequenza iniziale, che avete trovato qui sopra (grazie all’utente yt educaciònsentimental), continua a raggelarrmi, ogni volta che la vedo. Sulla questione dei tratti somatici avrei una serie di aneddoti piuttosto interessanti che mi riguardano direttamente. Prima o poi ve li racconto – oggi no.

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