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Una certa stanchezza

Dev’essere un fatto di carattere. Ho sempre avuto l’animo del mediatore, di quello che nelle liti cerca di far dialogare le parti contrapposte, all’insegna dell’«avete ragione tutti e due ma insomma discutiamone, ci sarà pure un punto d’incontro». I più trovano ammirevole una simile inclinazione, che tuttavia nella pratica non sempre ottiene gli effetti sperati. La volontà di mediare a tutti i costi rivela soltanto la propria irresolutezza, o il fatto che il proprio interesse non coincida con il bene dei due contendenti. A volte la mediazione a oltranza è una forma di negazione della realtà, perché se è vero che il dialogo è sempre possibile, non sempre la possibilità coincide con la volontà. E tra le libertà esiste anche la libertà di rifiutare il dialogo.

Hamas ha rifiutato la tregua con Israele, puntando ad un intervento di terra che faccia salire la conta dei morti civili. Questo è il risultato che cerca. Cifre a tre zeri, martirio, riprovazione internazionale dell'”entità sionista”. Israele è in trappola, perché non può sopportare di essere bersagliata da razzi la cui gittata copre ormai metà del suo territorio. Nessuno di noi lo sopporterebbe. Iron Dome funziona, a quanto pare, al 75%. Troppo poco, per uno Stato che tiene veramente alla vita di ogni suo cittadino. (Di uno Stato che persegue le bestie che hanno bruciato vivo Mohammed Abu Khdeir, e che cura nei propri ospedali i feriti più gravi di Gaza, sempre che Hamas consenta loro di attraversare il confine, e che con le sue centrali fornisce elettricità al nemico). Questa è la differenza fondamentale tra Israele e i suoi nemici, questo spiega ogni scandalosa “sproporzione”.

È davvero tragico il destino del milione e mezzo di abitanti della Striscia, cittadini di una piccola repubblica islamafiosa, ostaggi e scudi umani di alcune migliaia di assassini guidati da una manciata di scaltri capibastone. È triste, se non altrettanto tragico, il destino dei Palestinesi che stanno a poche decine di chilometri più a oriente. Ho il sospetto che l’autodeterminazione politica sia come un treno che passa molto di rado, occorre stare attenti a non perderlo. Troppe occasioni mancate, troppi accordi rifiutati, in anni in cui la pace sembrava possibile. Anch’io ho creduto a lungo che l’occupazione della “Cisgiordania” (o “West Bank” o “Samaria e Giudea”) fosse ingiusta e controproducente. Mi chiedo se sia ancora così, quando siamo vicini al collasso delle maggiori entità statali della regione e la scelta non è tra «licenziare o no gli statali improduttivi?» ma tra autocrazie sanguinarie e regimi islamisti altrettanto sanguinari. Israele potrebbe permettersi di essere accerchiato per l’ennesima volta? In tutto questo caos, forse i Curdi, per i quali faccio il tifo da sempre, avranno finalmente un loro stato indipendente. Forse l’unica buona notizia che arrivi da quelle latitudini, e forse l’unica possibilità di tornare a un minimo di stabilità in quel carnaio che è il Medio Oriente.

Nel conflitto della chiacchiera, che rimane cosa distinta dal tragico conflitto in atto, la mia posizione è stata sempre quella del “filoisraeliano di sinistra”, che tenta di spiegare alla sinistra filopalestinese le ragioni di Israele criticando allo stesso tempo l’occupazione della West Bank e i falchi della destra israeliana e certi pelosi «amici» di quella italiana. Ho creduto a lungo che la cosa più importante fosse far ragionare “la mia parte politica”, in un tentativo un po’ patetico di tenere assieme tutto, senza nemmeno capire bene cosa fosse questo “tutto”, e quali fossero i confini della “mia parte politica”. Purtroppo non si può tenere assieme tutto, occorre scegliere, ad un certo punto. È anche una certa stanchezza a farti scegliere. Tanto, su certe questioni, nella vita si sarà sempre soli. Con chi neghi legittimità allo Stato di Israele e con chi usi “sionista” come insulto ho smesso di parlare tanti anni fa. Gli storici del pensiero cerchino pure di capire se e quando questo tenace pregiudizio contro il sionismo nasconda un sentimento antisemita. Io mi limito a ricordare che l’antisemitismo non è soltanto vagoni piombati: credere che tutti i popoli possano autodeterminarsi tranne gli Ebrei non è antisemitismo?  (Non rileva che esistano ebrei antisionisti, perché «ci son più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia»). Molto semplicemente, cancellata ogni utopia operaia, alla “sinistra” radicale rimangono poche situazioni alle quali riferirsi per definire la propria identità. La più durevole tra queste è senza dubbio la Palestina, simbolo idealizzato di ogni possibile Terzo Mondo in lotta – la kefiah come oggetto transizionale, una copertina di Linus da tenere stretta a sé. Dove stia il bene dei Palestinesi è del tutto secondario, l’importante è che continuino la loro lotta, così galvanizzante per tanti ragazzotti in parka e kefiah. E che la destra radicale stia, da sempre, sulle stesse posizioni non complica il quadro, dal momento che la deriva rossobruna è ormai ad uno stadio avanzatissimo, gli estremi si toccano e si fondono, si direbbe quasi armoniosamente.

Ma non volevo soffermarmi troppo sulla feccia minoritaria. Pensavo piuttosto ai tanti benintenzionati, scevri da pregiudizi, «amanti della pace», fautori del dialogo a dispetto della volontà dei protagonisti, come descritto sopra. In questi giorni costoro, in totale buona fede, amano richiamarsi alla «tradizionale politica di mediazione» dell’Italia in ambito internazionale. Pensano che ci si possa rendere utili nella crisi tra Israele e Hamas. Io me lo auguro davvero, ma tenderei a ben altro disincanto. La verità è che, supercazzole a parte, in Renzi non si vede il barlume di un’idea di politica estera. Per motivi più che ovvi, il Sindaco d’Italia l’ha demandata al Pentapartito 2.0 che sostiene il governo. Alla povera Federica Mogherini, cresciuta alla scuola dell'”equidistanza” dalemiana, è affidato il compito di proseguire la nostra pluridecennale “politica mediterranea”, che ha radici lontane e motivazioni molto concrete: siamo una piccola nazione senza grandi risorse energetiche, la linea del MAE è la linea di ENI. Questo è il livello delle condizioni materiali, ma gli amanti della pace, poco avvezzi alla Realpolitik, non hanno certo in mente il petrolio o il gas naturale, quanto le vittime civili. Morti freschi, nel caso di Gaza, più freschi di quelli della guerra civile in Siria, o in Ucraina, rispetto alle quali, chissà, forse l’amore per il dialogo e la mediazione sono diventati troppo faticosi anche per i benintenzionati amanti della pace. Non saprei che dire a costoro, per cui mi limiterò a citare Guido Ceronetti

Racconta Esopo nelle sue favole (è di duemilacinquecento anni fa) che i lupi, esasperati dai cani che facevano la guardia alle pecore (e chissà con quali molesti latrati, e addirittura morsicandoli se si avvicinavano) fecero sapere alle pecore che le loro relazioni reciproche sarebbero diventate di sogno, se avessero tolto di mezzo quei maledetti cani, consegnandoli a loro. Le pecore – stufe di quella noiosa sorveglianza e desiderose di vivere in pace con i lupi – si sbarazzano dei cani. E i lupi non perdono tempo: ipso facto le sbranano tutte. Un povero gregge afìlakton (senza guardiani) finisce così, perché non c’è il Messia là fuori, su questa terra troia. Ricordo bene, con affetto, quel moderno San Francesco hegeliano di Aldo Capitini, oggi veneratissimo dai pacifisti. Nel suo rigore senza base Capitini, nel 1967, sosteneva che Israele avrebbe dovuto lasciare entrare gli eserciti arabi che premevano da tutti i lati, e in seguito battere gli occupanti con la non-collaborazione e la non-violenza. Poteva essere una soluzione del problema: non so quanti sarebbero rimasti vivi, in terra di Davide, senza la benda nera, poco capitiniana, di Moshè Dayan. È vero che dopo cominciarono guai e dolori senza fine – da far vacillare il mondo – ma come incolpare qualcuno del fatto crudelmente, spietatamente indiscutibile che la storia è tragica, e tragico, condannato alla pena, il destino umano? Fidarsi dei lupi, rinunciando ai minacciosi pit bull di guardia? Gli altoparlanti delle piazze, su questo tipo di scelta, tacciono.

(La Lanterna Rossa, «La Stampa», 15 febbraio 2003)

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