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Radio Daft Punk

Se esiste un ambito nel quale si può diventare conservatori senza apparire tali, questo è senza dubbio la musica pop, a maggior ragione se i propri ascolti non sono limitati al solo pop. Lo schizofrenico musicale, il consumatore onnivoro, l’ascoltatore inquieto ed eclettico che saltabecca senza problemi dalle Suite inglesi a Bitches Brew passando per What’s going on, da Verklärte Nacht a Via Paolo Fabbri, 43 passando per Marcus Garvey, insomma uno come me, passati i trenta comincia a ritagliarsi uno spazio in cui poter mangiare in santa pace le proprie madeleine dell’infanzia. La funzione del pop è proprio questa, e non può stupire se a un certo punto ci ritroviamo ad ascoltare sempre la stessa roba, o a cercare il vecchio nel nuovo, qualcosa che stia bene nell’album dei ricordi. Questo almeno è ciò che faccio io.

Non è un caso se gli unici due album del 2013 che mi abbiano davvero catturato finora siano il bellissimo The Messenger di johnny Marr, che potrebbe essere un disco degli Smiths, se gli Smiths esistessero ancora, e Random Access Memory dei Daft Punk, un oggetto davvero strano, ad ascoltarlo bene. Disco-funk, AOR à la Toto, un pizzico di fusion, il dovuto omaggio a Moroder, sentori di indietronica, il tutto in una confezione da paura, dalla quale spuntano i nomi di Nile Rodgers o Omar Hakim, questa volta non sotto forma di sample*, ma di session men in carne ed ossa: per la prima volta i Daft Punk producono un disco pop a tutti gli effetti. E basterebbe sentire com’è suonata ed equalizzata la batteria per capire le loro intenzioni, basterebbe fare la conta dei bpm. Random Access Memory non suona affatto “attuale”, eppure non c’entra nulla col revival. I DP non praticano il revival, semmai il manierismo, nella sua accezione più alta. Non sono molti, quattro dischi in vent’anni, ma sono comunque sufficienti per dichiarare la propria poetica retrofuturista, venata della struggente nostalgia di un momento – per definizione infantile – in cui il futuro è davvero carico di speranze.

In Random Access Memory a contare, più che la somma delle parti, è l’insieme, l’atmosfera risultante, che io trovo assolutamente radiofonica. Radiofonica, attenzione, in un senso ristretto, riferito cioè a quello che poteva essere il sound di una delle prime radio commerciali di un qualsiasi paese dell’Europa continentale, tra la seconda metà dei ’70 e i primi anni ’80. Un sound al quale siamo stati esposti in molti, sopravvissuto per lungo tempo alla sua epoca. Per quanto mi riguarda, le madeleine sonore corrispondono agli ascolti quasi subliminali fatti da bambino sulla radiosveglia Grundig, tenuta accesa a volume bassissimo prima di addormentarmi, quando ancora non ascoltavo davvero nulla e certamente non compravo dischi, non ne parlavo e non occupavo spazio prezioso in testa coi nomi delle band. Io sono convinto che un qualche tipo di imprinting sonoro ci sia stato. Riconosco quel sound, del quale comunque rimane qualche traccia nelle pieghe della radiofonia, soprattutto locale: nel cuore della notte, quando si placa l’heavy rotation delle hit del momento, capita spesso che un algoritmo peschi a caso dagli archivi e faccia risentire At last I am free o Fresh. Questo in definitiva mi sembra il significato del titolo: la Random Access Memory di certi imprinting musicali. Forse non sarà la memoria di tutti, ma è quella di molti. La sottile malinconia che pervade l’album e i non pochi momenti cheesy, le apparenti cadute di stile, sono studiati con perfido calcolo e sono un chiaro invito a lasciarsi andare. Occorre ascoltare senza pregiudizi snob, senza autocensure. Allora, e solo allora, la bellezza di Random Access Memory diventerà chiara, e forse ci si potrà persino commuovere, lontano dal dancefloor, nella propria stanza.

*Dieci giorni fa, ahinoi, se n’è andato anche il grande tastierista George Duke. Era il cuore della mia band preferita di Zappa, quella di One Size Fits All. Lo ricordo qui, e il motivo sta nell’intro della sua I love you more 

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