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Cosa ci insegna Daniza?

La povera Daniza non ce l’ha fatta, non ha retto alla dose di anestetico che doveva servire alla sua cattura. Digerita la brutta notizia, consiglio a tutti di misurare la propria indignazione e riflettere bene prima di macinare bassa dietrologia e auspicare il boicottaggio turistico del Trentino, come ho visto fare da qualche utente twitter. Varrà la pena di ricordare come proprio la provincia di Trento – verso il cui statuto autonomo, in quanto bellunese, nutro un certo amichevole risentimento – sia uno dei territori italiani più attenti alla protezione dell’Ursus Arctos. Da mezzo secolo, l’ente risarcisce i danni provocati dagli orsi alle colture e agli allevamenti, il che costituisce il miglior disincentivo alla caccia dell’animale. A partire dalla fine degli anni Novanta, poi, Trento ha avviato un importante progetto di ripopolamento, il “progetto Ursus”, appunto, ultimamente non più così gradito dagli abitanti. Ripopolamento, e non protezione, dal momento che nelle nostre Alpi gli orsi erano scomparsi da più di un secolo, estinti a causa dei comportamenti economici di un’altra specie di plantigrado, l’unica in grado di creare poesia, calcolare un integrale e progettare stermini. In breve, a partire dal Settecento, l’aver reso pascolo o coltivazione ciò che prima era foresta ha ristretto l’habitat dell’orso, che alla prima pecora sbranata è diventato naturalmente oggetto di ininterrotte campagne di caccia. Con la scomparsa delle grandi foreste europee, è scomparso anche uno dei loro più importanti abitatori. Possiamo solo provare ad immaginare che cosa potesse rappresentare per un viandante medievale l’attraversamento di una foresta, e che parte avesse l’orso nel suo immaginario – i primi riferimenti che mi vengono in mente sono quelli della leggenda di S.Romedio e della sua spassosa parodia contemporanea ne L’Armata Brancaleone.
Nel frattempo sono arrivati Yogi e Bubu e l’orso si è del tutto smaterializzato. Nonostante sia nato e cresciuto nelle Dolomiti, non è affatto paradossale, quindi, che la mia prima memoria di un orso non immaginario sia legata ancora a un film. Venticinque anni fa, a pochi chilometri da casa mia, Jean-Jacques Annaud girò il singolare L’orso. Al contrario che nell’Armata di Monicelli, gli orsi del cast erano veri orsi, nati in cattività ed addestrati. Fu così che Bart – questo era il nome del protagonista – e gli altri occuparono per parecchie settimane le pagine della non proprio effervescente cronaca locale, in particolare quando uno di loro si liberò e, se non ricordo male, dopo alcuni avvistamenti, a volte legati all’autosuggestione collettiva dei paesani, non venne più ritrovato.  Un’autentica notizia, perché alla fine degli anni ’80 di orsi sulle Dolomiti davvero non ce n’erano più. Ora inteneritevi pure con le immagini degli orsetti, nel bel making of del film, ne avete facoltà:
Nell’arco di pochi anni da allora, le cose iniziarono a cambiare. Buffo come la caduta del muro di Berlino (il cui simbolo conoscerete tutti) abbia di fatto interessato anche i nostri amici orsi. Dopo il collasso della Jugoslavia, il territorio delle Alpi Dinariche, e in particolare del loro versante sloveno, è diventato la principale fonte di ripopolamento delle nostre montagne. Si parla forse di 1500 esemplari tra Slovenia e Croazia, un numero sufficiente a rifornire non soltanto i progetti di ripopolamento in Trentino e Friuli, ma anche il flusso spontaneo di quegli esemplari che si spingono per centinaia di chilometri verso Ovest, liberi dalle nostre tare di patria e confini. Stiamo parlando di poche decine di esemplari, perlopiù censiti e controllati, con buona pace di chi parla di invasione. D’altronde è forse proprio l’esiguità dei numeri e il fatto che gli orsi siano individuati e chiamati per nome ad aver fatto di loro dei personaggi mediatici minori, emergenti di quando in quando in base all’entità delle loro marachelle, all’arbitrio di qualche caporedattore, all’efficacia comunicativa dei gruppi ecologisti. Daniza è morta da noi, e questo ha reso il suo caso più popolare di quelli di Bruno, orso trentino abbattuto nel 2006 in Baviera, e dei poveri fratelli M13 ed M14 – sono queste le sigle che danno loro i forestali e i biologi montani. Per non parlare di chi è ancora sperabilmente in perfetta forma, come i tre discolacci, Nuvoletta, Dino ed M4 “Genè”, terrore delle mucche di Asiago, o ancora di M1 “Alessandro”, che, spingendosi verso la Slovenia, rischia di finire sulle tavole di combriccole simili a quella dei minus habens leghisti del Primiero – una delle location dell’Orso di Annaud – che, contrari al progetto Ursus, qualche anno fa offrivano carne d’orso e polenta ai loro simpatizzanti. Anche per gli orsi i confini sono caduti, ma le norme che regolano la loro caccia e il mantenimento della loro popolazione sono molto diverse da stato a stato, quando non da provincia a provincia: anche loro, insomma, avranno tutto da guadagnare da una sempre maggiore integrazione europea.
Io non credo ci siano lezioni da imparare o moniti da lanciare a partire dalla morte di Daniza, né riesco più ad appassionarmi alle guerre d’opinione sui social network. Qualcosa è andato storto, come spesso accade nella vita, anche (o soprattutto) a chi parta con le migliori intenzioni. Semmai questa potrebbe essere l’occasione perché qualcuno si interessi al vero, grande tema che sta sullo sfondo dell’episodio, e cioè al futuro della presenza umana nelle nostre montagne, a come l’uomo si possa (re)integrare negli ambienti più difficili – vale per la montagna come per il mare – nel rispetto di ogni altro essere vivente, senza stupidaggini decresciste o ricerche di età dell’oro mai esistite. Potrebbe essere l’occasione, per qualcuno, di scoprire che esiste una montagna abitata, non senza difficoltà, anche oltre i quindici giorni di vacanza ad agosto e le settimane bianche. E forse l’occasione di fare qualche notazione sull’industria culturale – sempre lei! – che tanto ha contribuito all’antropomorfizzazione di orsi ed orsetti. I milioni di animali uccisi e consumati sulle nostre tavole – personalmente senza eccessivi sensi di colpa – possono smuovere la base di animalisti e vegani, non certo il «grande pubblico», che, armato di smartphone, clicca tutto il suo sdegno – sforzo inane! – solo nel caso muoia mamma orsa. La colpa non è loro, ma di Walt Disney, che non ci ha mai fatto conoscere il fratello di Clarabella , dimodoché possiamo commuoverci al massimo per una mucca da latte, ma non per un manzo anonimo.
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La montagna disincantata

Decisione quantomai saggia, quella di lasciare il carnaio veneziano nel weekend del Redentore – una festa che è sempre più fiera delle volgarità contemporanee e sintomo dei mali di Venezia. Scusate, a queste magagne penso tutti i giorni, ho bisogno di staccare anche solo per poche ore. E così, io e M. abbiamo preso il nostro trenino e abbiamo risalito la valle del Piave, destinazione Tre Cime di Lavaredo. L’idea è quella di passare la notte al Rifugio Auronzo, per compiere il canonico giro tutt’attorno alle cime nel mattino di domenica. A Calalzo proseguiamo in autobus verso Auronzo. La quale, nota per il lago dall’incredibile azzurro Epson, è anche sede del ritiro estivo della Lazio, come ci ricordano innumerevoli bandiere e drappi biancazzurri. Una locandina ci avvisa inoltre della presenza di Erri De Luca, che lunedì verrà a parlare di non so più cosa e che è un grande appassionato di montagna.

Il rifugio Auronzo è un piccolo albergo spartano ai piedi della parete sud delle Tre Cime, gestito da gente simpatica e in gamba. E’ appunto spartano, ma caro, come tutti i rifugi. Cinque euro per i tre minuti della doccia a gettone, che naturalmente non faremo. Una breve passeggiata nel tardo pomeriggio fino al rifugio Lavaredo prima che tutte le cime e le valli spariscano nel bianco e inizi un temporale. Avendo optato per la mezza pensione, decidiamo di gonfiarci di cibo e andar presto in branda. Il potere che la montagna ha su di me si riassume in un piacere altrimenti sconosciuto a noi ghiri: quello di alzarsi riposati alle sei del mattino. In un paio d’ore di lento risveglio e colazione, ci mettiamo in cammino in direzione Nord, lungo il sentiero 101.

Durante la Grande Guerra – oggi forse il più dimenticato dei conflitti moderni, nonostante il mondo come lo conosciamo oggi abbia avuto origine allora – attorno e sopra a quelle tre gigantesche zanne di dolomite persero la vita migliaia di giovani sudditi degli Asburgo e dei Savoia.  Sul versante italiano, in pochissimi giorni, a dicembre del 1916, ne morirono più di diecimila. Per il freddo, più che per le pallottole. Erano fanti mal equipaggiati, venivano spesso dal profondo Sud, mandati a morire per spostare quel maledetto confine un po’ più a Nord.  Gallerie, camminamenti, postazioni di tiro scavate nella roccia, residuati bellici di cui sono stati disseminati i ghiaioni per decenni (ma qualcosa ancora si trova, a cercar bene) sono oggi, assieme a qualche targa o croce, gli unici segni di quella carneficina. Segni minimi, quasi invisibili, nascosti dalla mole delle Drei Zinnen (le tre ‘zinne’, certo). Oggi, al rifugio Tre Cime, quartier generale austriaco in quegli anni, convivono, in un pacificato ricordo di taglio più alpinistico che militare, Sepp Innerkofler e Piero De Luca (non credo parente di Erri, ma non si sa mai: gli scrittori son gente piena di risorse). Resi nemici dai casi della Storia, si arrampicavano da versanti opposti. Quando il bergführer incontrò l’alpino, l’alpino, pare, lo fece precipitare con una pietrata in testa. Il rifugio, punto di vista più celebre delle cime, è puro Tirol, anche se dedicato discutibilmente ad Antonio Locatelli, gloria dell’aviazione fascista, abbattuto durante l’ignobile guerra d’Etiopia. Messo insieme l’ultimo contante (no bancomat!) ci mangiamo un piatto di canederli, che ci scaldano un po’ , e riprendiamo il cammino. Una piccola deviazione giù per il sentiero 102, che arriva sino a Sesto Pusteria, oltre i laghetti la cui acqua finisce nel Mar Nero – attraverso la Drava e poi il bel Danubio Blu –  e poi di nuovo sul 105, per tornare al lato sud, incontrando le mucche al pascolo.

In montagna sono cresciuto, senza un attaccamento particolare e senza alcun sapere da trasmettere. ma con un grande rispetto per l’unico ambiente in cui riesco a fare il vuoto dentro me stesso,  a recuperare la giusta misura delle cose. Non amo lo sport né il culto dello sforzo fisico ma mi piace camminare.  La camminata, termine che preferisco di gran lunga all’antipatico trekking, è una pratica dalla doppia valenza. Guarda al dentro come al fuori. Camminando si costruisce il walkscape, facendo dello spazio un luogo, lavorando allo stesso tempo sulla propria interiorità. La camminata in quota, poi, rappresenta in modo perfetto la rarefazione del pensiero, che diventa essenziale. E’ come se le menate faticassero a seguirci in vetta. In montagna il camminare è anche il giusto prezzo per avere almeno un assaggio di Sublime. Esisterà poi una qualche corrispondenza tra le altezze geografiche e quelle dello Spirito? La Chiesa Cattolica sembra di quest’avviso, e la strada che porta verso Misurina è da decenni disseminata di colonie estive a gestione più o meno pretesca. Non mi interessa nemmeno tentare un’analisi socio-antropo-ideologica sulla cultura del soggiorno montano. “La montagna è di destra, il mare di sinistra”, e via dicendo. Credo ci sia qualche problema con l’essere umano in genere, ovunque esso metta piede, al mare come in montagna come in città. Dopo aver salutato le graziose vacche al pascolo, sul sentiero che porta alla Forcella del Col di Mezzo, ci imbattiamo in una famigliola intenta ad urlare in coro per sentirsi restituire dall’eco la cacofonia delle proprie voci. Forse è proprio questo il fine della loro escursione.

“Non si dovrebbe urlare in montagna”, dico bonariamente

“Dipende”, dice, sorridendo pure il capofamiglia

“Io ho detto la mia….” mollo subito la presa: la serenità alpestre ha la meglio sulla vis polemica!

Dipende? Ma pure il coraggio di rimbeccare, ha? Mentre fa da direttore del coro a figli e mogliera? Transeat. Proprio pochi attimi prima M. mi aveva fatto notare un rumore di rolling stones. Sassi fatti cadere dalla parte superiore del ghiaione, percorsa da un’altra traccia? O è stata una di quelle scossette di terremoto di cui avremo notizia tornati a casa (no, era troppo presto. Rimane il fatto che in montagna non si deve gridare). Non che questo piccolissimo episodio mi abbia in qualche modo rovinato il fragile stato di grazia conquistato ai piedi delle cime. A turbare la mia serenità, facendomi di molto incazzare, ci ha pensato invece il gestore del negozio “Souvenir Coltelleria ‘La Britola’” di Misurina.

Luogo stupendo e a tratti inquietante, Misurina. Una leggenda struggente, un lago, cinque alberghi, una seggiovia, un sanatorio a metà tra l’ospedale dello Zauberberg e l’Overlook Hotel, qualche venditore di prodotti tipici (ottimi formaggi di malga) e souvenir. Tra gli immancabili coltellini Opinel, le cartoline, i posacenere, gli zerbini a forma di riccio e i portachiavi, appesa in bella mostra all’ingresso c’è una maglietta con tanto di croce cerchiata ed aquila. A Misurina ci sono italiani, tedeschi, inglesi, francesi, americani, russi ed israeliani – questo ad un ascolto distratto delle lingue parlate in quel momento; le Dolomiti sono una delle tappe del turismo globale.  Penso alla figura che ci facciamo, in quanto italioti. Guardandomi attorno noto anche gli immancabili calendari di Mussolini (un must che avevo già visto all’edicola della stazione di Mestre) e vari ammennicoli da nazimbecille. Un’altra t-shirt riporta il motto delle SS (“il mio onore si chiama fedeltà”) alla cui lettura il mio stomaco si ribella. Vado quindi a correggere l’acidità con un infuso di melissa nel bar a fianco, e capisco che il weekend sta per finire.

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