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Noi e i Curdi

Donne curde, combattenti per la libertà (da @athkurd)

Donne curde, combattenti per la libertà (da @athkurd)

«A me i Curdi stanno sul cazzo, io studio arabo e turco». Così, testualmente, anni fa, una studentessa di Lingue Orientali rispondeva all’invito del mio amico capetto rifondarolo («Ah, studi lingue orientali? Vieni a trovarci! Sai, ospitiamo diversi compagni curdi»). Qui vorrei fare subito un piccolo inciso: nella mia semi-fallimentare esperienza universitaria, non ho trovato alcuna traccia dell'”orientalismo” descritto da Edward Said. Ciò che ho notato è piuttosto l'”occidentalismo” (nell’accezione usata da Ian Buruma e Avishai Margalit) manifestato dalla quasi totalità degli arabisti ed iranisti in erba oltre che da una parte dei docenti. L’accademia è un ambiente in cui molto – troppo – spesso i conflitti mediorientali e i pregiudizi ad essi sottesi sono riprodotti verbalmente, teatralizzati, messi in scena in tutta comodità davanti ad uno spritz. («No! Studi ebraico? Che delusione!»). Ma questa è un’altra storia. Per tornare all’episodio iniziale, esso avveniva in un periodo in cui il superficiale interesse dell’opinione pubblica italiana per la questione curda era ormai scemato quasi del tutto. Per chi fosse troppo giovane o non ricordasse, la stampa iniziò a parlare dei Curdi a proposito dei massacri compiuti da Saddam nel Kurdistan iracheno, a fine anni ’80 (Qui la testimonianza di una sopravvissuta alla strage di Halabja). Dieci anni dopo, venne il momento di notorietà di Abdullah Öcalan, leader del PKK, partito armato che voleva fare del Kurdistan Turco uno stato indipendente. Ricercato da Turchi e Tedeschi per terrorismo, rifugiatosi a Mosca e da lì portato in Italia dal parlamentare di RC Ramon Mantovani, Öcalan fu protagonista di una vicenda complicata, conclusasi con la sua estradizione verso la Turchia. Oggi il mondo ha scoperto che la questione curda non interessa soltanto la Turchia e il PKK, ma tutti gli stati in cui è compreso il Kurdistan nel suo insieme. Un territorio abitato da trenta milioni di persone diviso tra Siria, Turchia, Iraq e Iran, un popolo che non conosce i veleni della regione – né l’odio verso l’Occidente e Israele né il fondamentalismo religioso – ed anzi sta combattendo anche per conto nostro i tagliagole dello “Stato Islamico”. Proprio in queste ore, Koban, città del Kurdistan siriano [il Rojav, cioè l’Occidente] al confine con la Turchia, è diventata il simbolo della resistenza curda all’IS. Resisteremo casa per casa, si sente dire, e tornano alla mente episodi della storia europea che ogni tanto nominiamo, in modo da sentirci per un attimo “consapevoli” e poi tornare alle nostre faccenduole: Stalingrado, Varsavia, Sarajevo. Se non temessi la retorica, potrei direi che tra Koban, in Siria, e Kirkuk, in Iraq – dove combattono i peshmerga del Partito Democratico del Kurdistan – corre la trincea del mondo libero.

Mondo libero dai totalitarismi, sì, ma non dai rapporti diplomatici e/o dalla dipendenza energetica. A dispetto delle apparenze di «raid aerei» piuttosto inefficaci, né USA né UE hanno finora dimostrato di voler intervenire in modo risolutivo in un conflitto dal fronte troppo complicato. Il Rojav nei mesi scorsi ha cominciato a sperimentare una forma di autogoverno in cui il PKK – che in questi anni ha assai ammorbidito la sua piattaforma politica – rappresenta la forza egemone. Questo non fa ovviamente piacere alla Turchia, che teme una secessione dalla sua parte del confine, e rende inerti gli alleati NATO, che non vorrebbero mai esacerbare le preoccupazioni turche. Ecco quindi che la questione passa quasi totalmente nelle mani dell’astuto Erdoğan, il quale si trova nella posizione in assoluto più confortevole, quella di chi vede due suoi nemici scannarsi tra loro. In realtà non sembra che Curdi e tagliatori di teste islamisti siano nemici allo stesso modo per Erdoğan e il suo governo. Di certo rimane l’ambiguità della risposta all’IS e la lentezza con la quale il Parlamento Turco ha deciso un intervento militare. In quanto alla provincia più ridicola del mondo libero, quella in cui mi trovo, il disinteresse e l’ignoranza sono interrotti soltanto da qualche nostro cinguettio su twitter. Nelle sue dichiarazioni pubbliche, Matteo Renzi afferma che Iraq e Siria oggi «non devono essere una nuova Srebrenica» o che «sono una nuova Srebrenica», in quell’alternanza “quantistica” cui il nostro premier ci sta abituando. Senza saperne granché di strategie militari, credo comunque di poter dire che per evitare una nuova Srebrenica occorrerebbe uno sforzo maggiore da parte nostra. Per ora questi sono i nostri aiuti ai Curdi: CENTO mitragliatrici pesanti Beretta M42/59, CENTO mitragliatrici pesanti Breda-SAFAT (inutilizzate da trent’anni) e 2500 proiettili per arma (cioè cinque minuti di tiro continuo). In aggiunta a ciò, un carico di armi sequestrate vent’anni fa in Ex Jugoslavia (“1000 razzi RPG 7, 1000 razzi RPG 9, 400mila munizioni per mitragliatrici di fabbricazione sovietica”) che dobbiamo solo sperare non esplodano in mano a chi ne farà uso. Possiamo essere fieri di noi stessi, che dite?

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“I faraoni siamo noi”

Un regime dispotico che non sia sconfitto in guerra cade per consunzione. La consunzione del despota, in particolare se anziano, e quella di un regime che lentamente viene scalzato da ciò che nella società si muove, magari impercettibilmente, giorno dopo giorno. Non posso che ripetere la formula per cui questa ed altre recenti rivoluzioni – perlopiù rivoluzioni in fieri – hanno trovato nella Rete un catalizzatore molto potente. Ma la natura delle sollevazioni popolari non cambia, cambia soprattutto l’ordine di grandezza di ciò che avviene. Onore al popolo tunisino, naturalmente, ma col cambio di regime all’ombra delle piramidi [è un’espressione trita, lo so: aspetto da anni di poterla usare]  è successo qualcosa di realmente epocale.  L’Egitto è quel che è. Un grande paese dalla storia antichissima, fonte di miti e simboli di portata enorme, tanto che a volte si tende a confondere l’Egitto reale con quello artefatto del nostro immaginario. L’Egitto reale è stato a lungo un luogo centrale per il Mondo Arabo, nel bene e nel male. Il panarabismo, il “socialismo nazionale” nasseriano, l’islamismo politico di Sayyid Qutb e dei Fratelli Musulmani sono nati da quelle parti. L’Egitto è stato il più diretto avversario militare di Israele in ben tre guerre (fortunatamente perse), il protagonista, con Sadat, della pace di Camp David e un vitale alleato degli Stati Uniti, dai quali riceve svariati miliardi di dollari ogni anno. E’ uno dei centri nevralgici del turismo globale ed è,  infine, il cuore di una grande industria culturale, i cui film, dischi, romanzi vengono diffusi in tutto il resto del Medio Oriente. Questo paese, malamente retto dall’anziano dittatore-alleato-dell’Occidente (altri direbbe: nostro-figlio-di-puttana), ha avvertito la crisi più di altri. Ma questa volta non si è trattato soltanto di una rivolta del pane. Tra i protagonisti della rivolta spicca un nuovo ceto di cittadini più che istruiti e formati ma privati ancora delle libertà individuali e di una sufficiente possibilità di estrarre reddito. Soprattutto per costoro, lo scarto tra le potenzialità del paese e l’oppressione – civile ed economica – del cleptocrate Mubārak, è diventato insopportabile. Un esempio tipo potrebbe essere rappresentato da Sandmonkey, un blogger che in queste settimane ha fornito al mondo una testimonianza appassionata di quanto succedeva attorno a piazza Tahrir.

Le reazioni di chi guarda da fuori sono molteplici. Entusiasmo, solidarietà (è il mio caso), ma anche fregola di analisi e controanalisi politologiche, geopolitiche, geostrategiche, non sempre fondate e non sempre utili se non ad alimentare la chiacchiera globale (è sempre il mio caso, ça va sans dire). Qualche timore per le sorti del processo di Pace Israelo-Palestinese, che a dire il vero agonizza da tempo, e per la c.d. stabilità della regione mi sembrano un prematuro esercizio jettatorio, a volte dettato dalla malafede. In modo complementare, le critiche ad Obama per l’atteggiamento tenuto di fronte alla rivolta sono del tutto strumentali. Questa, volenti o nolenti, è la nuova politica estera americana, decisamente meno incline all’acritico sostegno dei nostri-figli-di-puttana, all’esportazione armata della democrazia, al farsi i cazzi degli altri. Sbaglia anche, a mio avviso, chi ponga adesso questioni come l’influenza del FMI o in generale le contraddizioni del libero mercato e la natura di classe o meno della rivolta. L’Egitto ,in questo momento, si sta liberando di un despota. Il resto, se è il caso, verrà a suo tempo. Vale la pena di ricordare il vecchio Marx: Lo svolgimento delle contraddizioni di una forma storica della produzione è tuttavia l’unica via storica per la sua dissoluzione e la sua trasformazione…

E’ una rivolta popolare o no, questa? Lo è senza dubbio. Il Popolo, così spesso farsescamente tirato in causa nelle costituzioni, nelle formule ufficiali, e così scarsamente considerato da parte dell’O.O.O (Osservatore Orientalista Occidentale), è sceso in piazza e ci è rimasto fino al raggiungimento dell’obiettivo (parziale): la deposizione del tiranno. Quello che succederà da questo momento in poi è difficile da prevedere. Non è ancora una rivoluzione, non è ancora una democrazia, ma gli esordi sono promettenti.  Stando all’art.84 della Costituzione Egiziana, in un caso come questo i poteri del presidente sono assunti in prima istanza dal presidente del parlamento. I militari, come spesso accade in questi frangenti, rivestono un ruolo essenziale. In Egitto hanno finora goduto di una sostanziale simpatia della piazza – non essendo coinvolti nella repressione come le forze di sicurezza al comando diretto del presidente , rappresentano inoltre un freno allo spauracchio dei Fratelli Musulmani e sono quindi garanti della laicità dello Stato, in modo non dissimile dai loro corrispettivi turchi. A loro il compito di “garantire la transizione”, che auspicabilmente dovrebbe portare ad elezioni veramente libere. L’attuale vice-presidente d’emergenza, Omar Suleiman, è anche capo dei servizi segreti (i torturatori delle extraordinary renditions di Bush, per intenderci) e di certo avrà fatto i suoi preparativi per una qualche resistibile ascesa. Stiamo a vedere, intanto godiamoci, da sinceri democratici (sono serissimo), la gioia del Popolo Egiziano che, anche all’estero, anche qui in Italia, festeggia la liberazione dal faraone. In via Padova, a Milano, i cronisti de “Il Fatto” hanno registrato quello che per me è subito diventato lo slogan del movimento egiziano:

«Siamo noi, i faraoni siamo noi! Il popolo è faraone, non lui, noi siamo i faraoni! Evvai!»

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