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Ritorni di fiamma

Il primo (moderato e momentaneo) ritorno di fiamma è quello del sottoscritto per l’operato di Matteo Renzi. È un po’ lo spirito di contraddizione a muovermi, lo stesso che mi ha portato a scegliere Renzi alle primarie.  Non posso in alcun modo seguire la sinistra del partito nella levata di scudi contro una riforma del lavoro della quale ancora non esiste un testo definitivo, ma che sembra comunque andare nella direzione che molti di noi cani sciolti – e precari – considerano sensata. Ed ecco l’altro ritorno di fiamma: quello di una Sinistra e un sindacato nella migliore delle ipotesi incapaci di affrontare la realtà e, nella peggiore, impegnati più nella difesa delle proprie posizioni di potere che non in quella degli interessi dei lavoratori (presenti e futuri). La preventiva minaccia di grandi mobilitazioni è giunta assieme all’immancabile evocazione di un «autunno caldo». Fu l’autunno caldo propriamente detto, quello del 1969, apice di una fibrillazione operaia che il sindacato stesso faticava a governare, a spingere sindacalisti e giuslavoristi di area socialista come Giacomo Brodolini e Gino Giugni a pensare lo Statuto dei lavoratori, una legge che potesse finalmente regolare il diritto alla rappresentanza e all’attività sindacale, in un’epoca in cui ancora si veniva licenziati per il solo fatto di distribuire volantini ai cancelli della fabbrica – questo non lo dobbiamo mai dimenticare. Lo Statuto, tuttavia, nasceva in qualche modo già vecchio. L’ultima grande lotta operaia del Novecento italiano fu infatti condotta proprio sul crinale tra due diverse epoche produttive. Subito dopo l’approvazione della legge iniziava infatti quella lunga fase di ristrutturazione industriale, fatta di esternalizzazioni, di decentramento e di atomizzazione del lavoro che arriva sino ai giorni nostri e disegna un mondo del tutto nuovo. (Qualcuno, nella sinistra c.d. operaista, coglie l’importanza di queste trasformazioni, ma il clima ideologico di quegli anni trasforma presto quelle intuizioni nei deliri dell’autonomia operaia, con gli esiti che sappiamo).

Quarant’anni dopo l’approvazione dello Statuto, in un Occidente in cui il fordismo è finito e sono quasi scomparse le grandi industrie, in un paese in declino, indebitato, senza lavoro, sembra che tutto il dibattito debba ancora ruotare attorno allo Statuto, per sineddoche ridotto al solo articolo 18. Nessuno è ancora riuscito a dimostrare in modo inoppugnabile che le poche decine di vertenze l’anno che riguardano l’art.18 – una minima parte di tutte le cause portate davanti ai giudici del lavoro – siano un freno alla produttività o agli investimenti stranieri. A me riesce difficile crederlo, ma del resto chi ha mai detto che «i mercati» siano guidati dalla razionalità? D’altro canto, mi riesce altrettanto difficile considerare l’art.18 una sorta di baluardo di civiltà, a meno che non ci si riferisca a una “civiltà” nella quale il lavoro sia diviso per caste: non hanno mai goduto della tutela dell’art.18 le decine di migliaia di lavoratori interessati dai licenziamenti collettivi frutto di crisi e ristrutturazioni, né i lavoratori autonomi – che peraltro non godono nemmeno di ferie e malattia pagate, non ne hanno goduto gli operai delle migliaia di microimprese terziste ai quali si devono il “miracolo del Nord Est” e il successo di tanti distretti produttivi in Italia, né, tantomeno, chi lavori in nero in zone dove spesso al “sommerso” non esiste alcuna alternativa. Raramente ne hanno goduto le persone della “generazione X”, cui appartengo, e di quella successiva – ammesso e non concesso che un ventenne medio abbia la benché minima idea di cosa sia l’art.18 e di cosa faccia un sindacato.

Il tema di fondo, che va in effetti ben al di là della «possibilità di licenziare», è quello di un problematico cambio del paradigma col quale il movimento sindacale ha immaginato – e contribuito a disegnare – i rapporti giuridici tra lavoro e capitale. Il passaggio è in buona sostanza quello dalla contrattazione collettiva a quella individuale, dal potere di negoziazione della classe operaia all’ [aaargh!] employability del singolo percettore di reddito. Si tratta, come i critici credono, di un passo indietro, o di una sfida a cercare strumenti nuovi? Quando parliamo di interesse dei lavoratori, stiamo pensando in termini di massa o in termini di individui? Il fine di un’azione politica e sindacale “di sinistra” non consiste nel garantire diritti e benessere degli individui? Non è così facile prendere posizione su questioni complesse in cui si intrecciano – e confondono – diritti e interessi, effetti economici e ricadute sociali, opposte visioni ideologiche e problemi etici. Io stesso, appena due anni fa, nel momento in cui Monti andava parzialmente a toccare l’articolo, scrivevo che l’articolo non andava toccato. Mi lasciava perplesso l’insistenza ossessiva per una faccenda di natura soprattutto simbolica. La situazione di oggi è assai simile: stiamo parlando di un «segnale da dare ai mercati» e a Bruxelles. Dal punto di vista dell’attuale maggioranza, il segnale è diretto anche alle varie componenti del centrodestra e viene accolto come vittoria storica da quella parte della diaspora craxiana (i Sacconi, i Brunetta) che di queste materie ha fatto una bandiera, credo più per tigna revanscista che per convinzione profonda. Sul fronte opposto, è comprensibile che un sindacato cui non la politica, ma la realtà stessa delle forze produttive sottrae giorno dopo giorno il ruolo e il peso politico voglia battere sulla questione dell’art.18. Basta sia chiaro che non sempre l’interesse dell’organizzazione e quello del lavoratore coincidono. A lasciarmi perplesso è invece l’opposizione interna al Partito Democratico, visto che gli stessi soci della “Ditta” non considerano davvero la faccenda più che un fatto di principio, una «questione simbolica importante» – parole di Gianni Cuperlo – che sembra nascondere la frustrazione derivante dal non aver potuto guidare personalmente il cambiamento e dal vederlo invece guidato dagli ultimi arrivati.

In un certo senso, l’arrivo dei renziani in casa PD assomiglia all’ascesa della borghesia alle spese di un’aristocrazia declinante. I membri di quell’aristocrazia di sinistra, i più lungimiranti tra i vecchi “ragazzi della FGCI” che un quarto di secolo fa hanno accompagnato il passaggio della sinistra marxista al riformismo, avevano compreso il tipo di trasformazione epocale subita dal lavoro organizzato già all’epoca in cui Matteo Renzi viveva il suo (primo) quarto d’ora di celebrità alla Ruota della Fortuna. Ciò che è mancato non è stata la capacità di analisi, ma la volontà, la capacità o la possibilità di tradurre le analisi in soluzioni. Gli errori sono stati molti e altrettante le circostanze storiche sfavorevoli. Certamente l’elitismo del ceto dirigente ex-PCI e la sua scarsa attitudine alla comunicazione hanno impedito di spiegare alla propria base la necessità delle riforme del lavoro. Dall’altra, la mutua dipendenza politica tra lavoro sindacalizzato e partiti della sinistra ha fatto temere grandi perdite di consenso – che si sono poi verificate ugualmente. Ma non possiamo nemmeno dimenticare la natura fragilissima delle maggioranze di quegli anni, messe a rischio dai ricatti di Rifondazione (partito nel quale ho militato, prima della “svolta liberale” alla quale è giunto di recente anche il mio segretario di allora). In un contesto di questo tipo era forse inevitabile che la Ditta preferisse impegnare le proprie energie su altri fronti, dalla coesistenza con Berlusconi alla scoperta dei salotti buoni della finanza, tra “capitani coraggiosi”. Peccato che, sul piano del lavoro, sia stato proprio il coraggio a mancare. Quella stagione ha prodotto solo riforme parziali – ricordo il co.co.co previsto dal “pacchetto Treu”, il mio primo contratto – che per la loro incompletezza hanno contribuito a creare l’attuale giungla contrattuale e nuove situazioni di disuguaglianza. La stessa c.d. legge Biagi avrebbe potuto benissimo essere concepita in un governo di centrosinistra, anziché nel lunghissimo Berlusconi II e, più di recente, l’idea di flexycurity, che dovrebbe finalmente aggiungere le tutele alla flessibilità, veniva rivendicata proprio dagli attuali oppositori del Jobs Act. Il vituperato Pietro Ichino sul suo sito web offre un’utile rassegna di posizioni di questo tipo, ma l’incoerenza di certi leader del centrosinistra è riassunta ancor meglio dal filmato del (magnifico) intervento di Massimo D’Alema al II congresso PDS che i solerti PR renziani hanno diffuso in questi giorni:

C’è quindi stato un momento, alla fine degli anni Novanta, in cui la Sinistra ante (e anti) Renzi pensava di fare più o meno le stesse cose che Renzi tenta di fare oggi. Forse le avrebbe fatte anche meglio, chi può dirlo? Forse potrebbe ancora partecipare al cambiamento in atto, farne parte, far sì che in quel cambiamento rimanga una traccia di quanto di buono c’è nella storia della Sinistra italiana. Purtroppo, per ora, l’impressione è quella di un eterno ritorno, di una coazione a ripetere gli stessi errori.

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È arrivata la bufera

Certamente una bufera attesa, e comunque sorprendente per la sua violenza. Non occorrevano particolari doti di preveggenza per sapere che, dopo gli arresti di Baita e Mazzacurati, l’inchiesta sui lavori del MOSE avrebbe presto o tardi toccato il livello politico. Anche sui nomi non era necessario sforzare troppo l’immaginazione: il coinvolgimento di Giancarlo Galan era atteso da almeno sei mesi. Non sto emettendo sentenze, attenzione, rilevo solo la meccanica elementare di qualunque sistema di corruzione: se una mano dà, un’altra mano riceve e da qualche parte questi soldi “volanti” saranno pur andati a finire. Ministeri ed enti locali sono i luoghi in cui i magistrati hanno il dovere di cercare i responsabili. Per questo, per quanto grave (e assai infrequente), nemmeno l’arresto di un sindaco in carica può stupire.

In questo momento sono tre le piccole notazioni che mi preme fare su questa vicenda.

La prima è relativa al solito ridicolo scontro «giustizialisti vs garantisti». Sono convinto che la Giustizia italiana sia malata e necessiti di una riforma, non amo l’idea di carcere e detesto chi crede di ottenere qualche rivalsa politica o sociale per via giudiziaria. Però siccome ad indignarsi per la malagiustizia, sempre e soltanto quando sono i membri dell’élite a finire in manette, ci sono già tutti i grandi opinion maker terzisti, ho deciso che non c’è alcun bisogno del mio contributo. Spiace che l’élite palazzinara convenuta ai vernissage della Biennale di architettura sia stata turbata dagli arresti eccellenti. Sono certo tuttavia che sapranno riprendersi rapidamente. Chi, come la Signora Alberta Marzotto, va sostenendo che la «giustizia a orologeria» starebbe causando un danno d’immagine al Paese farebbe forse meglio a tacere. Dovrebbero forse tacere anche certi miei compagni di partito, scattati come dei misirizzi garantisti in difesa di Orsoni . Qualcun altro ha tirato in ballo il povero Enzo Tortora, che mi auguro venga di notte a tirare i piedi a tutti quelli che ne strumentalizzano il nome.

La seconda notazione riguarda il mio sindaco, Giorgio Orsoni – accusato di aver ricevuto finanziamenti illeciti durante la sua campagna elettorale. A naso, se devo dirla tutta, trovo la cosa improbabile, ma ritengo altrettanto improbabile che in una piccola città chiacchierona in cui gli affari si decidono davanti a un fritto misto e una bottiglia di prosecco millesimato, un rappresentante del professionismo cittadino così ben introdotto, una volta eletto, sia diventato improvvisamente cieco. Massimo Cacciari, predecessore di Orsoni, in queste ore sostiene come sia il sistema degli appalti pubblici sulle grandi opere «in regime d’emergenza» – cioè, in Italia, sempre – a rendere impossibile per un amministratore il controllo di eventuali illeciti. Una tesi che non mi convince del tutto. Detto per inciso, questo arresto non influisce minimamente sul giudizio politico che ho già formulato da tempo. Nel 2010 ho votato Giorgio Orsoni controvoglia, spinto dallo spauracchio di Renato Brunetta sindaco. Oggi non lo rivoterei perché ritengo quella di Orsoni un’amministrazione deludente da ogni punto di vista, fatta di assenza di visione, di scarsa trasparenza, di grande ambiguità politica del Sindaco in persona, che si è sempre potuto permettere di intestare a sé stesso i (pochi) meriti di questi quattro anni e di incolpare di tutte le magagne il PD, le giunte precedenti e – come tutti i sindaci dello Stivale – il patto di stabilità. Occorre aggiungere che questo atteggiamento è stato reso possibile proprio dalla deliberata assenza del PD – primo partito in città – in quanto attore politico. L’amara verità è che l’idea, così di moda negli ultimi vent’anni, secondo cui la politica avrebbe dovuto ritrarsi per far spazio alla cosiddetta «società civile», ha solo lasciato le città in pasto ai vari gruppi di interesse, ritenuti in grado di autogestire le proprie attività senza alcuna mediazione. Si è creduto che il declino della città potesse essere arrestato lasciando fare i vari amici e amici degli amici (Pierre Cardin, per intenderci, non faceva parte degli amici). Grave errore, anche quando commesso in buona fede, se la qualità dei soggetti in questione non è troppo alta. Mi pare siano in molti, nel PD, sia tra gli iscritti che tra i dirigenti, a pensarla come me. Qualche settimana fa avevo detto chiaramente al mio segretario che mi sarebbe risultato impossibile rinnovare l’iscrizione se il partito avesse deciso di ricandidare ancora Orsoni – magari senza primarie, perché l’avvocato le rifiuta, ritenendo che il sottoporre il suo nome a una consultazione (come nel 2009) equivalga a un giudizio negativo sul suo operato. Comunque Orsoni esca dalla vicenda, il problema non si pone più.

Ultimo punto: il riflesso condizionato di tutta quell’area che per comodità chiamerei “decrescista”, che in questi giorni di scandali, tra Expo e MOSE, gongola. Per intenderci, mi riferisco a tutti quelli per cui il cemento armato è uno strumento del demonio, le gallerie ferroviarie sono stupri della Madre Terra, ecc. Naturalmente non ho alcuna intenzione di fare una difesa d’ufficio del MOSE. Da anni mi sono fatto l’idea che sia un’opera inutilmente impattante e assurdamente costosa, ma ora che i lavori si avvicinano ormai alla fase conclusiva occorre solo sperare che queste accidenti di paratie funzionino, anche perché il pensiero di aver buttato – letteralmente – a mare quasi cinque miliardi di euro per nulla sarebbe davvero difficile da sopportare. Vorrei però tentare di rispondere alla critica generica contro le grandi opere. Non affronto qui il problema del discorso contro la Modernità che sta alla base di questa critica, perché non è affrontabile razionalmente. Più prosaicamente, dire che «dove ci sono grandi opere, c’è mafia e corruzione» è una magnifica scoperta dell’acqua calda. I lavori per la metropolitana milanese nel corso degli anni ’80 hanno rappresentato un enorme serbatoio di corruzione politica. Grazie a quei lavori, però, Milano possiede – unica città d’Italia – un trasporto pubblico degno di una grande città europea. Qual è il problema, la metropolitana o la classe dirigente corrotta? Sarà per colpa delle grandi opere se siamo la più corrotta delle democrazie occidentali, o non sarà forse per via di una certa mentalità familistico-mafiosa, quella del «fatti li cazzi tuoi»? Credo che persino un cercopiteco saprebbe rispondere sensatamente. Che facciamo, rinunciamo per sempre ai grandi progetti perché non siamo capaci di condurre seriamente una gara d’appalto, tenendo fuori gli ‘ndranghetisti, o perché i partiti non riescono a tener fuori i ladri? Credete davvero che se vincessero gli ideologi della decrescita, non troveremmo poi nessuno a chiederci il pizzo sulla casa di paglia?

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Che cosa ho capito di queste elezioni europee

Mi ero quasi deciso a dividere il commento elettorale in diversi post tematici – uno puramente tecnico, dedicato all’analisi comparata dei dati, uno sugli effetti politici del voto in Europa, uno su quelli del voto domestico, etc. Il fatto è che vorrei tentare di “depoliticizzare” progressivamente questo blog, o meglio di riservare alla politica uno spazio circoscritto, accanto ad altri temi che mi stanno a cuore (a titolo di esempio: il tramonto del cinema su pellicola, qualche dilettantesca recensione di libri dimenticati, le curiosità raccolte da un pigro flâneur di cui a voi sicuramente non frega un ciufolo). Insomma, ho concentrato tutto qui è il pezzo è venuto un po’ lungo…

La prima cosa che mi sento di poter dire è: missione compiuta. Il mio principale obiettivo rispetto a queste elezioni coincide con l’arresto dell’avanzata grillina e degli euroscettici su cifre comunque preoccupanti, ma gestibili. Il dato di per sé non è confortante, se pensiamo che, tra M5S, Lega e FLI, il 40% degli elettori attivi (i quali, per il voto europeo, rappresentano il 58% degli aventi diritto) è in qualche modo ostile all’idea di integrazione europea, e tuttavia i quattro punti persi dal buffone di S.Ilario ci rassicurano sul clima sociale del Paese. Italiani, ancora non avete sbroccato, e questo è un bene. In secondo luogo, il risultato straordinario del Partito Democratico non può che rendermi felice. Si tratta in questo caso di una vittoria storica. In Italia nessun partito di sinistra (e soltanto la DC degli anni ’50) ha superato il 40% dei consensi. L’effetto Renzi è evidente, e se leggiamo il risultato tenendo a mente che si tratta di un voto per il Parlamento Europeo, – mai davvero considerato importante dall’elettorato, e meno che mai nel clima euroscettico della grande crisi che stiamo vivendo – capiremo la portata di quest’effetto che davvero pochi, anche tra i più ottimisti, avrebbero previsto. Chiunque dovrà ammettere che questa campagna il Partito Democratico se l’è giocata davvero bene, dal punto di vista della comunicazione. Gli 80 euro sono certamente serviti, ma è stata soprattutto l’impressione di un movimento reale, possibile grazie al governo Renzi, a convincere gli elettori (su questa impressione tornerò poi, alla fine del post). Last, but not least, questa è l’elezione in cui si sancisce la fine del berlusconismo. La promessa di un bonus-crocchette-per-cani non è bastata, il carisma dell’ex-cavaliere è ormai esaurito. Berlusconi è finito in quanto agente coagulante del consenso moderato, diviso nelle sue varie componenti, diviso tra la (lunga e difficile) ricerca di una forma e di qualche leader sostitutivo, per via dinastica o meno.

Da elettore di sinistra non canterei tuttavia vittoria troppo presto, soprattutto dopo aver dato un’occhiata – attenzione, arrivano i dati “hard”, che vi pregherei di controllare ed eventualmente correggere – alle percentuali, raffrontate alle serie storiche del voto di questi ultimi vent’anni. Berlusconi crolla al 16%, è vero, ma è altrettanto vero che il Centrodestra nel suo complesso (FI+NCD+FLI+LN), rispetto alle Politiche del 2013, tiene e anzi guadagna un paio di punti (dal 29 al 31%). Il che, tenendo a mente da dove viene il grosso degli elettori grillini, mi fa dire che la Destra, pur frammentata, nel Paese è ancora e sempre prevalente. La coalizione berlusconiana del 1996 arrivava al 52%, che è poi il totale deila somma M5S residuo+Destra attuale. (Naturalmente le mie sono considerazioni spannometriche, che non tengono conto della composizione dell’area degli astensionisti rispetto ai vari partiti. Correzioni e suggerimenti, in particolare da chi queste cose le studia di mestiere, sono benvenuti). Sono abbastanza convinto che metà dei 4,5 punti persi da Grillo siano tornati da dov’erano venuti, è cioè la Lega Nord, la quale, con la svolta noEuro di Salvini, guadagna il 2%. Altri elettori grillini provenienti dal centrosinistra, credo in misura non superiore al 2%, potranno essere tornati al Centrosinistra renziano. Ma se guardiamo alla somma del “Centrosinistra allargato” (cioè, com’era originariamente, includendo la c.d. Sinistra radicale, allora Rifondazione, oggi la lista Tsipras), siamo sugli stessi numeri del 1996: 43-44%. A questo proposito, nonostante gli tsiprassiti siano riusciti  (in virtù di un richiamo analogo all’effetto-Renzi) a superare lo sbarramento, la tendenza generale vede i soggetti a sinistra del PD condannati al destino di tutti i “partiti d’opinione”, e cioè a percentuali irrisorie o alla scomparsa definitiva. (Un messaggio per Nichi: «Nichi, questo PD aspetta a te!». E chi si vorrà sciogliere, si scioglierà…) Sempre parlando di partiti di opinione, la batosta di Scelta Europea era prevedibile e prevista da tutti, tranne che dai diretti interessati. Permettetemi un paradosso: i liberali italiani sono minoritari perché non hanno letto Marx (ma almeno Boldrin dovrebbe averlo letto, visto il suo passato di militante nel PCI). Cioè a dire, in un paese paleocapitalista, corporativo, clientelare e retto dai sussidi come il nostro, chi parli di libero mercato con l’aggressività di FARE non va granché lontano. Ai più ragionevoli consiglierei di riunirsi ai numerosi liberali del PD, che del resto può contenere parecchie loro istanze.

Sbrigate le faccende minori, veniamo agli aspetti davvero problematici di questo voto che, nonostante la sua consapevole e scientifica riduzione a (precoce) “elezione di midterm” del governo Renzi, rimane un voto europeo. Non un voto qualunque, ma un voto pro o contro l’integrazione europea. Il sorriso per la vittoria del PD risulta un po’ smorzato dalle brutte notizie che ci arrivano dal resto dell’Unione. Il Front National è primo partito in Francia, con quasi il doppio dei voti dei Socialisti, l’UKIP di Farage, lo xenofobo, arriva al 29% in UK, superando sia i Tories che il Labour. In Austria il FPÖ raddoppia il numero di seggi al Parlamento Europeo e, per la prima volta, i neonazisti tedeschi dell’NPD avranno un loro parlamentare, che farà compagnia ai due eletti di Alba Dorata. Tutto questo a pochi giorni dall’attentato antisemita del museo ebraico di Bruxelles. Alla luce di tutto questo, dovremmo fermarci a riflettere su cosa sia stata l’Europa prima del Manifesto di Ventotene, dovremmo ricordare che ieri, come ha scritto Michele Ainis, noi abbiamo votato su Auschwitz ,«Perché l’Europa è nata lì, da quell’orrore senza precedenti. È nata per bandire il genocidio, e siccome il genocidio aveva celebrato la massima potenza dello Stato, l’idea europea coltivò fin dall’inizio il genocidio degli Stati».

A balzare agli occhi è ovviamente l’estrema destra, ma in generale sono i conservatori del PPE, CDU della Merkel in testa, a vincere questa tornata.

Chi, a sinistra dentro e fuori il PD, parlava di rinegoziare il debito dei paesi del sud dovrà ben riflettere sulla situazione reale e capire che l’euroscetticismo è una forza bifronte, e cioè che l’Europa rischia di essere strappata da due parti, da due populismi affini ma distinti: a Nord il populismo indica i PIIGS (noi terroni, insomma) come una zavorra che, a causa dell’Unione, rischia di tirare a fondo i paesi “virtuosi”  A Sud, un analogo populismo, trasversale da destra a sinistra, incolpa di tutti i suoi guai “l’Europa delle banche” e il rigore imposto dalla Germania. Il problema centrale rimane sempre quello del debito, e di come conciliare la tenuta del sistema creditizio con la ripresa economica del continente. Non ho né strumenti sufficienti né certezze per poter dire cosa sia meglio. Penso però che troppa gente sia troppo convinta di troppe cose. L’unica cosa di cui sono sicuro è che i conservatori avranno la presidenza della Commissione Europea e per i prossimi anni la Sinistra dovrà governare l’Europa con loro, responsabilmente.

Non posso terminare il post senza parlare del governo Renzi e del mio partito. Sono convinto che, più che guardare a questo incredibile risultato come a un capitale da spendere – o peggio a degli allori su cui ronfare – si debba prenderlo come un messaggio sul quale riflettere. Il voto mostra come la forma definitiva del Partito Democratico si stia finalmente precisando. Si è capito che la Sinistra in questo paese può (con)vincere solo se diventa inclusiva, se è capace di parlare a tutti, anche a chi non fa parte dei suoi tradizionali soggetti sociali di riferimento. Il che non significa semplicisticamente “prendere i voti a destra”, né abbandonare i soggetti deboli. È “forte” una giovane “finta partita IVA” che nessun sindacato difende? La società è cambiata e sono cambiati gli elettori. Dai partiti popolari di alcuni decenni fa stiamo arrivando a grandi contenitori la cui linea dettagliata si gioca attorno a un leader e si decide attraverso delle primarie. Ma di questo si è parlato fino alla nausea negli ultimi due anni, non mi vorrei ripetere. Per qualcuno, l’ubriacatura da consenso porterebbe al rischio di una “democristianizzazione” del PD e/o della sua trasformazione in partito-Stato. Porterebbe, se ci trovassimo nel 1984, e non nel 2014. La gestione distributiva del potere compiuta della DC oggi è impossibile: non ci sono più torte da spartire, siamo ancora nel pieno di una crisi della quale non si vede la fine, e anche un grande exploit elettorale può essere bruciato nel giro di poche settimane, se alle parole non seguono i fatti. Sbagliano di grosso i dirigenti renziani a considerare la vittoria come la legittimazione popolare che mancava al governo. Quella legittimazione ancora non c’è, e non ci sarà fino alle prossime elezioni politiche. C’è invece la tremenda responsabilità di rappresentare la Sinistra di tutto il continente, di partecipare a quelle larghe intese di cui ho scritto sopra con un’idea forte e un realismo altrettanto forte. È evidente che i sindaci renziani eletti a Bruxelles da soli non ce la potrebbero mai fare. Ci sarà bisogno di tutte le componenti del partito, dai keynesiani ai liberisti, ci sarà bisogno di un dibattito serio, la cui forma non potrà essere quella dell’hashtag. Facciamolo.

#ildibattitosì

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Non-appello elettorale

Cercate di alzare un po’ lo sguardo oltre le beghe della nostra Italietta. Ho già scritto di quanto sia deluso da Renzi, che tuttavia rimane il meno peggio possibile, allo stato attuale, così come lo sono stati Letta e prima ancora Monti. Il punto è che quello di domenica prossima non sarà principalmente un voto pro o contro Renzi. Sarà un voto pro o contro l’Europa, più che in tutte le altre elezioni europee precedenti. Se già non vi fosse chiaro, sarebbe difficile convincervi di quanto l’integrazione Europea sia un bene, già ora (sebbene l’obiettivo ideale siano gli Stati Uniti d’Europa) e di quanto mettere in discussione la moneta unica vorrebbe dire tornare indietro, dichiarando il proprio disinteresse. Tutto è perfettibile, a partire da quest’Unione, ma la tiritera sul fatto per cui realizzare un’unione monetaria prima di quella politica sarebbe stato un errore è diventata inascoltabile. È invece esattamente così che si compiono le integrazioni politiche: si parte dai trattati di pace, si passa agli accordi commerciali, si arriva a una moneta unica e poi, se tutto va bene, ci si federa.  In politica occorre a volte distinguere tra scelte “di linea” e scelte “di campo”. Se continuo a nutrire seri dubbi sul governo della “staffetta”, voterò PD perché, da iscritto, nonostante tutto, continuo a credere al progetto politico del partito, che va ben al di là di Renzi. Ma la scelta di campo va ben al di là del PD stesso. In queste elezioni Europee la scelta che faccio è per il campo della Ragione o, più modestamente, della ragionevolezza. Allo stesso campo dei ragionevoli a mio avviso appartengono i liberali dell’ALDE. Ai confini di quel campo, se state più a destra di me potreste anche scegliere il PPE, se state più a sinistra, potreste scegliere Tsipras, se siete ambientalisti potreste scegliere i Verdi, ma sappiate (lo sapete, vero?) che qui in Italia questi ultimi tre raggruppamenti offrono qualcosa di assai più scadente rispetto ai loro corrispettivi europei. A tutti gli altri, a coloro i quali hanno scelto di dare il loro voto all’impresa commerciale mediatico-politica Grillo & Casaleggio o alla micro-destra noEuro del duo Meloni-Crosetto e del leghista Salvini, davvero non saprei che dire. Un giorno, io lo so, i migliori di voi sapranno guardarsi allo specchio e dire: «DIO, CHE STUPIDO SONO STATO!».

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Perché sono contrario alle «quote rosa» in Parlamento

Sono contrario perché credo che occorra sempre guardare la luna e non farsi distrarre dal dito che la indica.

Sono contrario perché credo – in questo confortato dall’opinione di molte donne –  che una donna si possa sentire umiliata nell’essere considerata «quota», nell’avere la certezza di una parità imposta per legge sulla base del possesso di una vagina. Non è sessismo, questo? Non è ridicolmente sessista la stessa espressione «quota rosa»?

Sono contrario perché credo che la cultura maschilista e i residui di patriarcato che affliggono ancora in modo evidente la società italiana non si possano combattere a forza di regolamenti, e meno che mai coi regolamenti applicati ai vertici del ceto politico.

[Un inciso generale andrebbe fatto a proposito della natura della rappresentanza democratica: il Parlamento non è una proiezione omologa della società (che vi siano presenti tanti cretini, tanti ladri o tanti assassini è frutto di un accidente, non di una regola). In una democrazia rappresentativa vanno scelti i rappresentanti più validi di singoli interessi e gruppi sociali, non i rappresentanti di singole inadeguatezze.]

Sono contrario perché se quello della parità è un problema politico, sono i soggetti responsabili dell’azione politica organizzata, e cioè i partiti, a doversene far carico autonomamente. Il Partito Democratico, cui sono iscritto, ha risolto il problema delle pari opportunità attraverso lo Statuto (uno statuto che prevede l’uso del buon senso nei casi eccezionali in cui, altrimenti, non si potrebbero nemmeno eleggere i segretari di circolo). Le donne nel PD sono ben rappresentate (il 41% dei nostri parlamentari è donna), semmai il problema rimane nei partiti del centrodestra. Ma se tante donne votano partiti in cui la parità di genere non è così importante, il problema forse sta nella scuola, non nei regolamenti elettorali.

Sono contrario perché i problemi reali delle donne di questo paese, dalla vergogna delle dimissioni in bianco a tutte le altre discriminazioni sessiste nel mondo del lavoro, in termini di carriera e di reddito non si risolvono con un parlamento composto da percentuali identiche di maschi e di femmine. Non vi viene il sospetto che i residui patriarcali e le difficoltà nella carriera lavorativa delle donne possano derivare non da una scarsa rappresentanza politica, ma dall’arretratezza del nostro sistema produttivo, del nostro capitalismo familista, da tutte le incrostazioni corporative che nemmeno ora, con l’acqua alla gola, il nostro ceto politico ha il coraggio di andare a toccare?

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Ecco fatto

E bravo Matteo, che è riuscito finalmente nel suo intento: arrivare al governo del Paese. Ci è riuscito rimangiandosi la parola, facendo l’esatto contrario di quanto promesso a noi che l’abbiamo sostenuto, ma non importa. E’ possibile che il senso di delusione di questi giorni renda il mio giudizio assai più severo del necessario, ma importa ancor meno. Abbiamo un governo, sostenuto dalla maggioranza del mio partito, composto in parte da gente valida, il momento è quello che è («delicato», «drammatico», «cruciale», etc.), siamo tutti italiani, e (parlo per me) non proprio benestanti, per cui se ancora conserviamo un po’ di buon senso dobbiamo sperare con tutte le nostre forze che Renzi riesca a combinare qualcosa di buono. E lo faremo, con la pancia. La testa continuerà però ad essere impegnata nella critica, nella lettura dei dati, per così dire. Dati non proprio confortanti, a partire dalla composizione della squadra, che dice tutto senza necessità di commenti: Il presidente di Legacoop al Lavoro, l’ex presidente dei giovani industriali allo Sviluppo Economico, Emma Bonino defenestrata dagli esteri (troppo titolata, verrebbe da dire), il 50% dei ministeri a donne che sono in parte appendici femminili del premier, la conferma delle poltrone al Nuovo Centro-Destra, la sistemazione della quota D’Alema/Cuperlo/Bersani (La Ditta), la sistemazione (non richiesta e un po’ scorretta) della quota Civati. Le arrampicate sugli specchi sono inutili: Matteo Renzi presiede un governo squisitamente consociativo, e confermo qui quanto vado dicendo da mesi: stiamo vivendo la nascita del Pentapartito 2.0. Peccato che molti di noi avessero scelto Renzi proprio pensando di riuscire così a liberare finalmente l’Italia dal Centro, dalla DC perenne, dal doroteismo, dall’immobilismo…L’unica grande novità di Renzi consiste probabilmente  nell’essere un Premier-Sindaco, cioè un premier dei sindaci. Il legame con gli amministratori locali – cioè, in sostanza, il tema dello sforamento del patto di stabilità – è una delle chiavi del suo successo e della sua futura azione di governo. Sacrosanta l’attenzione ai comuni, per carità. Se però l’approccio è «da pentapartito», e cioè clientelare, attento a non rompere lo status quo, a minimizzare le responsabilità delle amministrazioni locali, considerate a priori vittime della disciplina di bilancio, beh, di quest’attenzione farei volentieri a meno.

Che cosa possiamo aspettarci da un governo espressione della stessa, identica maggioranza di quello precedente? Il nuovo Presidente del Consiglio si è affrettato a precisare che, al contrario del «governo di servizio» di Enrico Letta, il suo sarebbe un esecutivo politico. Meraviglioso: a maggior ragione la linea sarà quindi condizionata dalla puerile fronda degli Alfaniani, legati da un guinzaglio lunghissimo e quasi invisibile, ma resistentissimo, a Forza Italia. Che cosa potrebbe davvero cambiare con Renzi? Siamo d’accordo, tra lui e Letta la differenza è abissale, soprattutto in termini di carisma e di stile. Renzi colpisce e parla a tutti, per questo l’abbiamo scelto. Pensavamo che potesse rompere quell’equilibrio tra berlusconismo e antiberlusconismo che da vent’anni tiene bloccato un Paese in profondo declino. Quello stile può non piacere, ma funziona. Sullo stile di Renzi, su Matteo Renzi come oggetto politico-semiotico, nei dieci giorni che separano il voto in Direzione Nazionale dalla fiducia a Montecitorio si è scritto e detto di tutto. Il lessico, la retorica, il timing, la prossemica, la mimica, le macchine, i capelli, le giacche, le cravatte. Piccoli dettagli che, intepretati e sovrainterpretati dai professionisti della comunicazione politica, dagli «analisti», da noi dilettanti tuttologi di twitter, dovrebbero restituire dei messaggi molto semplici e molto chiari: il «cambio di passo», la rottura di vecchi schemi, lo svecchiamento del potere, il riavvicinamento della politica al «Paese reale», e così via.  Tutto giusto, quello stile funziona benissimo, trasversalmente, con gli elettori. Il problema non secondario è che le elezioni il buon Matteo le ha evitate. Ha preferito la scorciatoia di palazzo. E nel palazzo contano i numeri e i rapporti di forza con gli amici più o meno interessati. Che un giorno possono decidere di farti lo sgambetto, magari dopo averti ripetuto per mesi di stare sereno… Ripeto, siccome non voglio vedere affondare il mio Paese, mi auguro che Renzi riesca a realizzare anche solo una minima parte del suo (ancor vago) programma. Tiferò per lui da italiano. Tiferò per lui anche in quanto nemico della feccia grillina. Certamente, all’interno del PD, come si dice in questi casi, dovrò tenere una posizione interlocutoria. Passo dall’essere «diversamente renziano» a «non-più-renziano», senza per questo dare credito a Civati, né tantomeno alla vecchia maggioranza, responsabile quanto Renzi di questo colpo di mano. In realtà, non mi pesa il non avere più un’area di riferimento nel partito – è forse anzi un sollievo, per un cane naturaliter sciolto come il sottoscritto. Mi pesa però l’essere stato così ingenuo, l’aver investito male le mie speranze – perché non è vero che le mie aspettative fossero proprio minime, come andavo dicendo fino a qualche giorno fa. Mentivo un po’ a me stesso.

Buon lavoro, comunque, Presidente Renzi. Da domani, solo critiche puntuali. E un po’ di satira.

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La paura ha un nome e si chiama «staffetta».

Premessa necessaria: chi in questi giorni convulsi (inspiegabilmente convulsi, almeno per noi che stiamo fuori dal Palazzo) gridi al golpe è un cretino. Chi invece, più o meno pacatamente, solleva l’obiezione per cui non sarebbe possibile un terzo governo «senza legittimazione popolare» dimentica forse che la nostra è ancora una repubblica parlamentare. Due camere sono state regolarmente elette giusto un anno fa e ogni maggioranza, anche quella espressa in queste sgradevoli larghe intese, è quindi formalmente legittima. Inopportuna, forse, ma legittima. I meno giovani ricorderanno governi che duravano meno di una primavera, e maggioranze smontate e rimontate nel chiuso delle stanze dei partiti, ai tempi del Pentapartito. Ma, già nella cosiddetta Seconda Repubblica, molti di noi ricordano bene la caduta del Prodi I e l’arrivo un po’ piratesco di Massimo D’Alema a Palazzo Chigi. E’ proprio a partire dalla constatazione dell’ingovernabilità del sistema che nascono tutti i discorsi sulle riforme istituzionali, è sempre per questo che in molti abbiamo creduto alla proposta di Matteo Renzi, all’occasione di «cambiare verso» rispetto alla «vecchia politica», ricordate?

Non è un golpe quello che si è consumato in questi giorni, trovando compimento in una direzione nazionale che non ho avuto davvero lo stomaco di seguire fino alla fine, ma una mezza schifezza sì. Una schifezza perché nel giro di poche ore Matteo Renzi, con l’assenso di buona parte del Partito Democratico, si è rimangiato quanto detto e ripetuto negli ultimi due anni, a partire dalla necessità di governare con una maggioranza solida, coesa e coerente, uscita dalle urne e non da manovre di palazzo. Nel discorso fatto al Nazareno poche ore fa, Renzi ha speso parole come rischio e coraggio, ma se il rischio che il tentativo del segretario si bruci (bruciando con sé il PD, e questa volta in modo forse definitivo) appare evidentissimo, meno evidente appare il coraggio speso per compiere il tentativo stesso. E’ paradossale, ma la «strada meno battuta» di cui parla Renzi – strada in realtà battutissima, quella, appunto, del cambio di governo per via di manovre di segreteria – non è stata scelta per coraggio. Questa strada è stata scelta per paura, paura di perdere le elezioni. In buona sostanza, nemmeno troppo tra le righe, Renzi ha ammesso di aver fallito il tentativo di riforma elettorale. Un tentativo partito molto bene, finito così così. L’Italicum – ancora non approvato – può funzionare solo dopo una riforma del Senato, che il governo in carica non sembrava mettere tra le sue priorità. E se poi non ce la si fa e si vota con un proporzionale puro creato dalla Consulta con la macellazione del Porcellum? E che dire della rinascita di Forza Italia coi suoi «clöb» e la sua retorica ultrapopulista? E il brutto clima di antieuropeismo nel quale si terranno le elezioni europee, che rischia di penalizzare il Partito Democratico, percepito più degli altri come «di sistema»? «E se poi al ballottaggio ci vanno B. e Grillo?» Tutti questi timori, più o meno fondati, hanno fatto cambiare idea a Renzi. Eh già, anche Renzi ha paura, una paura fottuta, si direbbe. E’ fortunato perché alla sua paura si aggiungono le paure altrui, all’interno del PD. Gli eletti del 2013, in particolare quelli vicini alla vecchia nomenklatura uscita sconfitta dalle primarie, non temevano forse le elezioni anticipate quanto Renzi? Ora il pericolo di essere esclusi dalle liste viene scongiurato, c’è tutto il tempo per riorganizzarsi…ma per riorganizzare cosa, se partito e governo dovessero fallire ancora? Non riesco mai a capire se si tratti di incoscienza o di cupio dissolvi, ma non ha importanza. Il punto è che la sostanziale compattezza del partito non è grave quanto le decisioni della segreteria, ovviamente. Per me si tratta della prima grande delusione di “diversamente renziano”, del primo vero brusco risveglio. E’ vero che le mie aspettative sono sempre state minime, ma c’è qualcosa nello stile, nella forma di certi atti e di certe prese di posizione che riesce a colpirti negativamente ben oltre la sostanza. La franchezza e la trasparenza, la chiarezza del pensiero, anche non sempre condivisibile, la sostanziale diversità dalla “vecchia politica” erano quindi solo un’illusione? Parrebbe proprio di sì.

Perché soltanto mezza schifezza, dunque? Semplicemente perché, messa da parte la delusione politica, chiunque si dica pragmatico e abbia a cuore le sorti di questo ridicolo paese – le mie, le vostre, le nostre sorti – penserà che in fondo «peggio di così non potrà andare», cercherà anzi di cogliere le possibilità date da questo cambiamento e non potrà che sperare che il governo Renzi riesca a combinare qualcosa di buono. Personalmente non mi sento fiducioso. Per quante critiche abbia fatto a questo strano governo e a quella sorta di Pentapartito 2.0 che lo sostiene, oggi mi sento solidale con Enrico Letta, sacrificato da tutto il suo partito in nome della paura. E’ la solidarietà che provo per i loser, per i condannati che provano ancora a ragionare coi carnefici con la testa già sul ceppo. Ma, più freddamente, mi chiedo appunto perché Renzi, pur non facendo peggio, dovrebbe riuscire a fare meglio di Letta. Che cosa davvero potrà fare in più, alla guida di un governo simil-tecnico sostenuto da un’identica maggioranza che, se mai dovesse cambiare di qualche grado il suo orientamento politico, difficilmente potrà cambiare in meglio? Sento parlare di un possibile sostegno di SeL da una parte, di quello della Lega Nord dall’altra. Insomma si va dall’improbabile all’indesiderabile. Matteo Renzi crede davvero di poter realizzare le grandi riforme necessarie al Paese in queste condizioni, arrivando magari a fine legislatura? Beh, glielo dobbiamo augurare. Io glielo auguro e questo augurio potrebbe essere l’ultima cosa che avrà da me. In bocca al lupo, segretario.

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Fascisti o no?

m5s

Avendo perduto il loro potere di delega, i cittadini non agiscono, sono solo chiamati pars pro toto, a giocare il ruolo del popolo. Il popolo e’ cosi’ solo una finzione teatrale. Per avere un buon esempio di populismo qualitativo, non abbiamo più bisogno di Piazza Venezia o dello Stadio di Norimberga. Nel nostro futuro si profila un populismo qualitativo Tv o Internet, in cui la risposta emotiva di un gruppo selezionato di cittadini può venire presentato e accettato come la Voce del Popolo. A ragione del suo populismo qualitativo, l’ Ur-Fascismo deve opporsi ai ‘ putridi’ governi parlamentari. Una delle prime frasi pronunciate da Mussolini nel Parlamento italiano fu: “Avrei potuto trasformare quest’ aula sorda e grigia in un bivacco per i miei manipoli”. Di fatto, trovò immediatamente un alloggio migliore per i suoi manipoli, ma poco dopo liquidò il Parlamento.

(Umberto Eco, Identikit del Fascista, «la Repubblica», 2 luglio 1995, poi in Cinque scritti morali, Bompiani, 1997)

[…] Nessun movente etico-politico, […] umanità o […] carità vera, […] nessun senso artistico e umanistico e men che meno […] un’intervento di indagine critica. Si trattava per lo più di gingilloni, di zuzzuruloni, di senza-mestiere dotati soltanto d’un prurito e d’un appetito che chiamavano virilità, che tentavano il corto-circuito della carriera attraverso la «politica».

(Carlo Emilio Gadda, Eros e Priapo, in Saggi Giornali Favole e altri scritti, vol. II, Garzanti, 2008)

Per prima cosa, vorrei qui ringraziare Grillo e i suoi. Col loro comportamento sono riusciti a ricompattare buona parte della smandrappata sinistra democratica, che potrà anche scannarsi attorno alla figura di Renzi, all’idea di partito o alle diverse ricette economiche, ma rimane unita sulla difesa della democrazia e delle sue istituzioni. Scusate se è poco. Dal 2011 non credo di aver dedicato più di quattro o cinque post al M5S. Avevo già liquidato tutta la faccenda come il peggior sintomo dei malanni della nostra democrazia: una sorta di febbre, che rivela un’infezione. Qualcuno, anche nel PD, l’aveva invece considerato un interlocutore politico come altri, coi risultati che conosciamo: nessuno, a parte l’ormai canonico vaffanculo. Anche per questo, forse, tra i più severi critici del grillismo come minaccia alle istituzioni troviamo oggi i bersaniani, mentre i renziani, a mio avviso un po’ discutibilmente, si concentrano sulla cultura “del risultato”: per non rischiare di ferire l’amor proprio dell’ex-elettore PD potenzialmente recuperabile – quello che a novembre 2012 scelse Renzi e che avrebbe votato PD in caso di una sua vittoria, si limitano a fargli notare quanto poco abbiano combinato i grillini. E non è detto che su alcuni provvedimenti non possa rendersi necessario anche il voto del gruppo M5S, o di una parte di esso.

Intanto, a sinistra del PD e fuori dal Parlamento, c’è chi considera tuttora il M5S un potenziale alleato. Si tratta della congrega dei radical-chic inaciditi, dei vari intellò rimbecilliti, dei giacobini frustrati. Una su tutti, Barbara Spinelli che qualche giorno fa rivendicava ancora la bontà dell’appello fatto a suo tempo da detta congrega a Bersani perché tentasse un governo PD-M5S. Ricordate? Si trattava del famoso «governo di cambiamento» a cui i grillini per primi non sono mai stati interessati, ma questo la figlia del povero Altiero non lo sa, finge di non saperlo, non vuole sapere, o non l’ha proprio capito. A me vengono tuttora i brividi al pensiero che il più grande partito della Sinistra potesse anche solo ricevere un appoggio esterno dai grillini. In ogni caso, fa specie che parecchi tra coloro i quali per vent’anni hanno dato del fascista a Berlusconi oggi rifiutino di vedere le componenti fascistoidi della proposta a cinque stelle.  

«Ah. Qui volevi arrivare, eh?»

Ovviamente sì, proprio qui volevo arrivare. Vorrei chiarire il mio pensiero su questo punto, e cercherò di farlo senza ricorrere al paralogismo autoreferenziale della Spinelli («Non credo che il M5S sia un movimento squadrista, perché non avrei mai firmato appelli per un movimento squadrista»). E’ chiaro che se per «fascista» intendiamo un movimento che si richiami direttamente o nascostamente al fascismo storico, il club di Grillo non si può definire «fascista». Probabilmente nemmeno «Ur-fascista» nel senso inteso da Eco. E in ogni caso, a parecchi italiani, magari di sinistra, magari dotati di sufficiente cultura ed esperienza, magari autonominatisi «difensori della Costituzione», le componenti fascistoidi di cui sopra non sembrano così evidenti.

Non basta che diversi rappresentanti del M5S abbiano dato giudizi assai benevoli sul Ventennio, o che utilizzino alcune formule rivelatrici di una certa cultura politica (imparaticcia, ma tant’è, questa è la cifra della nostra epoca), dall’«Europa dei popoli» alla «comunità nazionale», ai «confini sconsacrati». Non sono forse certi «revisionisti moderati» coi loro editoriali sui grandi quotidiani, ad insistere sulla rivalutazione del fascismo «prima delle leggi razziali» .

Non bastano il razzismo, la xenofobia e lo sfruttamento cinico dei problemi dell’immigrazione, una retorica attraverso la quale il centrodestra italianoda più di vent’anni, costruisce campagne e vince elezioni.

Non basta il linguaggio da stupratori fascisti dimostrato nei giorni scorsi – lo stesso linguaggio delle bestie che violentarono Franca Rame, e di fronte al quale Dario Fo resta in silenzio. Mi si dice di non scomodare il Gadda di Eros e Priapo, perché il sessismo italico è trasversale e il maschilismo della cultura patriarcale ancora radicatissimo. Vero.

Non basta una virulenta forma di antieuropeismo e di antimondialismo, unita a un generico odio per la finanza basato spesso sull’analfabetismo economico, e a bizzarre teorie di marca neofascista (vedi alla voce signoraggisti): è specificamente fascista parlare dei «disastri della globalizzazione» o prendersela con le banche?

Non basta l’irrazionalismo che va dalle scie chimiche al metodo Stamina, passando per l’indimenticabile palla biowash: in questo paese il metodo scientifico ha forse mai goduto di grande popolarità? (E comunque il Movimento è zeppo di ingegneri, a partire da… Rocco Casalino).

Non basta d’altronde nemmeno il cospirazionismo dei deliri allucinati in materia di 11/9: cosa possiamo pretendere con le nostre esperienze di stragi e servizi deviati e con un giornalismo alla ricerca dei suoi quattro lettori con ogni mezzo possibile, escluso il fact checking?

Non bastano la simpatia per regimi autoritari come l’Iran degli ayatollah e non basta il pregiudizio manifesto verso Israele: posizioni considerate «di sinistra» in Italia, dove gli antisemiti si sono comodamente sistemati tra le file degli antisionisti.

Probabilmente no, nessuno degli elementi che ho elencato è sufficiente a chiamare «fascista» il Movimento 5 Stelle. Può bastare? Non direi.

La verità è che la politologia fatica un po’ di fronte al gran frullato delle frattaglie ideologiche rimasteci dal secolo passato, di fronte a un discorso pubblico che il panico da crisi economica riduce spesso ad un’accozzaglia di slogan populisti. In un contesto simile, hanno trovato il loro spazio ideale un esagitato buffone e un faccendiere che si intende un po’ dell’internient. Il gatto e la volpe hanno deciso di inserirsi nel vuoto di consenso dei partiti e hanno inventato il M5S, non un partito in senso stretto, ma qualcosa di più vicino ad una piattaforma web, con tanto di ridicole consultazioni online. Un’operazione di marketing politico nella quale il movimento è una sorta di collettore fognario collegato via ADSL al ventre molle del Paese e in grado quindi di raccogliere ogni sorta di escremento politico nel momento stesso in cui si forma. Che poi qualche idea sensata affiori dal liquame, non stupisce, se ogni orologio rotto…

Che Grillo e Casaleggio personalmente condividano le idee dei loro simpatizzanti o che siano dei puri venditori, non rileva. E’ probabile che, dopo un paio di appuntamenti elettorali, il fenomeno grillino declini da sé. Il gatto e la volpe avranno nel frattempo ottenuto dall’operazione il ritorno economico sperato. Ma il sintomo, la febbre di cui parlavo sopra, non andrebbe sottovalutato perché ci ripete una verità che non ci piace ascoltare: a una fetta consistente di popolazione italiana non importa assolutamente nulla della democrazia e delle sue istituzioni. Non si tratta di militanti ideologizzati, di fanatici, di amanti dell’eversione. Si tratta di vittime del declino economico. Operai di un manifatturiero che muore, artigiani, piccoli imprenditori e commercianti in crisi, gente che ha sempre badato al sodo, e a maggior ragione bada al sodo in momenti di crisi profonda. Non hanno granché a cuore i fragili meccanismi delle liberaldemocrazie, non se ne sono mai interessati perché non ne hanno mai avuto il bisogno. A loro i partiti di massa chiedevano un voto, una volta ogni tanto. In cambio i più fortunati ricevevano le regalie destinate ai clientes, altri una relativa sicurezza di poter vivere e lavorare in pace. Ad un certo punto, questo patto si è rotto – sulle cause di tutto ciò altri potranno dire meglio di me. Nel corso del Novecento, in fasi e contesti diversi, queste masse sono diventate carne da adunata (o peggio). Se i rappresentanti pentastellati sono, come suggerisce Corrado Augias, «fascisti inconsapevoli», i loro elettori sono fascisti potenziali. Mi si obietterà che fascisti potenziali lo siamo un po’ tutti. E’ possibile. Personalmente, per formazione familiare ritengo di potermi escludere dal novero.

Scenari molto improbabili? Fantapolitica da blog? Pippe da politologi della domenica? Lo spero, ma continuo a praticare l’esagerazione come forma di scaramanzia. E a sperare che il Paese non prosegua nel suo declino, che cessi di distruggere, giorno dopo giorno, tutta la sua ricchezza. Perché il fattore determinante, come sempre nella storia delle democrazie, è quello economico.

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Zona rimozione

Cari lettori, devo rivelarvi un segreto. Di quelli brucianti, inconfessabili. Una scoperta imbarazzante. Siete pronti?

Dunque, dovete sapere che, meno di un anno fa, nell’ambito di libere elezioni, più di sette milioni di vostri connazionali hanno dato il loro consenso a Silvio Berlusconi e al suo codazzo. Pare non fosse la prima volta, ma su questo tenderei a non sbilanciarmi. Questo potrebbe (potrebbe) spiegare il senso dell’incontro tra il segretario Matteo Renzi e il suddetto Silvio Berlusconi, voi che dite?

Posto che:

1.Le ferie natalizie dei Signori Giudici non hanno consentito di mettere la parola fine alla vicenda giudiziaria di B., condannato da mesi, decaduto ma tuttora libero di scorrazzare in quanto leader del terzo partito in Italia.

2.La riforma elettorale deve essere fatta con il più ampio consenso possibile. Perché fa parte della logica democratica, perché è giusto sia così, e per evitare polemiche inutili a distanza di anni. Sensato quindi incontrare anche il capo dell’opposizione. En passant, Anche Pippo Civati sembra pensarla così.

2.1 Il fatto che B. sia all’opposizione è del tutto accidentale, essendo rimasto al governo col PD fino all’altroieri. Suggerirei a tanti di osservare bene il guinzaglio, pur lungo, che lega Angelino Arf-arf-arfano al suo creatore Berlusconi ed astenersi dallo scrivere sciocchezze tipo questa:

3.La lunga sequela di incontri, accordi palesi e occulti tra B. e i vari rappresentanti del Centrosinistra di questi anni non permettono ad alcuno di eccepire sulla scelta di Renzi.

4.Le lamentazioni sulla «personalizzazione della politica» perdono efficacia se al solo nominare B. ci si straccia le vesti. Chi contribuisce più a legittimarlo e a «personalizzare» le vicende politiche? Chi lo costringe a inserirsi nel dibattito sulla legge elettorale o chi finge che sia morto? Dopo vent’anni dovrebbe essere chiaro: le rimozioni portano alle nevrosi, e se le nevrosi sono paralizzanti nella vita degli individui, lo sono anche nella vita politica.

Posto tutto ciò, dicevo, le crisi isteriche a cui ho assistito oggi sull’unico social network che frequenti – non oso immaginare i papiri prodotti su facebook – mi sembrano ormai insopportabili. Non tanto per me, che tutto sommato le trovo divertenti, quanto per chi le ha. Non credo sia bello sentirsi estranei in quella che dovrebbe essere casa propria.
Io ho creduto e credo ancora che l’unità del partito e del centrosinistra (che nella mia visione dovranno prima o poi coincidere) siano un bene supremo. Ma siccome non vedo in questo caso il pericolo di una scissione, essendo i renzifobi gravi soltanto una piccola minoranza rumorosa all’interno del PD, non posso far altro che consigliare loro di trovare uno spazio politico diverso, nel quale potersi sentire a loro agio. Qualcuno è pronto ad accoglierli:

In SeL staranno se non altro belli larghi.

(Un’avvertenza: se davvero non vi piacciono i partiti personali, pensateci due volte).

 

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