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Ritorni di fiamma

Il primo (moderato e momentaneo) ritorno di fiamma è quello del sottoscritto per l’operato di Matteo Renzi. È un po’ lo spirito di contraddizione a muovermi, lo stesso che mi ha portato a scegliere Renzi alle primarie.  Non posso in alcun modo seguire la sinistra del partito nella levata di scudi contro una riforma del lavoro della quale ancora non esiste un testo definitivo, ma che sembra comunque andare nella direzione che molti di noi cani sciolti – e precari – considerano sensata. Ed ecco l’altro ritorno di fiamma: quello di una Sinistra e un sindacato nella migliore delle ipotesi incapaci di affrontare la realtà e, nella peggiore, impegnati più nella difesa delle proprie posizioni di potere che non in quella degli interessi dei lavoratori (presenti e futuri). La preventiva minaccia di grandi mobilitazioni è giunta assieme all’immancabile evocazione di un «autunno caldo». Fu l’autunno caldo propriamente detto, quello del 1969, apice di una fibrillazione operaia che il sindacato stesso faticava a governare, a spingere sindacalisti e giuslavoristi di area socialista come Giacomo Brodolini e Gino Giugni a pensare lo Statuto dei lavoratori, una legge che potesse finalmente regolare il diritto alla rappresentanza e all’attività sindacale, in un’epoca in cui ancora si veniva licenziati per il solo fatto di distribuire volantini ai cancelli della fabbrica – questo non lo dobbiamo mai dimenticare. Lo Statuto, tuttavia, nasceva in qualche modo già vecchio. L’ultima grande lotta operaia del Novecento italiano fu infatti condotta proprio sul crinale tra due diverse epoche produttive. Subito dopo l’approvazione della legge iniziava infatti quella lunga fase di ristrutturazione industriale, fatta di esternalizzazioni, di decentramento e di atomizzazione del lavoro che arriva sino ai giorni nostri e disegna un mondo del tutto nuovo. (Qualcuno, nella sinistra c.d. operaista, coglie l’importanza di queste trasformazioni, ma il clima ideologico di quegli anni trasforma presto quelle intuizioni nei deliri dell’autonomia operaia, con gli esiti che sappiamo).

Quarant’anni dopo l’approvazione dello Statuto, in un Occidente in cui il fordismo è finito e sono quasi scomparse le grandi industrie, in un paese in declino, indebitato, senza lavoro, sembra che tutto il dibattito debba ancora ruotare attorno allo Statuto, per sineddoche ridotto al solo articolo 18. Nessuno è ancora riuscito a dimostrare in modo inoppugnabile che le poche decine di vertenze l’anno che riguardano l’art.18 – una minima parte di tutte le cause portate davanti ai giudici del lavoro – siano un freno alla produttività o agli investimenti stranieri. A me riesce difficile crederlo, ma del resto chi ha mai detto che «i mercati» siano guidati dalla razionalità? D’altro canto, mi riesce altrettanto difficile considerare l’art.18 una sorta di baluardo di civiltà, a meno che non ci si riferisca a una “civiltà” nella quale il lavoro sia diviso per caste: non hanno mai goduto della tutela dell’art.18 le decine di migliaia di lavoratori interessati dai licenziamenti collettivi frutto di crisi e ristrutturazioni, né i lavoratori autonomi – che peraltro non godono nemmeno di ferie e malattia pagate, non ne hanno goduto gli operai delle migliaia di microimprese terziste ai quali si devono il “miracolo del Nord Est” e il successo di tanti distretti produttivi in Italia, né, tantomeno, chi lavori in nero in zone dove spesso al “sommerso” non esiste alcuna alternativa. Raramente ne hanno goduto le persone della “generazione X”, cui appartengo, e di quella successiva – ammesso e non concesso che un ventenne medio abbia la benché minima idea di cosa sia l’art.18 e di cosa faccia un sindacato.

Il tema di fondo, che va in effetti ben al di là della «possibilità di licenziare», è quello di un problematico cambio del paradigma col quale il movimento sindacale ha immaginato – e contribuito a disegnare – i rapporti giuridici tra lavoro e capitale. Il passaggio è in buona sostanza quello dalla contrattazione collettiva a quella individuale, dal potere di negoziazione della classe operaia all’ [aaargh!] employability del singolo percettore di reddito. Si tratta, come i critici credono, di un passo indietro, o di una sfida a cercare strumenti nuovi? Quando parliamo di interesse dei lavoratori, stiamo pensando in termini di massa o in termini di individui? Il fine di un’azione politica e sindacale “di sinistra” non consiste nel garantire diritti e benessere degli individui? Non è così facile prendere posizione su questioni complesse in cui si intrecciano – e confondono – diritti e interessi, effetti economici e ricadute sociali, opposte visioni ideologiche e problemi etici. Io stesso, appena due anni fa, nel momento in cui Monti andava parzialmente a toccare l’articolo, scrivevo che l’articolo non andava toccato. Mi lasciava perplesso l’insistenza ossessiva per una faccenda di natura soprattutto simbolica. La situazione di oggi è assai simile: stiamo parlando di un «segnale da dare ai mercati» e a Bruxelles. Dal punto di vista dell’attuale maggioranza, il segnale è diretto anche alle varie componenti del centrodestra e viene accolto come vittoria storica da quella parte della diaspora craxiana (i Sacconi, i Brunetta) che di queste materie ha fatto una bandiera, credo più per tigna revanscista che per convinzione profonda. Sul fronte opposto, è comprensibile che un sindacato cui non la politica, ma la realtà stessa delle forze produttive sottrae giorno dopo giorno il ruolo e il peso politico voglia battere sulla questione dell’art.18. Basta sia chiaro che non sempre l’interesse dell’organizzazione e quello del lavoratore coincidono. A lasciarmi perplesso è invece l’opposizione interna al Partito Democratico, visto che gli stessi soci della “Ditta” non considerano davvero la faccenda più che un fatto di principio, una «questione simbolica importante» – parole di Gianni Cuperlo – che sembra nascondere la frustrazione derivante dal non aver potuto guidare personalmente il cambiamento e dal vederlo invece guidato dagli ultimi arrivati.

In un certo senso, l’arrivo dei renziani in casa PD assomiglia all’ascesa della borghesia alle spese di un’aristocrazia declinante. I membri di quell’aristocrazia di sinistra, i più lungimiranti tra i vecchi “ragazzi della FGCI” che un quarto di secolo fa hanno accompagnato il passaggio della sinistra marxista al riformismo, avevano compreso il tipo di trasformazione epocale subita dal lavoro organizzato già all’epoca in cui Matteo Renzi viveva il suo (primo) quarto d’ora di celebrità alla Ruota della Fortuna. Ciò che è mancato non è stata la capacità di analisi, ma la volontà, la capacità o la possibilità di tradurre le analisi in soluzioni. Gli errori sono stati molti e altrettante le circostanze storiche sfavorevoli. Certamente l’elitismo del ceto dirigente ex-PCI e la sua scarsa attitudine alla comunicazione hanno impedito di spiegare alla propria base la necessità delle riforme del lavoro. Dall’altra, la mutua dipendenza politica tra lavoro sindacalizzato e partiti della sinistra ha fatto temere grandi perdite di consenso – che si sono poi verificate ugualmente. Ma non possiamo nemmeno dimenticare la natura fragilissima delle maggioranze di quegli anni, messe a rischio dai ricatti di Rifondazione (partito nel quale ho militato, prima della “svolta liberale” alla quale è giunto di recente anche il mio segretario di allora). In un contesto di questo tipo era forse inevitabile che la Ditta preferisse impegnare le proprie energie su altri fronti, dalla coesistenza con Berlusconi alla scoperta dei salotti buoni della finanza, tra “capitani coraggiosi”. Peccato che, sul piano del lavoro, sia stato proprio il coraggio a mancare. Quella stagione ha prodotto solo riforme parziali – ricordo il co.co.co previsto dal “pacchetto Treu”, il mio primo contratto – che per la loro incompletezza hanno contribuito a creare l’attuale giungla contrattuale e nuove situazioni di disuguaglianza. La stessa c.d. legge Biagi avrebbe potuto benissimo essere concepita in un governo di centrosinistra, anziché nel lunghissimo Berlusconi II e, più di recente, l’idea di flexycurity, che dovrebbe finalmente aggiungere le tutele alla flessibilità, veniva rivendicata proprio dagli attuali oppositori del Jobs Act. Il vituperato Pietro Ichino sul suo sito web offre un’utile rassegna di posizioni di questo tipo, ma l’incoerenza di certi leader del centrosinistra è riassunta ancor meglio dal filmato del (magnifico) intervento di Massimo D’Alema al II congresso PDS che i solerti PR renziani hanno diffuso in questi giorni:

C’è quindi stato un momento, alla fine degli anni Novanta, in cui la Sinistra ante (e anti) Renzi pensava di fare più o meno le stesse cose che Renzi tenta di fare oggi. Forse le avrebbe fatte anche meglio, chi può dirlo? Forse potrebbe ancora partecipare al cambiamento in atto, farne parte, far sì che in quel cambiamento rimanga una traccia di quanto di buono c’è nella storia della Sinistra italiana. Purtroppo, per ora, l’impressione è quella di un eterno ritorno, di una coazione a ripetere gli stessi errori.

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La Leopolda vista da lontano

Post doppio, oggi, in via del tutto eccezionale. E’ che non mi sarei potuto permettere due coccodrilli di fila – Zuzzurro e poi Lou – che sarebbero diventati tre, con Gigi Magni (Magni lo ricorderò più avanti), a meno di non voler trasformare flâneurotic in un blog di annunci mortuari.

Insomma, non avrei voluto scrivere un post sulla Leopolda, ma faccio qui di necessità virtù e cerco di fissare brevemente un paio di punti chiave del discorso complessivo – o meglio, del discorso di Renzi e di quella manciata di interventi che sono riuscito a seguire in streaming.

Mentre ho già fatto altrove i miei rilievi sui materiali di comunicazione dell’ultima campagna renziana, sul format della Leopolda 2013 (che se non ho capito male si differenzia un po’ dalle edizioni precedenti) non ho molto da dire. Non so molto di questi tipi di eventi, occorrerebbe esserci stati per poter parlare dell’aria che vi si respira. Mi limito a segnalare che, oltre alle convention di partito americane, oltre a certi meeting motivazionali (aborriti a sinistra in quanto associati allo stereotipo aziendalista), la Leopolda a me ricorda lo stile di tante associazioni giovanili cattoliche (non solo o non tanto gli scout). C’è quel tipo di atmosfera da famiglia allargata che personalmente mi infastidisce un po’, ma, me ne rendo conto, è un problema mio.

Badiamo piuttosto alla sostanza. In generale ne è uscita rafforzata la mia convizione che Matteo Renzi sia l’unica alternativa possibile per un PD che voglia cambiare (salvandolo) questo Paese in picchiata. Non la migliore delle alternative in assoluto, ma la migliore delle possibili. Esistono purtroppo ostacoli – di linguaggio e di stile, prima di tutto – che rendono quella che per comodità chiamiamo “la sinistra del partito” del tutto allergica a Matteo Renzi. In fase precongressuale questa allergia raggiunge la soglia dello shock anafilattico, la soglia, cioè, della tenuta stessa del partito. Qualcuno minaccia di lasciare se Renzi diventerà segretario. Non vi sembra di esagerare?

Eppure, cari antirenziani, l’idea per cui «la sinistra che non cambia si chiama destra» non andrebbe liquidata col sarcasmo. La Sinistra democratica, storicamente, accoglie il cambiamento, non lo rifiuta. Lo studia per governarlo, in modo che tutti abbiano la possibilità di realizzarvisi liberamente e che nessuno ne resti travolto. Questa è la natura del progressismo, e questo porta a chiedersi ogni giorno cosa significhi essere di sinistra, cioè quali strumenti scegliere per raggiungere quello stesso fine. Chiedetevi, prima di tutto, cosa abbia fatto negli ultimi vent’anni la Sinistra che custodisce le vecchie insegne per difendere realmente gli interessi di cui si fa portatrice. Esemplare, in questo senso,  mi è sembrato l’intervento di Graziano Delrio, che molto semplicemente ha ricordato come proprio perché crediamo nell’uguaglianza dei cittadini e vogliamo uno Stato in grado di fornire a tutti un servizio pubblico di qualità, a partire da sanità e istruzione, dobbiamo riconoscere la necessità di “tenere i conti in ordine” e cominciare a tagliare la spesa pubblica improduttiva (e cioè, a scanso di equivoci: la spesa che non produce ciò per cui è messa a bilancio). Per far questo, però, occorre rompere un sistema clientelare fondato appunto sulla spesa, che ha garantito consenso per decenni. E, giocoforza, dal punto di vista di Renzi, ottenere l’appoggio di soggetti esterni a questo sistema, si chiamino anche Davide Serra.

Questa è la strategia di Matteo Renzi, che se la prende un po’ superficialmente con “i sessantottini” (notazione di stampo neo-con, diciamolo), afferma la centralità dell’impresa («chi crea un posto di lavoro è un eroe»), e continua a rompere alcuni schemi consolidati. Schemi più retorici che sostanziali, in realtà. Senza dover tornare ai tempi del PCI, che qualche rapporto col mondo dell’impresa lo intratteneva eccome, ricordiamo in cosa sia consistito – in teoria –  il progetto del centrosinistra unitario, dell’ulivo il cui rametto sta ancora, stenterello, ai piedi del logo del Partito Democratico: unire le forze produttive del Paese nel segno della solidarietà e dell’innovazione. Nel programma del ’96 si leggeva di «Aspirazione locale e globale, vicinanza al proprio territorio e straordinaria circolazione di idee, immagini, capitali, uomini e donne, competizione, non più solo militare o mercantile, ma “istituzionale”, di istituzioni e norme che reggono la vita sociale ed economica del paese». Che fine abbiano fatto questi propositi lo sperimentiamo ogni giorno. E quindi non ci si può stupire se Renzi, soprattutto quando si trova a casa sua, a Firenze, alla Leopolda, sfodera una retorica aggressiva.

Detto questo, occorre stare attenti alla possibilità dello shock anafilattico di cui parlavo sopra. Se la comunità dell’Ulivo e poi del PD è riuscita comunque ad essere un soggetto di massa interclassista, come si diceva un tempo, ora il declino del Paese, le sconfitte politiche e l’incapacità di fondare davvero un partito unito e plurale stanno polarizzando le posizioni dei candidati in modo che probabilmente non avremo un congresso di idee, ma di ceti. Mi pare ovvio che alla Leopolda prevalessero imprenditori e partite IVA. L’impressione è che l’unico sindacalista presente fosse Guglielmo Epifani, lì in quanto segretario del partito – un partito ospite tra gli altri ospiti, assenti i suoi simboli. E guardando agli altri candidati, appare altrettanto ovvia l’identità dei loro soggetti sociali di riferimento: grossomodo, il pubblico impiego per Cuperlo, e la piccola borghesia intellettuale (studenti inclusi) per Civati. Chi uscirà vincitore dal congresso dovrà cercare una sintesi all’interno del partito, in vista di quella che chiamerei una “conferenza di pace sociale”, nella quale chiunque voglia riuscire a salvare questo paese dovrà far dialogare i tre grandi settori del mondo del lavoro: autonomi, dipendenti pubblici, dipendenti privati.

Il tema del partito, di cosa dovrà essere il futuro Partito Democratico, rimane in parte eluso da Renzi. Dopo un periodo di distanza, il rottamatore, spinto dagli eventi, si è finalmente messo in gioco. Occorre capire se il rapporto col governo Alfetta consentirà un periodo di elaborazione politica, perché non è detto che lo scalpitante Matteo resista. Occorre anche capire che effetto avranno i numerosi salti sul carro del (presunto) vincitore registrati in queste ultime settimane. A livello di congressi locali le manovre si sprecano: qui a Venezia, a titolo di esempio, la giovane candidata renziana alla segreteria provinciale ha ritirato la candidatura all’ultimo momento, e siamo stati di fatto costretti a “scegliere” un candidato unico appoggiato da segreteria uscente e renziani della penultima e ultima ora. Per non parlare degli improvvisi flussi di tessere segnalati in alcune grosse federazioni. Cose di cui si prova vergogna a parlare, da iscritti.

Che i meccanismi di partecipazione vadano ripensati mi sembra chiaro, nel frattempo anche tra i modelli Leopolda e quello congressuale tradizionale andrebbe cercata una sintesi. Matteo Renzi deve fare chiarezza sul proprio modello di partito, come suggerisce Stefano Menichini in un ottimo editoriale su “Europa”. Nemmeno questo congresso potrà essere il congresso fondativo che è mancato al Partito Democratico. Avremo comunque molto di cui discutere, riprendiamo a farlo (io non ho mai smesso, in verità), non perdiamo anche questa occasione.

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Stress da superlavoro?

«A voi che ce l’avete con Marchionne: ricordatevi che Marchionne sostiene Obama», cinguettano i nostri pennivendoli ammaregani di Trapani o del rione Monti («I wanna teach you how to make a REAL arancheenah, goombah…what? Oh no, Peegee’s from Rome, they eat Souplee over there. By the way, have I ever told you the story of me trying to explain the USA to Italians? C’mon, have a seat… Well, let’s start from the Sicilian Independence Movement…»).

Dunque, andiamo per ordine: USA, 2009. Lo Stato sgancia più di sette miliardi di dollari per salvare un importante gruppo automobilistico. Li mette in mano ad un manager che di auto si occupa da poco più di cinque anni, ma che è noto per saper mettere in ordine i conti di aziende quasi decotte. L’operazione riesce, ed è il Presidente in persona a dimostrare la propria stima per il manager. «Mi piace quando Obama parla di Chrysler. E’ la pubblicità più dannatamente a buon mercato che possa avere», dichiara Sergio Marchionne. Ecco tutto, certi favori vanno ricambiati. Ogni altra considerazione è frutto della logica difettosa utilizzata dai pennivendoli di cui sopra. Beninteso, nemmeno loro credono al genio assoluto di Sergio Marchionne – anche perché di economia non ne sanno granché – ma identificano in lui il soggetto agente di una sorta di revanche (contro i sindacati, contro i “comunisti”, contro la sinistra tutta). Chi non abbia di queste fisime sta abbandonando il treno di Marchionne. Anche Renzi l’ha fatto, meglio tardi che mai.

Lo sappiamo, dietro alla generica definizione di manager si trova un po’ di tutto. Sempre più spesso troviamo professionisti del tutto ignari del prodotto, della produzione e soprattutto del mondo delle relazioni industriali, messi lì per salvare almeno gli asset finanziari delle aziende. E se poi si deve chiudere, che si chiuda. Fate caso al tipo di ubermanager diffuso nei paesi in declino, dove non si produce quasi più nulla, da dove non arrivano idee nuove e dove non arrivano capitali: in genere quel tipo di manager non sta lì per rilanciare un bel nulla, ma unicamente per ridurre il danno e preservare i profitti di un gruppo più o meno ristretto di azionisti. Questo doveva avere in mente Umberto Agnelli quando chiamò Marchionne nel Consiglio di Amministrazione di FIAT. Scusate se ripeto cose già dette sino alla nausea: la FIAT è stata la nostra più grande azienda pubblica detenuta da privati, sostenuta quasi ininterrottamente dagli aiuti di Stato, guidata fino a pochi anni fa da un viveur poco interessato alla ditta di famiglia e da vecchie volpi come Romiti (che oggi pontifica in TV). Un attimo prima del tracollo, Umberto Agnelli decide di tentare la carta Marchionne. “Ha salvato aziende messe malissimo, dicono”. L’anno dopo Umberto muore e Sergio diventa AD. Difficile pretendere che la volontà di Marchionne di continuare a fare auto in Italia potesse essere più salda di quella, già scarsa, dei proprietari. Ma FIAT è ancora un giocattolone essenziale in un’operazione come quella del salvataggio Chrysler. Certo, è una bella seccatura tenerla in piedi in Italia. Con quei sindacati che rompono le balle, poi. In un’altra occasione potremo riprendere il discorso sui problemi dell’industria italiana e su quali siano le responsabilità del Sindacato. Ora no, ora mi pare sensato spernacchiare Sergio Marchionne, che prima licenzia 19 operai e poi, costretto a reintegrarli, ne licenzia altri 19, inventandosi la deplorevole panzana della crisi del mercato. Una rappresaglia come forse non se ne vedevano dai tempi di Valletta. Questa sarebbe una dimostrazione di sapienza manageriale? A me sembra puttosto che, agendo e reagendo in modo arrogante, e stupendosi poi di non ottenere i peana riservatigli negli USA, Marchionne stia dimostrando di non essere poi così smart. O, se non altro di essere molto, molto (ma molto) stressato. Chi gli vuole bene glielo faccia notare.

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L’amara medicina

Come giudicare il medico – o il tecnico – che, per salvarti la vita, ti amputa una gamba? Le prime reazioni a Monti rientrano nella norma (anche il delirio leghista vi rientra): di fronte ai provvedimenti impopolari è inevitabile la resistenza di chi abbia tratto qualche vantaggio dall’uso della parola ‘popolo’ . Anche la Lega nella sua fase, delirante e ridicolissima, “di lotta”. si è già vista. Che Monti stia tuttavia muovendosi da buon equilibrista lo provano le critiche (alquanto frettolose, a dire il vero) di Alesina e Giavazzi. Ma ciò che di realmente nuovo porta questo governo è l’assenza di infingimenti propagandistici. Se c’è qualcosa di apprezzabile nei tecnici, oltre alla loro competenza, è l’assenza di riflessi “politici” in senso deteriore. Niente voti da guadagnare né clientele da mantenere, ma una certa brutale chiarezza di cui in momenti come questo c’è assoluta necessità.

Ecco quindi che anche l’assenza di una patrimoniale – assenza difficile da digerire, per quanto mi riguarda – assume un segno diverso dal previsto. Sappiamo che è più facile prendere poco a molti che non molto a pochi e per ora concediamo il beneficio del dubbio al Professore: prendiamo il suo non come rifiuto ideologico (“paesi considerati civili” come la Francia, adottano un’imposta sui grandi patrimoni, ricorda Monti),  quanto come un puro calcolo di efficacia: con una lentezza curiale che ricorda forse quella di Prodi e con appena un sentore di ironia, Monti ha in effetti spiegato come per arrivare legalmente ad individuare i grandi patrimoni ai fini di un prelievo occorra mettere a punto strumenti di indagine dei quali ora non disponiamo. Questa cosa porterebbe via due anni – un’era geologica in tempi di crisi – durante i quali, peraltro, i capitali prenderebbero facilmente il volo fuori dai nostri confini.

Sull’altro grande tema, quello delle pensioni, l’esposizione della Fornero è stata ineccepibile, nella forma e nella sostanza. Non ci ricordavamo più cosa potesse significare veder piangere un ministro: la tensione nervosa sciolta nel pianto è stato un segno di reale partecipazione, cioè di verità. Quando il Ministro avverte che i principi di equità, in questo preciso momento, sottostanno ai vincoli finanziari, stabilisce un rapporto onesto con il Paese, e non è poco. Oltre a questo – importantissimo – aspetto comunicativo,  entrando nel merito della riforma (della riforma della riforma della…), non riesco a trovare alcunché di scandaloso nel c.d. adeguamento dell’età pensionabile. E’ probabile che sia stato plagiato dai temibili apparati della propaganda demoplutoippoquiquoqua, come pensano alcuni dei miei vecchi compagni, eppure, che vi devo dire, trovo l’argomento della Fornero estremamente convincente: se lo Stato non mi dice quando mi devo sposare o avere un figlio, perché dovrebbe dirmi quando smettere di lavorare? La Civiltà del Lavoro e le sue contraddizioni durante la crisi: quanto è miope una visione della Vita che si spenda in lotte per difendere due anni di pensione? Quello che viene svelato in momenti come questo è un quadro deprimente, nel quale ai quarant’anni (il “numero magico” di Susanna Camusso) di lavoro salariato – cioè di galera – seguirebbero vent’anni di meritato riposo. Il che porta a riflessioni ambigue ed imbarazzanti: il Lavoro nobilita l’Uomo, al punto da desiderare di fuggirne non troppo tardi? La vita è quella liberata dal Lavoro organizzato? E’ tragicamente così, per quasi tutti noi. E la risposta ‘di sinistra’ dovrebbe forse essere quella per cui la Vita si ritrae, si comprime e si realizza negli anni di una (asupicabilmente lunga) vecchiaia assistita? Mio Dio. Non vedo segni di progressismo in questo, e nemmeno di Socialismo, per come (sempre più) confusamente lo immagino.  Sappiamo quanto sia centrale la funzione dei sindacati. E tuttavia, anche tralasciando Angeletti e Bonanni, non trovo più sostenibili alcune posizioni di CGIL su questo punto. Posizioni che si spiegano molto semplicemente con la crisi profonda dell’occupazione, e quindi con la caduta del numero di lavoratori attivi iscritti al sindacato, superati dai pensionati.  Capisco il gioco delle parti, la necessità di difendere la categoria prevalente dei tesserati: proprio per questo occorrerebbe un sindacato meno attaccato alla retorica e più alla concretezza del nostro scenario.  O qualcuno è sinceramente convinto che si possano difendere salari e pensioni dopo un’eventuale bancarotta del Paese e la fine della moneta unica europea?

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Mirafiori, vince il Sì

Una vittoria non schiacciante, e tuttavia l’esito del referendum sembra rappresentare l’ennesima sconfitta operaia – per qualcuno un’episodio esiziale, che ridefinisce una volta per tutte la natura delle relazioni sindacali in Italia. Nondimeno, esistono ancora delle sostanziali differenze tra l’operaio di catena ammarigano e il suo collega torinese, a partire dal fatto che a Torino non si è mai guadagnato quanto a Detroit, ma nemmeno si è accettato di veder il proprio stipendio ridotto a meno del 50%, come è accaduto alla Chrysler-Fiat guidata da Marchionne. Com’è ovvio, alla vittoria del sì ha contribuito il voto dei quadri e probabilmente quello degli ultimi arrivati tra gli addetti alle linee di montaggio, che ritardano così di alcuni anni (quanti?) la definitiva partenza di Fiat Auto dall’Italia. Credo si debba riflettere sulla scelta di FIM di organizzare l’incontro pubblico del fronte del sì in un luogo ‘neutro’ e distante dall’esperienza operaia come la Galleria d’Arte Moderna. Al di là dei pistolotti sulla responsabilità, sulla difesa del posto di lavoro, sembra che i sindacati confederali guardino un po’ più avanti, verso l’economia dell’immateriale. Sembra che una vocina dica: «Mandate i vostri figli alle accademie di belle arti, fateli studiare da curatori, pagategli un master di fotografia. L’industria qui ha i giorni contati, le arti visive sono il presente e il futuro delle nostre città!»

Alla peggio andranno a fare le pulizie alla GAM.

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“Un giorno senza di noi”

Un piccolo promemoria per i tre o quattro lettori del blog: domani è il 1 marzo e c’è lo sciopero dei lavoratori stranieri. E’ una buona idea, che naturalmente non nasce in Italia, ma al di là delle Alpi. (Non che le buone idee nascano soltanto in Francia, anzi. Ma sappiamo dove, generalmente, non nascono). Un giorno senza di loro, per vedere l’effetto che fa, in paesi in cui gli immigrati, “regolari” o meno, producono parti consistenti del PIL (il 7% in Italia). Che siano essenziali per la vita economica lo dicono tutti, a partire dalle imprese. Anche e soprattutto per chi fa profitti col sommerso. Non lo dicono, ma lo pensano, i sostenitori dell’ideologia securitaria, ossia le merdacce che raccolgono voti dopo aver diffuso paura e pregiudizio razzista. Un primo segnale per questi filistei, se non altro, anche se i dubbi sull’efficacia della mobilitazione rimangono. Da un lato, i sindacati non partecipano perché contrari a scioperi ‘separatisti’ e perché costretti a contendersi coi leghisti gli ultimi residui di classe operaia autoctona (ma questo non si dice…). Pure i COBAS contestano l’iniziativa ma, per motivi di opportunità politica, indicono uno sciopero generale coincidente. Dall’altro, i tanti lavoratori non sindacalizzati, tra autonomi e “atipici” – per non parlare degli schiavi senza permesso di soggiorno impiegati nell’agricoltura e nell’edilizia – non possono materialmente permettersi di scioperare. Le voci delle varie comunità straniere non sembrano granché favorevoli, stando a quanto si legge su Assaman, la rivista diretta da Pap Khouma. Va detto comunque che quello di domani non è un vecchio sciopero operaio. Si può aderire non soltanto astenendosi dal lavoro, ma anche dal consumo, dalla fruizione dei servizi pubblici e in generale dalla partecipazione alla vita del paese. In particolare, le famiglie degli immigrati dovrebbero, per un giorno, tenere i figli a casa da scuola. Quest’ultima cosa mi lascia perplesso. Sono convinto che saranno anche quei ragazzini a cambiare questo paese ed eventualmente il mondo, ma devono farlodi loro iniziativa, quando saranno cresciuti.

Nel frattempo, per quello che può valere, io domani porterò il mio bel nastro giallo.

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