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Una certa stanchezza

Dev’essere un fatto di carattere. Ho sempre avuto l’animo del mediatore, di quello che nelle liti cerca di far dialogare le parti contrapposte, all’insegna dell’«avete ragione tutti e due ma insomma discutiamone, ci sarà pure un punto d’incontro». I più trovano ammirevole una simile inclinazione, che tuttavia nella pratica non sempre ottiene gli effetti sperati. La volontà di mediare a tutti i costi rivela soltanto la propria irresolutezza, o il fatto che il proprio interesse non coincida con il bene dei due contendenti. A volte la mediazione a oltranza è una forma di negazione della realtà, perché se è vero che il dialogo è sempre possibile, non sempre la possibilità coincide con la volontà. E tra le libertà esiste anche la libertà di rifiutare il dialogo.

Hamas ha rifiutato la tregua con Israele, puntando ad un intervento di terra che faccia salire la conta dei morti civili. Questo è il risultato che cerca. Cifre a tre zeri, martirio, riprovazione internazionale dell'”entità sionista”. Israele è in trappola, perché non può sopportare di essere bersagliata da razzi la cui gittata copre ormai metà del suo territorio. Nessuno di noi lo sopporterebbe. Iron Dome funziona, a quanto pare, al 75%. Troppo poco, per uno Stato che tiene veramente alla vita di ogni suo cittadino. (Di uno Stato che persegue le bestie che hanno bruciato vivo Mohammed Abu Khdeir, e che cura nei propri ospedali i feriti più gravi di Gaza, sempre che Hamas consenta loro di attraversare il confine, e che con le sue centrali fornisce elettricità al nemico). Questa è la differenza fondamentale tra Israele e i suoi nemici, questo spiega ogni scandalosa “sproporzione”.

È davvero tragico il destino del milione e mezzo di abitanti della Striscia, cittadini di una piccola repubblica islamafiosa, ostaggi e scudi umani di alcune migliaia di assassini guidati da una manciata di scaltri capibastone. È triste, se non altrettanto tragico, il destino dei Palestinesi che stanno a poche decine di chilometri più a oriente. Ho il sospetto che l’autodeterminazione politica sia come un treno che passa molto di rado, occorre stare attenti a non perderlo. Troppe occasioni mancate, troppi accordi rifiutati, in anni in cui la pace sembrava possibile. Anch’io ho creduto a lungo che l’occupazione della “Cisgiordania” (o “West Bank” o “Samaria e Giudea”) fosse ingiusta e controproducente. Mi chiedo se sia ancora così, quando siamo vicini al collasso delle maggiori entità statali della regione e la scelta non è tra «licenziare o no gli statali improduttivi?» ma tra autocrazie sanguinarie e regimi islamisti altrettanto sanguinari. Israele potrebbe permettersi di essere accerchiato per l’ennesima volta? In tutto questo caos, forse i Curdi, per i quali faccio il tifo da sempre, avranno finalmente un loro stato indipendente. Forse l’unica buona notizia che arrivi da quelle latitudini, e forse l’unica possibilità di tornare a un minimo di stabilità in quel carnaio che è il Medio Oriente.

Nel conflitto della chiacchiera, che rimane cosa distinta dal tragico conflitto in atto, la mia posizione è stata sempre quella del “filoisraeliano di sinistra”, che tenta di spiegare alla sinistra filopalestinese le ragioni di Israele criticando allo stesso tempo l’occupazione della West Bank e i falchi della destra israeliana e certi pelosi «amici» di quella italiana. Ho creduto a lungo che la cosa più importante fosse far ragionare “la mia parte politica”, in un tentativo un po’ patetico di tenere assieme tutto, senza nemmeno capire bene cosa fosse questo “tutto”, e quali fossero i confini della “mia parte politica”. Purtroppo non si può tenere assieme tutto, occorre scegliere, ad un certo punto. È anche una certa stanchezza a farti scegliere. Tanto, su certe questioni, nella vita si sarà sempre soli. Con chi neghi legittimità allo Stato di Israele e con chi usi “sionista” come insulto ho smesso di parlare tanti anni fa. Gli storici del pensiero cerchino pure di capire se e quando questo tenace pregiudizio contro il sionismo nasconda un sentimento antisemita. Io mi limito a ricordare che l’antisemitismo non è soltanto vagoni piombati: credere che tutti i popoli possano autodeterminarsi tranne gli Ebrei non è antisemitismo?  (Non rileva che esistano ebrei antisionisti, perché «ci son più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia»). Molto semplicemente, cancellata ogni utopia operaia, alla “sinistra” radicale rimangono poche situazioni alle quali riferirsi per definire la propria identità. La più durevole tra queste è senza dubbio la Palestina, simbolo idealizzato di ogni possibile Terzo Mondo in lotta – la kefiah come oggetto transizionale, una copertina di Linus da tenere stretta a sé. Dove stia il bene dei Palestinesi è del tutto secondario, l’importante è che continuino la loro lotta, così galvanizzante per tanti ragazzotti in parka e kefiah. E che la destra radicale stia, da sempre, sulle stesse posizioni non complica il quadro, dal momento che la deriva rossobruna è ormai ad uno stadio avanzatissimo, gli estremi si toccano e si fondono, si direbbe quasi armoniosamente.

Ma non volevo soffermarmi troppo sulla feccia minoritaria. Pensavo piuttosto ai tanti benintenzionati, scevri da pregiudizi, «amanti della pace», fautori del dialogo a dispetto della volontà dei protagonisti, come descritto sopra. In questi giorni costoro, in totale buona fede, amano richiamarsi alla «tradizionale politica di mediazione» dell’Italia in ambito internazionale. Pensano che ci si possa rendere utili nella crisi tra Israele e Hamas. Io me lo auguro davvero, ma tenderei a ben altro disincanto. La verità è che, supercazzole a parte, in Renzi non si vede il barlume di un’idea di politica estera. Per motivi più che ovvi, il Sindaco d’Italia l’ha demandata al Pentapartito 2.0 che sostiene il governo. Alla povera Federica Mogherini, cresciuta alla scuola dell'”equidistanza” dalemiana, è affidato il compito di proseguire la nostra pluridecennale “politica mediterranea”, che ha radici lontane e motivazioni molto concrete: siamo una piccola nazione senza grandi risorse energetiche, la linea del MAE è la linea di ENI. Questo è il livello delle condizioni materiali, ma gli amanti della pace, poco avvezzi alla Realpolitik, non hanno certo in mente il petrolio o il gas naturale, quanto le vittime civili. Morti freschi, nel caso di Gaza, più freschi di quelli della guerra civile in Siria, o in Ucraina, rispetto alle quali, chissà, forse l’amore per il dialogo e la mediazione sono diventati troppo faticosi anche per i benintenzionati amanti della pace. Non saprei che dire a costoro, per cui mi limiterò a citare Guido Ceronetti

Racconta Esopo nelle sue favole (è di duemilacinquecento anni fa) che i lupi, esasperati dai cani che facevano la guardia alle pecore (e chissà con quali molesti latrati, e addirittura morsicandoli se si avvicinavano) fecero sapere alle pecore che le loro relazioni reciproche sarebbero diventate di sogno, se avessero tolto di mezzo quei maledetti cani, consegnandoli a loro. Le pecore – stufe di quella noiosa sorveglianza e desiderose di vivere in pace con i lupi – si sbarazzano dei cani. E i lupi non perdono tempo: ipso facto le sbranano tutte. Un povero gregge afìlakton (senza guardiani) finisce così, perché non c’è il Messia là fuori, su questa terra troia. Ricordo bene, con affetto, quel moderno San Francesco hegeliano di Aldo Capitini, oggi veneratissimo dai pacifisti. Nel suo rigore senza base Capitini, nel 1967, sosteneva che Israele avrebbe dovuto lasciare entrare gli eserciti arabi che premevano da tutti i lati, e in seguito battere gli occupanti con la non-collaborazione e la non-violenza. Poteva essere una soluzione del problema: non so quanti sarebbero rimasti vivi, in terra di Davide, senza la benda nera, poco capitiniana, di Moshè Dayan. È vero che dopo cominciarono guai e dolori senza fine – da far vacillare il mondo – ma come incolpare qualcuno del fatto crudelmente, spietatamente indiscutibile che la storia è tragica, e tragico, condannato alla pena, il destino umano? Fidarsi dei lupi, rinunciando ai minacciosi pit bull di guardia? Gli altoparlanti delle piazze, su questo tipo di scelta, tacciono.

(La Lanterna Rossa, «La Stampa», 15 febbraio 2003)

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La Leopolda vista da lontano

Post doppio, oggi, in via del tutto eccezionale. E’ che non mi sarei potuto permettere due coccodrilli di fila – Zuzzurro e poi Lou – che sarebbero diventati tre, con Gigi Magni (Magni lo ricorderò più avanti), a meno di non voler trasformare flâneurotic in un blog di annunci mortuari.

Insomma, non avrei voluto scrivere un post sulla Leopolda, ma faccio qui di necessità virtù e cerco di fissare brevemente un paio di punti chiave del discorso complessivo – o meglio, del discorso di Renzi e di quella manciata di interventi che sono riuscito a seguire in streaming.

Mentre ho già fatto altrove i miei rilievi sui materiali di comunicazione dell’ultima campagna renziana, sul format della Leopolda 2013 (che se non ho capito male si differenzia un po’ dalle edizioni precedenti) non ho molto da dire. Non so molto di questi tipi di eventi, occorrerebbe esserci stati per poter parlare dell’aria che vi si respira. Mi limito a segnalare che, oltre alle convention di partito americane, oltre a certi meeting motivazionali (aborriti a sinistra in quanto associati allo stereotipo aziendalista), la Leopolda a me ricorda lo stile di tante associazioni giovanili cattoliche (non solo o non tanto gli scout). C’è quel tipo di atmosfera da famiglia allargata che personalmente mi infastidisce un po’, ma, me ne rendo conto, è un problema mio.

Badiamo piuttosto alla sostanza. In generale ne è uscita rafforzata la mia convizione che Matteo Renzi sia l’unica alternativa possibile per un PD che voglia cambiare (salvandolo) questo Paese in picchiata. Non la migliore delle alternative in assoluto, ma la migliore delle possibili. Esistono purtroppo ostacoli – di linguaggio e di stile, prima di tutto – che rendono quella che per comodità chiamiamo “la sinistra del partito” del tutto allergica a Matteo Renzi. In fase precongressuale questa allergia raggiunge la soglia dello shock anafilattico, la soglia, cioè, della tenuta stessa del partito. Qualcuno minaccia di lasciare se Renzi diventerà segretario. Non vi sembra di esagerare?

Eppure, cari antirenziani, l’idea per cui «la sinistra che non cambia si chiama destra» non andrebbe liquidata col sarcasmo. La Sinistra democratica, storicamente, accoglie il cambiamento, non lo rifiuta. Lo studia per governarlo, in modo che tutti abbiano la possibilità di realizzarvisi liberamente e che nessuno ne resti travolto. Questa è la natura del progressismo, e questo porta a chiedersi ogni giorno cosa significhi essere di sinistra, cioè quali strumenti scegliere per raggiungere quello stesso fine. Chiedetevi, prima di tutto, cosa abbia fatto negli ultimi vent’anni la Sinistra che custodisce le vecchie insegne per difendere realmente gli interessi di cui si fa portatrice. Esemplare, in questo senso,  mi è sembrato l’intervento di Graziano Delrio, che molto semplicemente ha ricordato come proprio perché crediamo nell’uguaglianza dei cittadini e vogliamo uno Stato in grado di fornire a tutti un servizio pubblico di qualità, a partire da sanità e istruzione, dobbiamo riconoscere la necessità di “tenere i conti in ordine” e cominciare a tagliare la spesa pubblica improduttiva (e cioè, a scanso di equivoci: la spesa che non produce ciò per cui è messa a bilancio). Per far questo, però, occorre rompere un sistema clientelare fondato appunto sulla spesa, che ha garantito consenso per decenni. E, giocoforza, dal punto di vista di Renzi, ottenere l’appoggio di soggetti esterni a questo sistema, si chiamino anche Davide Serra.

Questa è la strategia di Matteo Renzi, che se la prende un po’ superficialmente con “i sessantottini” (notazione di stampo neo-con, diciamolo), afferma la centralità dell’impresa («chi crea un posto di lavoro è un eroe»), e continua a rompere alcuni schemi consolidati. Schemi più retorici che sostanziali, in realtà. Senza dover tornare ai tempi del PCI, che qualche rapporto col mondo dell’impresa lo intratteneva eccome, ricordiamo in cosa sia consistito – in teoria –  il progetto del centrosinistra unitario, dell’ulivo il cui rametto sta ancora, stenterello, ai piedi del logo del Partito Democratico: unire le forze produttive del Paese nel segno della solidarietà e dell’innovazione. Nel programma del ’96 si leggeva di «Aspirazione locale e globale, vicinanza al proprio territorio e straordinaria circolazione di idee, immagini, capitali, uomini e donne, competizione, non più solo militare o mercantile, ma “istituzionale”, di istituzioni e norme che reggono la vita sociale ed economica del paese». Che fine abbiano fatto questi propositi lo sperimentiamo ogni giorno. E quindi non ci si può stupire se Renzi, soprattutto quando si trova a casa sua, a Firenze, alla Leopolda, sfodera una retorica aggressiva.

Detto questo, occorre stare attenti alla possibilità dello shock anafilattico di cui parlavo sopra. Se la comunità dell’Ulivo e poi del PD è riuscita comunque ad essere un soggetto di massa interclassista, come si diceva un tempo, ora il declino del Paese, le sconfitte politiche e l’incapacità di fondare davvero un partito unito e plurale stanno polarizzando le posizioni dei candidati in modo che probabilmente non avremo un congresso di idee, ma di ceti. Mi pare ovvio che alla Leopolda prevalessero imprenditori e partite IVA. L’impressione è che l’unico sindacalista presente fosse Guglielmo Epifani, lì in quanto segretario del partito – un partito ospite tra gli altri ospiti, assenti i suoi simboli. E guardando agli altri candidati, appare altrettanto ovvia l’identità dei loro soggetti sociali di riferimento: grossomodo, il pubblico impiego per Cuperlo, e la piccola borghesia intellettuale (studenti inclusi) per Civati. Chi uscirà vincitore dal congresso dovrà cercare una sintesi all’interno del partito, in vista di quella che chiamerei una “conferenza di pace sociale”, nella quale chiunque voglia riuscire a salvare questo paese dovrà far dialogare i tre grandi settori del mondo del lavoro: autonomi, dipendenti pubblici, dipendenti privati.

Il tema del partito, di cosa dovrà essere il futuro Partito Democratico, rimane in parte eluso da Renzi. Dopo un periodo di distanza, il rottamatore, spinto dagli eventi, si è finalmente messo in gioco. Occorre capire se il rapporto col governo Alfetta consentirà un periodo di elaborazione politica, perché non è detto che lo scalpitante Matteo resista. Occorre anche capire che effetto avranno i numerosi salti sul carro del (presunto) vincitore registrati in queste ultime settimane. A livello di congressi locali le manovre si sprecano: qui a Venezia, a titolo di esempio, la giovane candidata renziana alla segreteria provinciale ha ritirato la candidatura all’ultimo momento, e siamo stati di fatto costretti a “scegliere” un candidato unico appoggiato da segreteria uscente e renziani della penultima e ultima ora. Per non parlare degli improvvisi flussi di tessere segnalati in alcune grosse federazioni. Cose di cui si prova vergogna a parlare, da iscritti.

Che i meccanismi di partecipazione vadano ripensati mi sembra chiaro, nel frattempo anche tra i modelli Leopolda e quello congressuale tradizionale andrebbe cercata una sintesi. Matteo Renzi deve fare chiarezza sul proprio modello di partito, come suggerisce Stefano Menichini in un ottimo editoriale su “Europa”. Nemmeno questo congresso potrà essere il congresso fondativo che è mancato al Partito Democratico. Avremo comunque molto di cui discutere, riprendiamo a farlo (io non ho mai smesso, in verità), non perdiamo anche questa occasione.

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Michele Salvati spiega perché scegliere Renzi (anche se forse non governerà)

« […] Non sarebbero invece elezioni primarie se passasse una riforma elettorale proporzionale come quella in discussione al Senato (di altre e migliori non si è mai veramente discusso). In questo caso, nelle condizioni in cui ci troviamo, è impossibile che si formi una maggioranza parlamentare di centrosinistra-sinistra come quella su cui punta Bersani, anzi, che si formi una maggioranza coerente di qualsiasi tipo. E quindi è ben difficile che il candidato che vincerà le primarie del centrosinistra abbia la possibilità di essere designato come presidente del consiglio: ci si verrà a trovare in una situazione nella quale o si indicono nuove elezioni (com’è avvenuto in Grecia) o ci si accorda su un nuovo governo Monti, anche se tutti ora lo escludono. Ma allora perché andiamo a votare il 25 novembre? […] Io vado a votare per esprimere il mio dissenso dalla linea della segreteria Bersani […]. E vado a votare per motivazioni politiche, perché credo che Bersani mantenga il PD nella riserva indiana di quella vecchia alleanza catto-comunista dalla quale –per la continuità della sua dirigenza- non è mai completamente uscito: è questo l’usato sicuro? E’ questa la socialdemocrazia? I grandi partiti socialdemocratici europei si riconoscerebbero appieno nel discorso con il quale Renzi ha concluso il convegno della Leopolda (17 novembre): sono partiti aperti al centro oltre che a sinistra, non aggrappati all’appoggio del sindacato, del pubblico impiego, di vecchi insediamenti territoriali in via di estinzione; sono partiti che sostengono i valori del merito individuale oltre a quelli della solidarietà con i più svantaggiati, partiti il cui socialismo è uno sforzo continuo di avvicinarsi a quell’uguaglianza di opportunità che è mirabilmente espressa dal secondo comma dell’articolo 3 della nostra Costituzione. E soprattutto sono partiti che declinano i valori della sinistra tenendo conto della situazione in cui si trova ad agire oggi e non di quella, assai più favorevole, in cui si trovò ad agire nel dopoguerra, in quella Golden Age della grande crescita economica in cui si realizzarono le grandi conquiste socialdemocratiche».

(il testo integrale dell’articolo lo trovate qui)

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Io, Rifonda e gli altri/3

Ma quanto diamine la stai menando, con questo tuo apprendistato politico? Il giusto, soltanto il giusto. Ultima puntata.

Ero incazzato per la caduta del governo, che aveva portato all’interregno di Richelieu D’Alema e preludeva al ritorno del Caimano, anche se le sue conseguenze sarebbero state chiare soltanto in seguito. L’uscita da Rifonda era in realtà solo il sintomo di un mal di pancia più profondo. Mi ero già accorto di essere lontano su troppe questioni, non soltanto dal partitino, ma da tutta la cosiddetta Sinistra antagonista, della quale Rifonda era poi la sponda di destra. Non capivo perché certi dittatori dovessero piacermi soltanto perché si dichiaravano “socialisti”. Ero in disaccordo totale sul sionismo (l’“anti-israelismo”: l’unico collante che tenga ancora insieme la maggior parte della Sinistra), sugli OGM e sul pensiero scientifico,  sull’Europa e sulla moneta unica, sull’uso della forza in determinate situazioni e su tante questioni economiche, rispetto alle quali rivelavo una scandalosa vicinanza a quei liberali che a parole avrei dovuto disprezzare! Mi accorsi che l’estremismo – al di fuori delle arti – mi respingeva, così come mi respingeva la Totalità hegelo-marxista. La dura verità stava emergendo. Ero un riformista. «Dio buono, che vergogna!». Ma fingevo, negavo soprattutto a me stesso, perché non è sexy essere riformisti a vent’anni. Ai tempi di Genova – quando  il Bertinotti, che si è sempre creduto molto furbo, cercava di “cavalcare i movimenti” – osservavo con curiosità quello che succedeva nella galassia no-global. Era una realtà che mi attraeva e mi respingeva allo stesso tempo, che fondamentalmente non capivo e che un po’ invidiavo. Mi accorsi ad esempio che alcuni giovani cattolici di paese, cresciuti e rimasti topi di sacrestia, ora si erano piazzati più a sinistra di me, in quella cazzo di Rete Lilliput! Non che fosse una novità, nella storia politica d’Italia.

Alcuni episodi lasciarono il segno. Ricordo ad esempio la presentazione di Impero di Toni Negri e Michael Hardt, a Trieste, credo proprio nel 2001. Quando le tirate negriane raggiungevano il climax, mi giravo verso il resto della platea in cerca di qualche sorriso, ma lo studentame adorante non coglieva il ridicolo. Applaudivano anzi sempre più forte, guidati dai capiclaque dei disobba locali. Mi venivano in mente le descrizioni di certi rituali primitivi: mi aspettavo che Negri da un momento all’altro tirasse fuori un coltellaccio e immolasse Pier Aldo Rovatti, seduto di fianco a lui. Finita la messa, mi fermai a cercare qualche voce di dissenso. La trovai in un giovane comunista di non so che gruppetto, il quale, dopo aver dato del revisionista a Negri, mi spiegò con tranquillità che il crollo definitivo del Capitale, dati alla mano, era ormai una questione di mesi. Occorreva pensare all’organizzazione dei soviet nella Bassa Friulana. In quell’occasione compresi due cose importanti. La prima era che avrei sempre preferito i veterocomunisti ai postoperaisti innamorati del suono della loro voce. La seconda era che le infinite faide interne alla Sinistra avevano effettivamente qualcosa di religioso. Era una lotta per l’egemonia dottrinale che continuava da un secolo e mezzo, fatta di chiese, concili, scismi, movimenti ereticali, scomuniche, roghi, santi e martiri. Occorre avere almeno un po’ di fede, in quelle faccende. A me la fede manca del tutto e, agli invasati che si scannano per la giusta dottrina, preferisco chi tenta concretamente di mettere una pezza ai mali del mondo (e non al Male, che nessuna utopia potrà mai eliminare) senza troppi strepiti, con umiltà e intelligenza. La maggior parte dei comunisti pre-Bolognina erano fatti così, a ben vedere. Ma erano comunisti? Io di sicuro non lo sono più.

Sia chiaro: non rinnego niente. Se penso soprattutto a quel circolino di paese, so di aver scelto le migliori persone che potessi frequentare allora. Con alcuni era nata una vera amicizia, al di là della politica e se ora non ci vediamo più è soltanto perché la vita ci ha allontanati. Nel ’98 mi ero già trasferito in città per studiare, come gli amici più stretti. Cominciai a tornare meno spesso al paese, soltanto per vedere i miei. Negli anni ho continuato a frequentare gli stessi ambienti, un po’ per affinità, un po’ per abitudine, un po’ per caso. Ho scoperto lo strano piacere delle eresie marxiste (francofortesi-operaisti-situazionisti-etc.) considerate puramente come generi letterari. Ho votato tutti i partiti della sinistra, comunista e non, inclusi i Radicali ed escluso Tonino Di Pietro, che non è di sinistra. Grazie a Gianpaolo Pansa, mi sono iscritto all’ANPI, che qui a Venezia spesso delega la faccenda delle iscrizioni a…Rifonda (mi hanno già telefonato varie volte perchè vada a ritirare la tessera 2012 al circolo, me ne dimentico sempre).

Ho scoperto che, là dove la Sinistra è maggioranza, i sinistronzi sono legioni, sia tra i puri e gli antagonisti che tra gli opportunisti e gli amici dei palazzinari. La stronzaggine, del resto, è una qualità prepolitica che a volte si colora di qualche tinta. Quanta ideologia, decisamente troppa. Quanta ideologia è davvero necessaria per affrontare razionalmente e in modo laico le questioni più elementari, ad esempio del dove e come far passare una strada o una ferrovia? Sarà che viviamo in uno strano Paese, una Repubblica in cui non è mai esistita una Destra democratica, dove c’è la Sinistra più settaria del mondo, dove il termine “legalità” evoca un’idea di Stato di polizia, mentre “antifascista” – anche grazie agli sciocchi per i quali tutto è fascismo, dalla cravatta al biglietto del tram – viene scambiato per qualcosa di a-democratico e violento dalla maggioranza filistea. La quale maggioranza, peraltro, in fatto di democrazia, avrebbe molto da imparare. Con la crisi, poi, lo scenario si è fatto ancora più confuso, le parole d’ordine sono diverse, o hanno cambiato senso, e il vecchio Marx – un grande classico della modernità, da leggere e rileggere – non sta più sulle insegne della rivolta. La verità è che ho provato ad essere comunista fuori tempo massimo, quando il comunismo era ormai una pantomima, e la radicalità stava prendendo altre forme, come oggi appare evidente a tutti. Pare proprio che i vent’anni passati dalla fine del socialismo reale siano stati soltanto una parentesi di spappolamento e marcescenza delle idee radicali: postmodernisti e tradizionalisti, cyberfanatici e luddisti, islamisti e leghisti, complottisti, signoraggisti, sciroccati ingenui e miserabili che spillano loro quattrini, giovani borghesi indignati, nazi e fasci 2.0, comunisti che riscoprono la patria e fanno l’occhiolino ai rossobruni. Tutta roba da cui mi tengo ben distante.

Resta il problema dell’etichetta da portare. Sembra che non se ne possa fare a meno. «Riformista…» no, «Migliorista…» nemmeno, «Socialdemocratico» per carità. Il mio amico comunista scuote la testa. Quelle etichette non gli piacciono. Improvviso e azzardo un «Azionista», nel senso del Partito D’Azione, di Giustizia e Libertà, di Rosselli, Rossi, Salvemini, Ginzburg, Lussu, Foa, Spinelli, Galante Garrone, Fenoglio, etc. «Ecco, ti pareva, snob fino all’ultimo!», direte. Boh. A me sembra più snob citare Agamben, la biopolitica e i rizomi, ed ho il sospetto che il vero discrimine stia nell’attitudine all’autoironia, qualità estremamente rara (e preziosa), in politica:

Nel febbraio del 1974 il “Giorno” pubblicava un’intervista fattami da Corrado Stajano. Il titolo, credo non scelto da lui, era: Il mite giacobino non s’arrende. Quella qualifica mi mise di buon umore, e subito scrissi e mandai a Stajano, dedicandoglielo, questo scherzoso


Autosfottò del “mite giabobino”

Gli antifascisti levano le tende
ma il mite giacobino non si arrende.
La birba vince e il giusto se la prende,
ma il mito giacobino non si arrende.
Cadono Luther King, Kennedy, Allende,
ma il mite giacobino non si arrende.
La fiaccola del Mis losca si accende,
ma il mite giacobino non si arrende.
La classe dirigente compra e vende,
ma il mite giacobino non si arrende.
Dilaga il mal da Napoli a Torino,
ma non si arrende il mite giacobino.

(Alessandro Galante Garrone, Paolo Borgna – Il mite giacobino, Roma, Donzelli 1994)

Avercene, di miti giacobini così.

(Fine)

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Io, Rifonda e gli altri/2

Lo sappiamo, la politica a vent’anni è anche un rifugio dalle magagne che l’ingresso nell’età adulta comporta. E tuttavia a quella roba io ci ho creduto per davvero. Riconoscevo le ingiustizie, mi identificavo, pensavo ai rimedi, cercavo un senso, una direzione, un’identità forti. E una famiglia aggiuntiva, in un certo senso.


Se devo scegliere un solo ricordo prezioso di quel mio noviziato politico, penso ad un episodio apparentemente banale. Era morto T., lo storico sindaco socialista del paese, una persona in gamba e perbene. Avevamo inviato un telegramma di condoglianze alla famiglia, e la figlia ci aveva risposto con una bella lettera. “Ai compagni del circolo di Rifondazione”, diceva. Mentre R. la leggeva, sentivo – e percepivo negli altri – una sorta di lieve commozione, un sentimento che non avrei mai più provato, né il 25 Aprile, né il Primo Maggio, né in altre occasioni di quel tipo. Quando sento parlare di ‘Unità della Sinistra’ mi torna sempre alla mente quell’episodio. Proprio in quel periodo, per la prima volta nella storia dell’Italia Repubblicana, la classe dirigente dell’ex PCI era al governo del Paese. Non da sola, certo, e al prezzo di molti compromessi, come si fa in democrazia. Dal punto di vista del mio partito di allora, il primo governo Prodi era un esecutivo sostanzialmente liberista cui tuttavia si poteva dare l’appoggio esterno. Era pur sempre l’unica alternativa a Berlusconi, i cui otto mesi di governo erano sembrati una tremenda allucinazione collettiva. Per un paio d’anni, pur tra mille tentennamenti, il gioco funzionò, finché non arrivò il “grosso scherzo” di Bertinotti, ricordato da Nanni Moretti nei giorni scorsi. Al momento della fiducia sulla finanziaria dell’autunno ’98, Rifondazione votò contro e fece cadere il governo. Il bello è che oggi quella finanziaria, se paragonata alle (salutari) legnate di Monti, pare scritta da Keynes in persona. Certo, occorre storicizzare, contestualizzare. Come no. Il Fausto difende tuttora con una certa arroganza una scelta che, già allora, mi pareva assolutamente incomprensibile. Ricordavo la visione di Maroni e Ferrara ministri, o meglio la sola idea di Maroni e Ferrara ministri, e rabbrividivo. Non avevo dubbi, Rifonda aveva fatto un’enorme cazzata. Se non altro, imparai qualcosa sul narcisismo, sulla politica politicista, sui tic dei rivoluzionari da salotto, dei parolai radical chic che, dopo aver arringato le loro folle, si ritrovano a bere prosecchi nei palazzi della nobiltà romana. Decisi di uscire dal partito, terminando dopo neppure un anno la mia esperienza di militante-tesserato (ah, non stracciai la tessera, che conservo ancora da qualche parte). Dichiarai la mia intenzione ad una delle solite riunioni settimanali. Alla preoccupazione per le reazioni degli altri – che in parte già sapevano – si univa un certo compiacimento per quel mio piccolo gesto da dissidente. Non avevo capito un cazzo.

Con mia grande sorpresa, la mia scelta aveva infatti dato il via ad una sorta di effetto domino. Quella sera tutti i compagni del direttivo espressero la volontà di lasciare il partito. Beninteso, con motivazioni opposte alla mia: non giudicavano più tollerabile l’ambiguità di Bertinotti rispetto alle scelte liberiste del Centrosinistra. “Siamo anticapitalisti o no, cazzo?!”. Potevano pensarci prima, direte voi, come poteva pensarci prima Bertinotti. Transeat. Ciò che conta è che la defezione di gruppo ebbe una conseguenza grottesca, o drammatica, a seconda dei punti di vista. Venendo a mancare il nucleo che teneva in piedi il circolo, quest’ultimo, semplicemente, cessava di esistere. L’unico ventenne, il sottoscritto, mollava, i trentenni pure (anche se non ricordo più cosa fece E.), gli anziani era già tanto se rinnovavano l’iscrizione. E i comunisti di mezz’età dov’erano? Non c’erano. Erano tutti diessini. Toccava comunicare la notizia alla Federazione Provinciale. Non la presero benissimo. Qualche giorno dopo, inviarono un apparatčik per tentare di convincerci a fare marcia indietro. Pazienza per noi quattro cazzoni, ma era pur sempre il circolo di un importante centro operaio che veniva a mancare. Lo sapevamo, Rifonda in fabbrica di fatto non esisteva, ma sbandierarlo così, in quel modo, in quel momento! Giacca, cravatta, soprabito scuro e ventiquattrore, l’apparatčik si presentò alla riunione successiva, e non fu granché persuasivo. Non ricordo alla lettera cosa ci disse ma, pescando nelle formule di rito, è facile ricostruire il suo meccanico pistolotto: “Vi invito a riflettere, questo è proprio il momento di dimostrare compattezza, superando le logiche di corrente, sostenendo la coraggiosa scelta della direzione nazionale, che ha voluto alzare la posta, al di là di ogni opportunismo“, eccetera. L’opportunismo era ovviamente quello di Cossutta e Diliberto, gli scissionisti. Niente da fare, avevamo deciso. Al di là delle motivazioni strettamente politiche, i più vecchi avvertivano quella stanchezza che ti prende dopo aver tanto predicato nel deserto, assieme al desiderio e alla necessità di dedicarsi ai sacrosanti cazzi propri. L’inviato della Federazione prese atto e se ne andò. Fine. Dopo mezzo secolo, i comunisti non avevano più una sezione in paese. In realtà nessuno di noi smise subito di fare politica, c’erano pur sempre l’associazione e il giornaletto. Ma senza il partito veniva a mancare un binario fondamentale. Per quanto mi riguardava, assecondai sempre più il mio individualismo – quello che alla lunga, se non te ne vai di tuo, ti porta ad essere cacciato dalle parrocchie – e cominciai a riflettere sul come la pensassi veramente, al di là di pose e infingimenti vari. Cominciai sul serio a leggere i testi sacri (canonici ed apocrifi) della Sinistra, e in quel periodo nacque la mia discutibile predilezione per il saggio rispetto al romanzo. (continua)

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Io, Rifonda e gli altri/1

«Bertinotti, in nome dei lavoratori che diceva di rappresentare, tolse la fiducia a Prodi e, secondo me, di fatto fece perdere 10 anni a questo Paese»

Quanta politica. Troppa, nella mia testa ce n’è troppa, anche e soprattutto ora che è diventata una passione fredda, come possono esserlo la cucina o le collezioni di dischi. E’ da un po’ che penso di scrivere qualcosa sul mio apprendistato politico. Il recente battibecco tra Nanni Moretti e Fausto Bertinotti mi è sembrato un ottimo pretesto per farlo.

Ne è passato di tempo. In prima liceo, dopo aver vissuto in casa lo psicodramma della Bolognina e la fine del glorioso Partito Comunista Italiano, mi dichiarai simpatizzante del PDS. Ci pensarono gli ormoni ed Edipo a farmi cercare un posto, per così dire, alla sinistra del padre. Cominciai a seguire quello che faceva il Partito della Rifondazione Comunista. Piccolo e irriducibile, teneva le vecchie insegne bene in alto, mentre Occhetto le aveva appoggiate ai piedi della Quercia, come attrezzi dimenticati. Per parte mia, nel corso di tutta l’adolescenza, a pranzo e a cena, accusavo papà e tutti i diessini di aver “tradito il marxismo e la lotta di classe”, diventando una forza socialdemocratica il cui obiettivo era “la mera gestione dell’esistente” – un’espressione imparata da qualche parte che mi piaceva molto, allora, ed oggi capisco il perché. Rifonda invece ci credeva ancora, mi dicevo. Già allora ero un cane piuttosto sciolto, ma sapere che c’era Rifonda mi rassicurava, rassicurava cioè sia quel po’ di ribellismo adolescenziale che il mio bisogno di certezze religiose: in fondo non era passato molto tempo dal mio abbandono della tonachella da altar boy. Avevo cominciato a girare col “Manifesto” in bella mostra (“Liberazione” no: era francamente illeggibile), la sciarpetta rossa e, per un certo periodo, un baschetto di una taglia più piccolo che mi causava dei tremendi mal di testa. Venivo affettuosamente preso per il culo dagli amici più stretti – impolitici e tendenti al nichilismo. Non potevo votare e non ero un piccolo attivista, è che a quell’età occorre scegliere la propria sottocultura, anche se vivi nella provincia profonda, dove anche mettersi l’orecchino pare un affare di Stato. In paese c’erano i metallari, uno di noi si era tatuato l’omino di Tales from the Punchbowl dei Primus, ed io facevo il comunista col baschetto, ecco. Pochi anni dopo, incontrai finalmente il Partito. L’incontro avvenne nell’umida stanzetta che K., un’amica americana, anarchica e decrescista – quando ancora la decrescita non era di moda – aveva affittato al piano terra di una villa del seicento, e che aveva fatto diventare una sorta di centro sociale noto in paese come “il Search“. Al “Search”, tra gli altri, c’era Rifondazione che teneva la riunione settimanale del direttivo. Il locale circolo di Rifonda contava allora una ventina di iscritti, una metà dei quali rappresentata da vecchi e soprattutto vecchissimi ex-piccì, legati sentimentalmente all’idea della tessera. I militanti attivi erano una mezza dozzina. Erano quelli che venivano alle riunioni, che volantinavano il giorno di mercato e che cambiavano la prima pagina di Liberazione nella bacheca sotto ai portici. Fiancheggiavo, ma l’idea di tesserarmi ancora era respinta da quel mio fondo individualista e piccolo borghese – roba da gulag, in altri contesti. Cominciai a frequentare i compagni più giovani, che avevano almeno dieci anni più di me. Assieme ad alcuni di loro, e ad un paio degli amici impolitici, fondammo una piccola associazione culturale, dedita tra le altre cose a un cineforum che fece scoprire ai valligiani Lo sguardo di Ulisse. Insomma, che lo fece scoprire a quei quindici, organizzatori compresi, che vennero a vederlo.

Quel natio borgo selvaggio che fa da sfondo agli eventi narrati è da molti anni la capitale mondiale dell’industria dell’occhiale. Meno di cinquemila abitanti, più di 3500 operai nella sola sede centrale del marchio, un grosso scatolo blu che ho visto crescere anno dopo anno, oltre gli argini del torrente. C’era la Fabbrica, quindi, ma si era pur sempre all’estrema periferia, in una valle lontana dai grandi centri e dalle vie commerciali. Di conflitto sociale nemmeno l’ombra, né di razzismo. C’era il benessere addormentato del Nord-Est, dove il disagio viene neutralizzato dall’alcool, dall’eroina e dagli antidepressivi. Ti veniva il sospetto che dell’essere comunisti lì mancassero le ragioni di lotta, e rimanessero solo le seccature. Ad accollarsi quelle seccature, nel direttivo del circolo, c’era un po’ di tutto, in quanto a tendenze. R., che veniva dalla Pantera in Statale a Milano, G., che a suo tempo era stato studente di mio padre all’ITIS ed aveva una cotta per le discutibili idee di Costanzo Preve, ed E., l’unico operaio del gruppo, che riuscì infine, per estenuazione, a farmi fare la tessera dei Giovani Comunisti, in quel 1998. Localmente contavamo meno di zero, rimaneva così molto tempo per la chiacchiera teorica. In giro c’era un certo fermento, i cui echi lontani erano giunti anche nella valle. Erano gli anni del cosiddetto movimento dei movimenti, di Seattle, di Attac, dei Social Forum, di Luther Blissett, degli Zapatisti (e chi se li ricorda più, gli Zapatisti?). K., per quanto additata come fricchettona dagli altri, rendeva il dibattito un filo più interessante grazie a qualche idea e a qualche libro non omologati. Ricordo gli scritti di Capitini sulla nonviolenza, l’autobiografia di Emma Goldman, o la raccolta dell’Internazionale Situazionista, tutta roba ben più stuzzicante del “Che fare” di Lenin, che pure stava lì sullo scaffale. Per qualche tempo facemmo uscire anche un giornaletto che sarebbe diventato poi “centro di elaborazione politico-culturale” (!), impaginato orrendamente dal sottoscritto, con Publisher 3.0. Ci scrivevo anche, mi è capitato di rileggere un articolo in cui svolgevo una specie di critica del Lavoro come feticcio, roba parecchio ingenua che però, anni dopo, mi avrebbe portato a leggere con curiosità le tesi di Robert Kurz. Non mancavano le conferenze, naturalmente. In quel caso toccava andare dalle vecchiarde della biblioteca civica – maestre elementari in pensione, clericali e reazionarie – e prenotare la saletta, che ovviamente non riuscimmo mai a riempire. «E’ venuta tanta gente? No? Che peccato…» sfottevano le vecchiarde, quando andavamo a restituire le chiavi. Tra i relatori ricordo Giorgio Riolo di Punto Rosso, Paolo Cacciari e un delirante Gianfranco La Grassa, che la sera, in pizzeria, si augurò «un nuovo fascismo a fare da contraltare allo strapotere americano». In quel momento mi sembrò di capire che cosa significasse veramente la faccenda degli “opposti estremismi”. La Grassa era stato invitato da G., una brava persona che purtroppo subiva il fascino di certe cupezze apocalittiche. Mi divertivano poi certi personaggi di una sinistra ultraresiduale che uscivano dal buco un paio di volte l’anno per palesarsi a quelle conferenze. Scoprii che esistevano ancora i Bordighisti. I Bordighisti! (continua)

N.d.a. WordPress ultimamente funziona da schifo. Un’altra bozza persa e rinuncio al post. Così non saprete mai se sono rimasto comunista oppure no.


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“Certo, certo, PAT-PAT”

Sembra incredibile che in un territorio già stravolto da decenni di industria diffusa e di crescita disordinata, il kapannonistan Veneto, rimangano ancora spazi utili per far danni. Ed invece, con il Piano di Assetto del Territorio del Comune di Venezia, l’ulteriore magnarìa anziché venir nascosta alla meno peggio, diventa sbandierata operazione ideologica, nella quale, orwellianamente, la realtà è il contrario di ciò che viene detto a parole.
Il nuovo PAT, di cui ho già detto qui, è efficacemente descritto nella sua natura di squallida ed enorme operazione speculativa nel breve documentario qui sotto, la cui visione consiglio caldamente.

Per quel poco che un non specialista come me può capirne, la differenza tra un PAT e un vecchio PRG è di ordine linguistico. E, forse meglio, stilistico. Un Piano Regolatore nasceva come testo univoco e statico, “conformativo”, come dicono gli specialisti, un testo dagli scarsi margini interpretativi. In un’area data si definivano con precisione le destinazioni d’uso e gli spazi occupati al metro cubo. Un testo la cui redazione portava via anche vent’anni e che nasceva spesso già superato dalle dinamiche di crescita di una città. Allora si procedeva (e si è proceduto) con le varianti urbanistiche, per integrare pezzi di realtà che non erano stati previsti. Le varianti, spinte di frequente dagli interessi dei palazzinari di turno, hanno reso possibili i peggiori sfaceli urbani. Nondimeno, come ogni modifica ad un testo chiuso, come i tratti di matita rossa e le strisciate di bianchetto, fungevano da traccianti delle speculazioni urbanistiche e di ogni distruzione operata sul territorio. Se esiste una “filologia urbanistica”, credo che le varianti ne siano un importante materiale di studio.

Il PAT rappresenta un salto stilistico radicale. E’ un testo leggero, aperto, postmoderno. Rinuncia alla descrizione intensiva del progetto sul territorio. Non dice più cosa si deve costruire e come e dove e quanto, come accadeva coi piani regolatori, ma si limita a proporre una “visione d’insieme” , le opzioni possibili e le principali invarianze, cioè i pochi punti fermi. I particolari, le distanze, le cubature, le traiettorie, si vedranno poi. Contano le linee generali. La retorica. Beh, se ci sono le invarianze, siamo a posto. “Zero consumo di suolo”, dice l’amministrazione. SOS-TE-NI-BI-LI-TA’!, sembra essere la parola d’ordine. No? Il fatto che gli urbivori e i fautori dell’urbanistica contrattata possano credere ad una tale dabbenaggine dei cittadini è piuttosto sconfortante, da un punto di vista politico. Se lo pensano hanno le loro ragioni. Ma si sa, tendiamo a credere spesso proprio alle panzane più grosse, specie se raccontate senza vergogna.

Il PAT delinea le grandi scelte sul territorio e le strategie per lo sviluppo sostenibile; individua le principali funzioni delle diverse parti del territorio comunale e le aree da conservare e valorizzare per il loro valore ambientale, paesaggistico e storico-architettonico. Il PAT è richiesto dalla legge regionale 11/2004 che obbliga tutti i comuni del Veneto a rinnovare il vecchio piano regolatore.

Sviluppo sostenibile. E’ così, dunque, che nella neolingua del PAT viene chiamato il definitivo stravolgimento di un territorio già danneggiato in modo critico.
Insisto ancora sull’operazione ideologica, perché la trovo veramente brillante, anche se pare un tradizionalissimo raccontar-balle-al-popolino. E’ invece qualcosa di più: saltato il paradigma novecentesco dello sviluppo e della crescita (strade, capannoni, cemento come segni di lavoro, reddito, benessere) e divenuto centrale il messaggio ambientalista, ecco che la ricerca del consenso avviene attraverso quel tipo di messaggio. Il refrain della SOS-TE-NI-BI-LI-TA’, diffuso nelle conferenzine (a questo serve l’assessore all’ambiente, no?), ripetuto nei documenti ufficiali, serve a coprire il rumore delle betoniere che girano. Il quasi ineffabile Assessore Micelli, palesatosi finalmente ad un dibattito nel corso della Festa di Liberazione, lo scorso 1 settembre, usa esattamente questa caratteristica del PAT, il suo essere ‘non conformativo’, per tranquillizzare la platea:

“Sgombro il campo seccamente da qualsiasi accusa per cui il PAT cementifica: non può farlo perché non ha i poteri per farlo”

Geniale, sul serio.
Certo, di fronte a un pubblico attento, anche l’incantesimo retorico del PAT, concepito per la massa della cittadinanza, mostra i suoi limiti. Capita che l’assessore possa venire incalzato da domande puntuali: Dove ha preso i dati sulla crescita demografica a Venezia? Qual è la posizione REALE del Comune sulla sublagunare? Perché  MENTE sulla dipendenza del Comune da scelte fatte a livello nazionale, regionale o provinciale, quando in questo paese vige il principio della sussidiarietà? E così via.
In questo caso vale il buon vecchio principio di autorità esercitato dall’accademico di rango: Io so’ io, e voi nun siete un cazzo!, unito alla capacità di parlare senza dir nulla che in questo paese è prerogativa di politici ben più navigati. Chapeau, quindi, alla testa più lucida della giunta Orsoni. Nemmeno la presenza di due colleghi come Maria Rosa Vittadini e Stefano Boato ha scomposto il serafico Micelli, nemmeno ai loro argomenti l’assessore ha mostrato segni di cedimento. Sorrisi di sufficienza dispensati a tutti, e un grande, grandissimo senso di scoglionamento tra il pubblico, condiviso dal sottoscritto. Ma era chiaro sin dall’inizio come la sua presenza lì non valesse come occasione per fare chiarezza, quanto come usurata liturgia politica: il voto di Rifondazione (o come si chiama adesso) sul PAT fa comunque comodo. E pure quello dei Verdi.
Poi, certo, chissà, anche le mosche cocchiere a volte si (ri)posano.

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Pippe

Ovverosia: Come si sollazza a Ferragosto l’intellettuale de sinistra.

Personaggi e Interpreti:

Flaneurotic – Il rinnegato Kautsky

Ars Longa –  Sé stesso mascherato da disobbediente

Qui il testo integrale.

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Get rich or die tryin’

C’è poco da compiacersi della situazione e linkare London’s Burning o Guns of Brixton al proprio articoletto (è più adatto un riuscito mashup tra Next Hype di Tempa T e Lisbon Acid di Aphex Twin). Non c’è molta politica, e di certo nessuna utopia dietro agli scontri di Londra. Mentre a Latakia Assadino, l’ottico di fiducia dei Siriani, fa sparare sulla folla senza tanti complimenti, cercando di eguagliare il padre col numero di assassinii, a Londra è arrivato il quinto morto, un signore di quasi settant’anni che stava cercando di spegnere un fuoco ed è stato ammazzato di botte da un teppista.

Confronti tra Siria e UK? No, se non per verificare l’inesistenza di qualsiasi punto in comune. Democrazie acciaccate da una parte, dittatori in crisi dall’altra. Nessuna lotta si salda all’altra, nessuna rivolta globale se non nella zucca dei mistici della rivolta medesima o di chi sovrinterpreti od elabori creativamente i dati a disposizione.  Rimaniamo nel nostro intorno: a Londra si sta vedendo con una certa chiarezza cosa succede quando prevale l’ideologia. L’ideologia del mercato, dice. Non esattamente, ma accettiamola come licenza lessicale. La società liquida di Bauman? Ci rivediamo La Haine di Kassovitz. sul nostro 37″ al plasma appena acquistato grazie al credito al consumo/estratto dalla vetrina sfondata? In buona sostanza, l’ideologia è quella della società atomizzata, fatta di individui in perenne e totale (e salutare, secondo gli ideologi) competizione. In gioco ci sono le merci, anche quelle immateriali del prestigio, ma soprattutto quelle materiali. La roba (e non “il pane”, attenzione). Il mondo è tondo, e chi non sta a galla va a fondo. Come ricordava qualche giorno fa Donald Sassoon, la controparte in cui i protagonisti delle razzie cittadine si rispecchiano è in fondo quella della finanza pirata, del grande gioco predatorio, perfettamente legalizzato e che ci sta trascinando  in una crisi paragonabile a quella del ’29. In crisi in realtà non c’è questo o quel modello di welfare in progressiva demolizione, non c’è un’idea di società solidale: è in crisi il concetto stesso di società. Il contratto non vale più niente. Negli ultimi quarant’anni si è pensato – l’hanno pensato i Vonhayekiani, i Misesiani, i neoliberisti insomma, che le singole spinte individuali al profitto, completamente liberate da qualsiasi laccio, si componessero alla fine in una grande ricchezza e un benessere diffusi nella società. Ora pare che qualcosa nella teoria non abbia funzionato. Houston, we’ve got a problem. I signori neoliberisti – i veri ultimi utopisti (dopo che i comunisti sconfitti son diventati una setta pauperista di coltivatori di rape biologiche) non hanno fatto i conti con la natura umana. Proprio loro! Non hanno valutato che quelle spinte individualiste, se non direzionate saggiamente, sarebbero schizzate da tutte le parti, a partire dal centro. Che sarebbero diventate cioè spinte centrifughe, che avrebbero portato a gravi strappi e infine alla distruzione della società in quanto tale.  Questa è la tendenza, io credo. Con le dovute sfumature locali: Londra non è Atene, né tantomeno Madrid. E, naturalmente, nessuna di queste città è Damasco.

Non vorrei portare rogna, ma è in condizioni simili (crisi economica globale, sclerosi degli istituti democratici, assenza di elaborazione politica razionale) che qualcuno si inventa le risposte peggiori. Insomma, sto parlando dei fascismi. Quelli veri. Lo dico praticandomi una necessaria toccatina apotropaica.  No, perché a sinistra – quella dei coltivatori di rape biologiche – c’è una tendenza a porre troppa attenzione sulla rapa, piuttosto che sulla possibilità di amare e coltivare la rapa stessa: in altri termini: non si accorgono che questa malconcissima demograzìa per nulla egualitaria è meglio di quello che potrebbe venire dopo, e che dobbiamo difenderla e tenercela stretta, questa benedetta democrazia sempre incompiuta. In Siria ci devono ancora arrivare e la desiderano fortissimamente: a noi sta scivolando da sotto i piedi.

In attesa di ulteriori sviluppi della situazione, il premio faccia-di-culo 2011 va ex aequo ai signori Ahmadinejad, Gheddafi, Mugabe, Hu Jintao, Ali Khalifa, per i consigli dispensati alla Gran Bretagna in questi giorni.

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Anime Belle

Era evidente a tutti che in Libia le cose sarebbero andate diversamente che in Tunisia ed Egitto. A Tripoli non c’era un esercito pronto a deporre il tiranno come in Egitto, ma una truppa di mercenari al soldo del Colonnello, perfettamente in grado di schiacciare la rivolta. In un paio di settimane sarebbe tutto finito, i partigiani (li chiamo così, come giustamente suggerisce Farid Adly) che non fossero stati ammazzati sarebbero finiti nelle accoglienti galere di Gheddafi, o nei lager già riservati ai migranti in pieno deserto, e qui saremmo tornati al nostro tran-tran quotidiano di debole indignazione a distanza. Mentre in questi giorni il ‘nostro’ coinvolgimento in una guerra che già era in corso e che le anime belle guardavano ‘con preoccupazione’ ha improvvisamente riattivato, nella c.d. Sinistra-sinistra, i meccanismi della produzione retorica. Quella roba autoreferenziale che chiamiamo dibattito ma a volte sembra più che altro un tentativo di ricordare la propria esistenza e rimarcare le proprie differenze-da (dal rinnegato interventista, dal socialdemocratico, dall’anarcoide provocatore), mentre prendono forma altre inaspettate consonanze,  (con il Cavaliere amico del Colonnello, coi fascioleghisti, con l’orribile Formigoni). Vi riporto qui sotto un piccolissimo florilegio delle varie letture. E’ la parafrasi di alcuni commenti ad un post su Nazione Indiana (tra i quali trovate anche la mia posizione, espressa, spero, in modo accettabilmente serio). A volte capita che l’oggetto della satira sia più ridicolo della satira stessa, giudicate voi:

Quelli che “Gheddafi è un patriota arabo e un rivoluzionario e chi sta contro di lui è semplicemente un lacchè del capitalismo. Ricordatevi del compagno Ceausescu!”

Quelli che “Gheddafi non è un granché ma è sempre meglio degli insorti che sono pilotati da CIA e Mossad!

Quelli che “Fonti indipendenti che i media servi dell’imperialismo censurano ma che io che faccio controinformazione diffondo qui, anche se purtroppo non mi potete capire perché ormai siete rintronati dai media suddetti, insomma queste fonti indipendenti che per motivi di sicurezza non posso esplicitare mi hanno rivelato che dietro la facciata umanitaria delle motivazioni si nascondono enormi interessi economici. Si parlerebbe di petrolio e addirittura – ma non mi vorrei sbilanciare – di gas naturale”.

Quelli che “il capo degli insorti è neoliberista, io voglio i soviet domani mattina! No! Voglio i soviet! Ueeee! Ueeeeeee! Ueeeeeeeeeeeeee!”

Quelli che “Gheddafi è un dittatore criminale e complice delle deportazioni dei migranti e noi stiamo dalla parte del processo democratico che sta investendo il nordafrica. D’altronde siamo anche contro la guerra senza se e senza ma. Per cui scendiamo in piazza, cerchiamo due alberi tra i quali tendere la nostra fettuccia e passiamo un pomeriggio divertente. Non dimenticate ginocchiere e paragomiti”.

Quelli che “Avete tutti individuato una serie di contraddizioni che, come suggeriscono un paio di numeri dei Quaderni Piacentini usciti nel corso del ’74 (annata eccellente, bouquet ricchissimo, ne ho una bottiglia a casa), sono feconde e pericolose allo stesso tempo e andrebbero maneggiate con cura. Sbaglia chi usa il Ballon o il Gran Cru, in questo caso, coi rossi leggeri, è senza dubbio meglio un Dolcetto. Di cristallo, certo, eccheccazzo, su questo punto non cediamo!”

Quelli che “Non mi piace essere contro-la-guerra-assieme-a-voi. Voglio essere contro-la-guerra-per-i-cazzi-miei”.

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