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E’ tutto finito

paolinizalone

Mi hanno detto che di teatro o di cinema d’autore non si campa. Non è quindi uno scandalo fare anche altro: gli spot del detersivo, Un posto al sole, la comparsata nelle trasmissioni comiche, ecc. Lo si è sempre fatto. Quando uno è giovane, è una necessità alimentare. Quando uno è già affermato, può servire a raccogliere risorse per nuove produzioni. Che c’è di male nell’attingere agli straordinari incassi di una commediola? Tutto giusto, tutto condivisibile. E allora come mai mi sento soffocare?

Nel film c’è un suo cameo alla Hitchcock.
«Si appaio trenta secondi all’uscita dalla scuola elementare, con mio figlio più piccolo. E la scuola si chiama come mia moglie, Margherita Ricci».

Invece l’aspirapolvere come la figlia di Zalone, Gaia. Questo film è un «people placement»!
«Quella scuola è particolare perché nella realtà è la sede la facoltà di Scienze politiche di Padova, presso cui insegnava il professore Toni Negri, autore di un libro straordinario come Arte e Moltitudine. Il mio è stato un piccolo tributo al professore».

(dall’intervista di «Vanity Fair» a Gennaro Nunziante, regista di Sole a Catinelle)

Il post-operaista paraculo no, non lo posso sopportare.

Che cosa abbiamo fatto di male per meritarci questo?

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Andrea Brambilla 1946-2013

Quante risate mi hai fatto fare, commissario Zuzzurro. Grazie e buon viaggio.

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I nuovi resistenti

Davvero la madre dei cretini è sempre incinta. Sulla scia dell’imbecillità delle frange più attive dei noTAV, che hanno paragonato le loro sceneggiate sempre più violente alla Resistenza, in altre parti d’Italia tanti continuano a piegare la memoria storica ad uso dei propri personali tiramenti, in un modo così sciocco, così irresponsabile, così vile, che viene davvero voglia di prenderli a ceffoni (non metaforici).

In genere, la teppa del teatrino antagonista in vacanza manifesta soltanto per dimostrare la propria esistenza, per la cosiddetta visibilità politica. Ma le stesse tecniche retoriche possono essere utilizzate per difendere interessi materiali ben definiti. Nell’orribile periodo che stiamo vivendo, il piccolo borghese (di destra o di sinistra) finora sedato dalle cene al ristorante, spinto dalla paura del declassamento, tende a radicalizzare il suo linguaggio, a scoprire (o riscoprire) la bellezza della “battaglia civile”, insomma a cercare un passaggio dalla grappa barricata di fine cena alla barricata in senso stretto. Tutti grillini, anche chi non lo è.

A Bassano del Grappa, ricca e ridente cittadina nota ai più per gli alpini, per il suo ponte sul Brenta, per il monte Grappa e, appunto, per la grappa, è in scena da qualche tempo la protesta guidata da un gruppo di avvocati e dipendenti del locale tribunale, che si battono come un sol uomo contro la chiusura dello stesso e il suo trasferimento a Vicenza. Nel tentativo di risparmiare qualcosa sugli ottocento miliardi della nostra spesa pubblica non si è evidentemente tenuto conto dei diritti della classe avvocatizia e dei suoi culi pesanti, i quali, proprio come i turistantagonisti dislocati in Val di Susa, oggi tirano in ballo i partigiani e la guerra di Liberazione. D’altronde, quale luogo migliore di Bassano, città medaglia d’oro della Resistenza, per dimostrare la propria imbecillità?

E sabato scorso in viale dei Martiri – teatro dell’Eccidio del ’44 – sono apparsi perfino quattro fantocci impiccati: uno vestito con una toga da avvocato, due avvolti nelle bandiere veneta e tricolore, un altro in bianco. Un cartello, in italiano e inglese, accompagnava i manichini: «I giovani impiccati a questi alberi volevano un governo più giusto. Chiudere il tribunale di Bassano significa ucciderli nuovamente». (“Il Gazzettino”, 17 settembre 2013)

(Forza, coglioni).

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Franca Rame 1929-2013

Mi ritorna in mente una canzoncina che mi cantava mio papà quando ero bambino: “io c’avevo una nonna matta/che allevava gatti di pezza/li allevava su una terrazza/una terrazza in riva al mare…”. Ho sempre preferito Franca a suo marito.

[Attenzione, questo pezzo fa male]

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Toreri, guitti, tribuni della plebe

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Dice “dov’è finito il teatro in televisione”? Ma come “dov’è finito”? Raramente si è visto tanto teatro in TV come in questi anni. Certo, parliamo di spettacolo leggero, à la Garinei & Giovannini, à la Santoro & Travaglio. La stizza di Santoro di fronte alla “lettera” di Berlusconi assomiglia a quella del regista di fronte all’attore indisciplinato. Ma anche questo, in fondo, era previsto. L’attribuzione di una vittoria è un esercizio davvero inutile. Hanno vinto entrambi. Santoro ha vinto attraverso lo share, ovviamente, Berlusconi ha vinto occupando col suo corpo due ore e passa di spazio televisivo. Con quel tono didattico che a volte riserva allo zoccolo duro del suo elettorato, bisognoso di semplificazioni e di fesserie sempre più grandi, il Signor B. ha raccontato la sua grottesca versione dei fatti. Ha sostenuto di essere “l’unico” a capirci qualcosa di economia, ha accusato Francia e Germania (la Deutsche Bank, oppure la Bundesbank, fa lo stesso!) di aver complottato contro il suo governo, ha precluso ogni possibile obiezione sostenendo (non del tutto a torto, ahinoi) che il nostro sarebbe un Paese ingovernabile, ha persino fatto la sua lezioncina sulla Costituzione. Allo stesso tempo, ha ben incassato le provocazioni, si è astenuto dal fare apprezzamenti sulle protagoniste femminili Costamagna e Innocenzi, regalandoci comunque qualcuna delle sue volgarità da avanspettacolo.

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Santoro, per parte sua, ha esordito citando O Sole mio, ha affermato, con grande sprezzo del ridicolo, di essere stato l’unico o il primo diffusore delle idee di Paul Krugman in Italia, ha mostrato una certa frustrazione di fronte alla scarsa reattività del Signor B. Ha, d’altro canto, saggiamente rinunciato a trasformare la trasmissione in un’aula di tribunale, e avrebbe avuto quindi la possibilità di incalzare seriamente il Cav. sui temi di politica economica, per una manciata di minuti almeno, ma non l’ha fatto. Sappiamo bene che Michelone nostro ha smesso da tempo – forse non tanto per volontà, quanto per inclinazione naturale – di fare il giornalista propriamente detto per votarsi invece alla commedia dell’Arte, inscenando lazzi, preparando accuratamente le risse tra i suoi ospiti e poi, nella fase più recente della sua carriera, impersonando una bizzarra versione televisiva di tribuno della plebe. Giovedì sera il tribuno è diventato torero – questa è l’unica lettura sensata, a mio avviso, della metafora di Granada, perché Monti come toreador proprio non ce lo vediamo. Va da sé che, con un toro come Berlusconi, all’arena si registri il tutto esaurito.

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Da giornalista a intrattenitore, da intrattenitore a tribuno della plebe, dicevamo. E quest’ultimo passaggio sembra in effetti caratterizzare la Storia italiana degli ultimi vent’anni – o forse di sempre? Ormai è chiaro come gli Italiani abbiano una disperante tendenza a dare credito ai guitti divenuti opinion maker, da Berlusconi a Grillo a Santoro. Poco importa il mestiere originario del guitto, ciò che conta è la sua natura più intima, e il fatto che il linguaggio della commedia e il linguaggio politico in questo Paese coincidano quasi perfettamente. Purtroppo, in tempi in cui c’è veramente poco da ridere, tale tendenza si accentua e alle risate si sostituiscono dei conati inquietanti. La trasmissione di giovedì sera si basava evidentemente sul solito canovaccio populista ed antimontiano (cui Berlusconi ha fatto in parte da sponda) e Santoro ha davvero toccato il fondo dando spazio ai deliri dell’imprenditora di Vittorio Veneto. La signora si è scagliata contro Monti “uomo di Goldman Sachs” e ha invocato “la sovranità monetaria”. Discorsi da nouvelle droite ripulita, che parla di moneta come di un “bene comune”. Roba pescata nella cloaca di Internet, ma il materiale sociale è sempre quello, perenne, di certi disastri storici. Un ceto medio fatto di bottegai, artigiani e piccoli industriali in crisi, pronti a rinchiudersi nella loro piccola provincia di merda, addossando al capro ebreo o cinese o zingaro di turno le colpe dei loro guai.

Lo dico anche, come sempre, per scaramanzia, ma il tipo di avanspettacolo che ci viene proposto in questi giorni sembra preludere a uno spettacolo che preferirei evitare di vedere.

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“…down the Lido…”

We’re incognito

Down the Lido

And we like the Strand

(Roxy Music – Do the Strand)

Finalmente è successo. Giovedì scorso, dopo anni di inattività, sono tornato a suonare davanti a un pubblico. Ho fatto un po’ di baccano con la mia bellissima telly mentre l’amico Cristiano leggeva alcuni suoi racconti, sul palco di un teatro (fino a poco tempo fa) abbandonato. Si tratta dell’ex Ricreatorio Marinoni all’Ospedale al mare, luogo di intrattenimento per i pazienti di quello che è stato uno dei centri talassoterapici più importanti d’Italia. A pochi metri dall’ingresso, tra i padiglioni in rovina, sorge questo bellissimo teatro tardo-liberty, ridotto per anni a magazzino, invaso dai piccioni e riscoperto per caso durante la lotta dei cittadini lidensi per la difesa dell’ospedale.

Percorrendo il lungomare per poco più di un chilometro, passando davanti al mitico Hotel De Bains (ormai non più hotel, ma pacchiano residence), si raggiunge la sede di uno dei festival cinematografici più importanti del mondo. Tra l’ex ospedale al mare e la Mostra del Cinema, che aprirà i battenti puntuale anche quest’anno, non c’è soltanto la vicinanza fisica. Esiste un legame di natura economica, creatosi negli anni del «sindaco-filosofo» Cacciari. Dopo anni di promesse e bugie, nel 2003 l’ULSS chiude l’ospedale. Il Comune lo compra, per rivenderlo subito ad Est Capital, la finanziaria di un suo ex assessore. Gli investitori puntano a far diventare tutta l’area una sorta di gated community balneare, con tanto di mega-darsena. Il Comune, per parte sua, con i soldi incassati vuole realizzare il nuovo palazzo del cinema (costo previsto: ottanta milioni di euro). Ma qualcosa non va per il verso giusto. La vicenda è già stata ben raccontata da Filippo Maria Pontani su “Il Post”, da Francesco Giavazzi sul Corriere e da altri ancora sulla stampa nazionale e locale. La lettura dei due articoli segnalati è caldamente consigliata a chiunque si interessi di scandali italiani, così come è consigliata quella dell’amarissimo articolo di Petra Reski sui mali di Venezia, apparso sul mensile della “Neue Zürcher Zeitung” (la traduzione la trovate qui). Le pratiche corsare della classe dirigente veneziana, la rapacità e/o i cervelli pigri degli investitori, la tragedia complessiva del settore immobiliare e della monocultura turistica, in questo caso d’élite: nella vicenda del Lido c’è tutto questo. Non manca un comitato di residenti che denuncia puntualmente lo scandalo e le sue ricadute sociali e ambientali, tra l’indifferenza generale delle autorità e, purtroppo, del resto dei veneziani.

Ma torniamo al Marinoni: a settembre dell’anno scorso, proprio in concomitanza con la Mostra del Cinema, un gruppo di lavoratori del teatro Valle e di locali disobbedienti, accortisi dell’esistenza del teatro, lo occupano. Lo ripuliscono, lo rendono accessibile. Lo fanno diventare il luogo di un happening su cultura e beni comuni. Invitano Mario Martone, Alessandro Gassman, Ottavia Piccolo, Fausto Paravidino ed altri volti noti, assieme a vari gruppi teatrali della città, a dare il proprio sostegno, che puntualmente arriva. Ma gli occupanti professionali, spenti i riflettori della mostra, lasciano il luogo. Chi resta, cane sciolto volonteroso (che qui ringrazio per l’accoglienza dell’altra sera), si arrangia come può. L’attrezzatura è ridotta all’osso. Due casse e un vecchio mixer che ogni tanto si spegne, alcuni neon da cantiere attaccati alle ciabatte recuperate dagli ambulatori chiusi, un generatore a benzina ad alimentare il tutto (manca l’allaccio alla rete). La prima impressione, condivisa da qualche occupante, è che solo gli intoppi pratici e finanziari nel progetto speculativo abbiano per il momento salvato il luogo. Tra le varie seccature, pare che nei giorni scorsi l’Agenzia delle Entrate abbia pizzicato Est Capital: si parla di elusione per 17 milioni di euro. Bruscolini, rispetto ai 500 milioni impiegati nell’operazione Lido. Una cifra che è come un masso enorme, impossibile da spostare. Il fatto che i disobbedienti, con i loro rapporti politici e la loro esperienza di occupazioni, abbiano dimostrato un interesse così scarso per il Marinoni, dopo i fuochi d’artificio iniziali, dimostra come il futuro del luogo sia segnato.

A chi ancora lo occupa, mettendolo a disposizione di tutti, viene da chiedere che cosa si aspetta. Che cosa si vuole, e a chi ci si rivolge, quando si vuole salvare un luogo o dargli una nuova funzione e una nuova identità? Certo, l’idea è quella di uno spazio pubblico di produzione culturale: teatro, sala per proiezioni, concerti ed incontri, ma anche galleria e spazio per ospitare residenze artistiche. E, perché no, luogo di socializzazione in un’area che dopo il carnaio estivo diventa una delle plaghe più deprimenti del pianeta. Esageriamo: qualcosa che assomigli al Tacheles? (un paio di mesi fa, a Berlino con M., abbiamo verificato: è ancora aperto). Oppure, ancora, un vero teatro, come in tempi ormai lontani è stato il Marinoni. Per quanto riguarda l’oggi, l’edificio cade a pezzi. Quando suono sono tutto concentrato sullo strumento e non ho mai alzato lo sguardo verso la graticcia. Altri di noi, però, hanno temuto il pezzo di intonaco in testa. Anche solo la messa in sicurezza costerebbe, a spanne, parecchie decine di migliaia di euro, mentre per farlo tornare un teatro attrezzato servirebbe un investimento ben più cospicuo. Ed anche quando la struttura fosse rimessa a nuovo ed attrezzata, resterebbe da recuperare tutto lo spazio circostante, fatto di palazzine disfatte, tutte ruggine e vetri rotti, occupate da senzatetto e disperati di vario tipo. Fotograficamente interessante, ma…

Dopo molti anni ci sono arrivato, non senza un certo bisticcio interiore tra vari luoghi comuni e i peggiori automatismi del mio retaggio di sinistra: la cultura si deve sostenere da sé. Lo scrive uno che organizzava festivalini a spese del contribuente (senza essere nemmeno riuscito a camparci bene: aveva ragione il ragionier Coprofa, non ero tagliato per quel mestiere). Comunque la si veda, l’era della spesa pubblica è finita con la crisi. E’ finito un ciclo. Chiedere allo Stato o a qualunque sua parte di riaprire un teatro chiuso quarant’anni fa, nel momento in cui chiudono gli ospedali, è un insulto al buon senso (tanto più nel caso del Marinoni, un teatro che sta dentro un ospedale chiuso). Il tempo del contributo dovuto è finito. Qualcuno l’ha capito per tempo, buttandosi con fin troppo entusiasmo nel frenetico mondo del fundraising. Occorre agire con intelligenza, con astuzia. Direbbe qualcuno: occorre saper intercettare i flussi di capitale. Che in questo caso passano vicinissimi a dove servirebbero. E pensare che a finanziare l’ospizio marino, assieme alla locale Cassa di Risparmio, fu nientemeno che la Compagnia Generale Grandi Alberghi. Ma il paleocapitalismo italico non brilla per la sua attitudine al mecenatismo culturale. In altri contesti, in altri paesi, è cosa normale, così normale che nessuno ne deve restare ammirato. Anche perché il mecenate intelligente trova il modo di far fruttare i quattrini spesi in cultura. Da parte di chi cerca risorse, occorre vincere la nausea che alcuni personaggi direttamente coinvolti nella vicenda veneziana sono in grado di provocare, che siedano negli uffici delle finanziarie o sugli scranni di Ca’ FaLsetti. O da tutt’e due le parti. Ma non credo ci sia altro modo.

Detto più chiaramente, quello che ci vorrebbe per il Marinoni e altri luoghi simili è un serio progetto di recupero e gestione, una proposta da girare alla Pubblica Amministrazione – in quanto ente regolatore, non finanziatore – e agli investitori –  possibilmente ai singoli investitori, non solo a chi regge il paniere. Un progetto in grado di far entrare in zucca a questi signori che è anche nel loro interesse rendere disponibile alla città uno spazio per la produzione culturale. In grado di fargli capire che se la terra e i mattoni del Bel Paese si vendono così bene è proprio grazie a quella che è stata – ormai troppi secoli fa, ahinoi – la cultura razionale ed estetica delle nostre città e del nostro territorio. In grado insomma di mostrare loro che potrebbero essere ricordati come razziatori o come capitalisti intelligenti. Chi ha un po’ di fegato ci dovrebbe provare.

Concludo quindi con quello che sembra un ossimoro: speculare bene, in modo da rendere qualcosa al territorio sul quale si specula. Eppure credo che sia possibile. Ho scritto e continuo a pensare molto male del PAT e delle idee dell’Assessore Micelli (un esperto di perequazione, tra l’altro) ma non credo affatto di cadere in contraddizione se dico di essere affascinato dal progetto del Palais Lumiere di Pierre Cardin. Pietro Cardìn, proprio lui, vuole costruire un grattacielo Dubai-style a Venezia. Orrore! Aspetta, aspetta. Non proprio a Venezia. E nemmeno sulle dune del Lido. Né negli ultimi pezzi di campagna rimasti tra Mestre e l’aeroporto. E dove, allora? Beh, lo vuole costruire in quella wasteland di capannoni vuoti che è Marghera, a poca distanza da ciò che resta del petrolchimico. Improvvisamente, tutte le chiacchiere degli ultimi vent’anni sulla riqualificazione delle aree industriali, sulle bonifiche dei terreni, tutto lo starnazzare dei Verdi che dicono una cosa e fanno il suo contrario, tutto questo svanisce in un attimo e un futuro diverso per uno dei luoghi più brutti d’Italia (con vista su uno dei luoghi più belli del mondo) diventa qualcosa di immaginabile. Sbaglierò, ma io a Pietro Cardin lo lascerei fare.

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