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Una via contorta

Fa sempre uno strano effetto il confronto tra la realtà di questioni locali che conosci piuttosto bene e la loro rappresentazione giornalistica a livello nazionale. Secondo i nostri maggiori quotidiani, il c.d. “Comitatone” per la salvaguardia di Venezia avrebbe finalmente “sbloccato” la situazione relativa al problema delle grandi navi, impedendone il passaggio nel bacino di S.Marco. La notizia viene data in toni ottimistici, per non dire trionfalistici, il ministro Lupi e il Governo si affrettano ad incassare il risultato mediatico, le schiere di amanti sensibili di Venezia si felicitano sui social, tutti contenti, insomma, Venezia pare finalmente salva.

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Purtroppo le cose non stanno così. L’allontanamento delle grandi navi dal canale della Giudecca e da S.Marco era già stato deciso dal decreto Clini, l’indirizzo generale sulla questione è fissato da tempo e quest’ultima decisione non aggiunge alcunché, semmai toglie, e in modo del tutto arbitrario. In sostanza ieri il Comitatone ha infatti eliminato dal tavolo tutti i progetti relativi al transito delle crociere, tranne uno, quello dello scavo del canale Contorta S.Angelo, fortemente voluto dall’Autorità Portuale presieduta dall’ex sindaco Paolo Costa. Per far passare le navi lungo il tracciato che vedete nell’immagine qui sopra, occorre scavare fino a oltre 10m il fondo della laguna per adeguare al pescaggio dei “giganti del mare” un canale che ora arriva ai 2m scarsi. Che male c’è, direte voi? C’è di male che lo scavo di canali di quelle dimensioni porta volumi e pressioni non compatibili col fragile ambiente lagunare, le cui difese naturali  (le barene innanzitutto) vengono progressivamente distrutte, favorendo tra l’altro la possibilità di acque alte sempre più grandi. In questo senso, il caso del Canale Petroli era e resta un precedente da studiare.

Insomma, come si dice qui in Veneto, “pèso el tacon del buso”. Ma l’aspetto davvero stupefacente della decisione di ieri è che il giudizio sull’incompatibilità dello scavo di nuovi canali con lo scopo statutario del Comitatone stesso (e cioè la salvaguardia di Venezia, ripetiamolo perché, alla luce di questi fatti, si potrebbe pensare piuttosto a un comitato d’affari, anzi meglio a un comitatone di affaroni) non viene soltanto dagli studi presentati dagli oppositori alle grandi navi, ma dalla stessa commissione tecnica ministeriale preposta alla V.I.A., che in un parere prodotto a settembre dell’anno scorso, rimasto stranamente in un cassetto per mesi e reso noto grazie a Felice Casson, così si esprimeva:

Che il Comitatone (e cioè le sue tre componenti maggiori, Governo, Regione e Autorità Portuale) pensi ora di avere una valutazione di impatto ambientale di segno del tutto opposto lascia davvero perplessi. È evidente come di fronte alla complessità di un problema che vede contrapposte strumentalmente le ragioni del lavoro a quelle della tutela ambientale abbia prevalso l’interesse più forte.

Paolo Costa può dirsi soddisfatto per il risultato conseguito, che in qualche modo verrà investito politicamente alle prossime elezioni comunali, ma forse più soddisfatti ancora di Paolo Costa sono i centri sociali veneziani, che hanno egemonizzato il movimento NoGrandiNavi e che aspettavano soltanto un pretesto come questo per rimettere in piedi il loro teatrino politico. Nell’attesa delle loro prossime performance, mi auguro davvero che Venezia non diventi «come la Val Susa» – questa la previsione di Gianfranco Bettin. Tra parentesi, io credo che questa faccenda con la Tav non abbia proprio nulla a che vedere. Nel bene e nel male il progetto della Torino-Lione è stato discusso pubblicamente per anni e ha subito sostanziali modifiche (avverto gli eventuali lettori NoTav: non rimbeccatemi sulla questione, non mi interessa interloquire con voi, ogni commento polemico verrà cestinato).

Quello che purtroppo siamo costretti a constatare con grande amarezza è che in questo Paese, in cui peraltro la classe politica emergente lamenta il proprio scarso potere decisionale, troppe decisioni importanti vengono ancora prese in modo arbitrario e per nulla trasparente, alle soglie di ferragosto, sperando che non se ne accorga nessuno, fregandosene bellamente delle stesse conoscenze scientifiche (cioè della Ragione), in funzione non dell’interesse generale ma del particulare della propria conventicola, o di un ritorno politico immediato. Se questo vuol dire “cambiare verso”…

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È arrivata la bufera

Certamente una bufera attesa, e comunque sorprendente per la sua violenza. Non occorrevano particolari doti di preveggenza per sapere che, dopo gli arresti di Baita e Mazzacurati, l’inchiesta sui lavori del MOSE avrebbe presto o tardi toccato il livello politico. Anche sui nomi non era necessario sforzare troppo l’immaginazione: il coinvolgimento di Giancarlo Galan era atteso da almeno sei mesi. Non sto emettendo sentenze, attenzione, rilevo solo la meccanica elementare di qualunque sistema di corruzione: se una mano dà, un’altra mano riceve e da qualche parte questi soldi “volanti” saranno pur andati a finire. Ministeri ed enti locali sono i luoghi in cui i magistrati hanno il dovere di cercare i responsabili. Per questo, per quanto grave (e assai infrequente), nemmeno l’arresto di un sindaco in carica può stupire.

In questo momento sono tre le piccole notazioni che mi preme fare su questa vicenda.

La prima è relativa al solito ridicolo scontro «giustizialisti vs garantisti». Sono convinto che la Giustizia italiana sia malata e necessiti di una riforma, non amo l’idea di carcere e detesto chi crede di ottenere qualche rivalsa politica o sociale per via giudiziaria. Però siccome ad indignarsi per la malagiustizia, sempre e soltanto quando sono i membri dell’élite a finire in manette, ci sono già tutti i grandi opinion maker terzisti, ho deciso che non c’è alcun bisogno del mio contributo. Spiace che l’élite palazzinara convenuta ai vernissage della Biennale di architettura sia stata turbata dagli arresti eccellenti. Sono certo tuttavia che sapranno riprendersi rapidamente. Chi, come la Signora Alberta Marzotto, va sostenendo che la «giustizia a orologeria» starebbe causando un danno d’immagine al Paese farebbe forse meglio a tacere. Dovrebbero forse tacere anche certi miei compagni di partito, scattati come dei misirizzi garantisti in difesa di Orsoni . Qualcun altro ha tirato in ballo il povero Enzo Tortora, che mi auguro venga di notte a tirare i piedi a tutti quelli che ne strumentalizzano il nome.

La seconda notazione riguarda il mio sindaco, Giorgio Orsoni – accusato di aver ricevuto finanziamenti illeciti durante la sua campagna elettorale. A naso, se devo dirla tutta, trovo la cosa improbabile, ma ritengo altrettanto improbabile che in una piccola città chiacchierona in cui gli affari si decidono davanti a un fritto misto e una bottiglia di prosecco millesimato, un rappresentante del professionismo cittadino così ben introdotto, una volta eletto, sia diventato improvvisamente cieco. Massimo Cacciari, predecessore di Orsoni, in queste ore sostiene come sia il sistema degli appalti pubblici sulle grandi opere «in regime d’emergenza» – cioè, in Italia, sempre – a rendere impossibile per un amministratore il controllo di eventuali illeciti. Una tesi che non mi convince del tutto. Detto per inciso, questo arresto non influisce minimamente sul giudizio politico che ho già formulato da tempo. Nel 2010 ho votato Giorgio Orsoni controvoglia, spinto dallo spauracchio di Renato Brunetta sindaco. Oggi non lo rivoterei perché ritengo quella di Orsoni un’amministrazione deludente da ogni punto di vista, fatta di assenza di visione, di scarsa trasparenza, di grande ambiguità politica del Sindaco in persona, che si è sempre potuto permettere di intestare a sé stesso i (pochi) meriti di questi quattro anni e di incolpare di tutte le magagne il PD, le giunte precedenti e – come tutti i sindaci dello Stivale – il patto di stabilità. Occorre aggiungere che questo atteggiamento è stato reso possibile proprio dalla deliberata assenza del PD – primo partito in città – in quanto attore politico. L’amara verità è che l’idea, così di moda negli ultimi vent’anni, secondo cui la politica avrebbe dovuto ritrarsi per far spazio alla cosiddetta «società civile», ha solo lasciato le città in pasto ai vari gruppi di interesse, ritenuti in grado di autogestire le proprie attività senza alcuna mediazione. Si è creduto che il declino della città potesse essere arrestato lasciando fare i vari amici e amici degli amici (Pierre Cardin, per intenderci, non faceva parte degli amici). Grave errore, anche quando commesso in buona fede, se la qualità dei soggetti in questione non è troppo alta. Mi pare siano in molti, nel PD, sia tra gli iscritti che tra i dirigenti, a pensarla come me. Qualche settimana fa avevo detto chiaramente al mio segretario che mi sarebbe risultato impossibile rinnovare l’iscrizione se il partito avesse deciso di ricandidare ancora Orsoni – magari senza primarie, perché l’avvocato le rifiuta, ritenendo che il sottoporre il suo nome a una consultazione (come nel 2009) equivalga a un giudizio negativo sul suo operato. Comunque Orsoni esca dalla vicenda, il problema non si pone più.

Ultimo punto: il riflesso condizionato di tutta quell’area che per comodità chiamerei “decrescista”, che in questi giorni di scandali, tra Expo e MOSE, gongola. Per intenderci, mi riferisco a tutti quelli per cui il cemento armato è uno strumento del demonio, le gallerie ferroviarie sono stupri della Madre Terra, ecc. Naturalmente non ho alcuna intenzione di fare una difesa d’ufficio del MOSE. Da anni mi sono fatto l’idea che sia un’opera inutilmente impattante e assurdamente costosa, ma ora che i lavori si avvicinano ormai alla fase conclusiva occorre solo sperare che queste accidenti di paratie funzionino, anche perché il pensiero di aver buttato – letteralmente – a mare quasi cinque miliardi di euro per nulla sarebbe davvero difficile da sopportare. Vorrei però tentare di rispondere alla critica generica contro le grandi opere. Non affronto qui il problema del discorso contro la Modernità che sta alla base di questa critica, perché non è affrontabile razionalmente. Più prosaicamente, dire che «dove ci sono grandi opere, c’è mafia e corruzione» è una magnifica scoperta dell’acqua calda. I lavori per la metropolitana milanese nel corso degli anni ’80 hanno rappresentato un enorme serbatoio di corruzione politica. Grazie a quei lavori, però, Milano possiede – unica città d’Italia – un trasporto pubblico degno di una grande città europea. Qual è il problema, la metropolitana o la classe dirigente corrotta? Sarà per colpa delle grandi opere se siamo la più corrotta delle democrazie occidentali, o non sarà forse per via di una certa mentalità familistico-mafiosa, quella del «fatti li cazzi tuoi»? Credo che persino un cercopiteco saprebbe rispondere sensatamente. Che facciamo, rinunciamo per sempre ai grandi progetti perché non siamo capaci di condurre seriamente una gara d’appalto, tenendo fuori gli ‘ndranghetisti, o perché i partiti non riescono a tener fuori i ladri? Credete davvero che se vincessero gli ideologi della decrescita, non troveremmo poi nessuno a chiederci il pizzo sulla casa di paglia?

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Tesissima Repubblica

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Battaglia sul Ponte dei Pugni tra veneziani e turisti, estate 2013

Cuperliani, Civatiani, Renziani, Pittelliani…e chi lo sa? Non credo affatto che le etichette correntizie servano a descrivere l’impegno dei Giovani Democratici in questo periodo difficile. Devo ammetterlo, questi ragazzi sono davvero in gamba. E’ forse soprattutto grazie al loro entusiasmo se il PD veneziano ha organizzato, tra settembre ed ottobre, una serie di incontri centrati sui problemi e le prospettive di una città tanto bella e tanto complicata. Ieri sera si è parlato della Giudecca (“da isola operaia ad isola della cultura”) e il vostro affezionatissimo blogger era presente, sia in qualità di iscritto al Partito Democratico che di rompicoglioni patologico, spinto da quel benedetto amore per la polemica che ogni giorno mi aiuta ad alzarmi dal letto.

La platea era grosso modo divisa in tre categorie: alcuni amici residenti sull’isola, impegnati da anni nell’organizzazione di un festival delle arti autogestito, incazzati per la scarsa attenzione dell’assessorato, i professionisti della cultura (teatro, danza, musica) che hanno visto calare di anno in anno il sostegno pubblico alle loro attività, e infine i cittadini veneziani genericamente intesi, resi isterici dalla pressione dei venti milioni di turisti che ogni anno calpestano le pietre della Serenissima. Invocando la mentalità d’impresa per le attività culturali mi sono inimicato artisti e direttori artistici (il che è già un buon risultato), ma il lavoro più grosso l’ho fatto rispondendo per le rime a chi ormai considera i turisti peggio delle pantegane.

Non sono tra i sostenitori di Angela Vettese, e in questa particolare occasione ero uscito di casa già sul piede di guerra. Per l’esattezza, avrei voluto contestare proprio le deboli politiche dell’amministrazione comunale, rappresentato dall’assessore Vettese (deleghe al turismo e alla cultura), in materia di gestione dei flussi turistici. In buona sostanza, Angela Vettese propone di usare una nuova segnaletica e una nuova cartografia per deviare le mandrie di visitatori verso le zone meno battute della città. Probabilmente nulla di tutto ciò andrà a buon fine e i nuovi itinerari aumenteranno la pressione turistica sulle zone periferiche della città storica (tra le quali la Giudecca, isola in cui vivo), senza diminuirla a S.Marco e Rialto. Ma non è questo il punto.

Confermo a chi non mi conosca che a me il turismo senza governo infastidisce quanto a chiunque altro e che la vista di Venezia ridotta a theme park mi fa soffrire. L’ho scritto qui, più volte, ricordando che le responsabiità maggiori sono attribuibili proprio al centrosinistra veneziano, che negli ultimi vent’anni ha governato la città senza governarla davvero, senza avanzare proposte forti, senza garantire la trasparenza e la correttezza dei processi urbani, senza offrire una vera contropartita alla cittadinanza assediata dalla monocultura turistica. Sarebbero serviti degli incentivi alle nuove attività (qualcosa in più dei due incubatori per start-up pagati con fondi UE), uno snellimento della burocrazia comunale per vie lecite (non a suon di mandole), un piano serio di social housing (possibilmente senza regalare alcunché a Caltagirone), in modo da frenare l’esodo dei residenti dalla città storica, dei servizi davvero efficienti, garantiti da aziende gestite in modo non clientelare, i cui dirigenti non fossero nominati perché in quota a questo o quel partito. Tutto questo avrebbe reso l’invasione turistica maggiormente sopportabile. Ora è forse troppo tardi e purtroppo nemmeno le responsabilità politiche risultano chiare al cittadino medio.

Siamo già alla fase del capro espiatorio, individuato nel visitatore, proprio perché raggiungibile fisicamente. Quella prossimità fisica che è la fonte del disagio e quindi diventa bersaglio di una reazione che in questi ultimi anni assume tratti preoccupanti. A Venezia, magica città in cui le cose funzionano in modo così diverso dal resto del mondo, capita di vedere vecchietti senza creanza che mettono le mani addosso a giovani silenziosi, colpevoli di ostruire le calli, imbambolati di fronte alle meraviglie della città. Si cominciano a sentire gli autoctoni dare indicazioni sbagliate nel tentativo puerile di allontanare i turisti. Scene che riescono a rovinare la giornata ad una personcina sensibile e ammodo come il sottoscritto, che poi si ritrova a difendere l’assessore Vettese contro i cittadini indignati.

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Carlo Naya, veduta da S.Giorgio

Il problema di fondo che sembra sfuggire a tanti veneziani intolleranti al turismo rimane quello economico. La prospettiva di essere condannati a fare i figuranti di un parco a tema (“a che ora chiude Venezia?”) non è allettante per nessuno. Ma come si campa, nella città più bella del mondo (ed una delle più care d’Italia?). Noi che non abbiamo ancora raggiunto l’età della pensione e non abbiamo figli ben sistemati in altri luoghi, che cosa ci possiamo inventare oltre a far mangiare, bere, sollazzare e dormire gli ospiti del mondo globalizzato? Fosse per me, a Venezia si produrrebbero ancora oggetti. Artigianali e industriali. Non solo maschere, che comunque per la maggior parte sono made in china come il 99% dei manufatti che teniamo in casa. A Marghera si farebbe ancora la plastica (nessuno dovrebbe restarci secco, però), alla Giudecca si produrrebbe ancora la Birra Venezia, alla Scalera si girerebbero i film di Sorrentino e all’Arsenale si costruirebbero non più solo velieri, ma raffinatissimi apparati nanotecnologici. Per non parlare degli infiniti oggetti immateriali che viaggiano lungo la rete (in una città che da dieci anni aspetta di essere connessa in modo decente). Tutto questo rimane un sogno, per varie ragioni, al di là delle chiacchiere. E dunque, ripeto, come si campa? Lo chiedo a una signora inviperita che borbotta dietro di me: come si campa, visto che l’industria chimica è morta, come si sposta un po’ di turismo dal centro, creando altre attività nell’immediata terraferma? L’idea della torre di Cardin, così impopolare in città (oltre che nell’empireo dei nostri più raffinati intellettuali engagé), mi aveva affascinato, la vedevo come il possibile jolly, la matta da giocare per cambiare tutta la partita. Quella torre non si farà, forse è meglio così, chi lo sa. Ma ieri sera ho finalmente sentito l’opinione della pancia della città su Pierre Cardin, l’opinione della Venezia profonda e reazionaria (che magari vota da sempre a sinistra), della Venezia patrizia e popolare allo stesso tempo, nostalgica di una storia parziale e imparaticcia, incapace di accettare una decadenza che dura da tre secoli. Bene, il giudizio della signora su Cardin è il seguente:

«Pierre Cardin è un contadino! Un contadino arricchito, noi i veneti li conosciamo, lo sai anche tu, dai».

Ma certo che lo so. Oltre ad essere “campagnolo” (in vernacolo veneziano, chiunque sia nato al di là del Ponte della Libertà), risulto essere addirittura montanaro, e questi contadini li conosco bene, è vero. Erano i miei nonni.

Viene il turno di un signore che si lamenta del b&b sotto casa, e sostiene che l’industria turistica di Venezia non avrebbe alcun legame con i Veneziani. La negazione raggiunge livelli insospettati. E quindi i padroni dei b&b, chiedo, sarebbero tutti stranieri?

«Ma no stranieri! vengono da fuori

Da fuori. Fuori dove? Da Mestre?

E pensare che la Venezia che sta nei cognomi di tanti veneziani e nelle mie fantasticherie di flâneur era quello che era proprio grazie alla gente venuta da fuori: fiorentini, bergamaschi, napoletani, dalmati, greci, ebrei spagnoli, armeni, tedeschi, albanesi e tanti altri foresti. Persino qualche furlan.

Un nostalgico quanto aggressivo iscritto PD settantenne rimpiange i fasti della Serenissima, o anche soltanto il turismo d’élite di qualche decennio fa, quello ritratto in Morte a Venezia o in Tempo d’estate:

«Abbiamo dominato il mondo [sic], non siamo capaci di fermare i turisti? Il turismo di una volta era migliore, c’era gente di un certo livello, mica come questi ignoranti che mangiano in giro, sporcano, è uno schifo, ma cosa è diventata questa città?!?»

summertime

Katherine Hepburne e Rossano Brazzi in ‘Summertime’ di David Lean (1955)

Qualcuno finalmente adopera il sostantivo d’obbligo in questi casi:

«Bisogna tenerli fuori, questi barbari».

Benissimo. E in che modo si discriminerebbero i barbari dai visitatori civilizzati? Chi farà la selezione, e su quali basi? Occorre essere consapevoli, ha ricordato la Vettese, che negare alle gite scolastiche o alle famiglie a basso reddito l’ingresso a Venezia – perché questo sarebbe il risultato di qualsiasi politica implicante il numero chiuso, un pedaggio d’ingresso o simili – vorrebbe dire operare una selezione per censo. Vorrebbe dire, sintetizzo io, essere apertamente classisti. Il che non mi sembra esattamente la caratteristica ideale di chi appartenga a un partito di sinistra, ecco.

Il dibattito per ora finisce qui e mi lascia una certa amarezza, ma anche la voglia di impegnarmi, di vincere il nichilismo in cui io per primo tendo a cadere, quello dell’illustrissimo Massimo Cacciari, per il quale «soluzione non v’è». Non esiste Soluzione, ma tanti piccoli rimedi. Viviamo in un mondo complicato e la complessità è una gran rottura di palle. Di questo si occupa la politica, dell’arte della mediazione e dei rimedi possibili. di questo si occupa il Partito Democratico, anche se non sempre gli riesce bene.

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Perché se un uomo libero muore…

Venezia, Campo del Ghetto, 25 aprile 2013

Venezia, Campo del Ghetto, 25 aprile 2013

Com’è cambiato il Giolindo Ferretti, da quando ricordava Fenoglio. Come siamo cambiati un po’ tutti, in modi diversi. Qualcuno è rimasto dov’era, scavandosi un proprio buco, qualcun altro ha cambiato posizione, arrivando anche lontano e dimenticando, o fingendo di dimenticare da dove veniva. Altri ancora si sono mossi, pur restando fermi, ruotando attorno ad un centro, un perno che non si può muovere né tantomeno rimuovere. Per me quel perno si chiama antifascismo.

A chi venisse in mente di commentare il post facendo riferimento alla “stanca retorica resistenziale”, o ripetendo a pappagallo le fesserie grilline sulla “liberazione dall’inciucio” dico subito di risparmiare tempo: questo non è un blog democratico, le vostre arguzie verranno cestinate. Andate in pace.

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Forma, còlor e composìscion

Francesco Vezzoli

Francesco Vezzoli

Capitandoci unicamente nel corso di tormentate sessioni di zapping serale, non immaginavo che persino in un contenitore di stronzate come Mtv rimanesse lo spazio per un format intelligente come quello di Pif, Il testimone. L’altroieri è andata in onda la divertentissima prima puntata della nuova serie, dedicata a quel settore dell’artigianato di lusso detto “Arte Contemporanea” (sovrapponibile oggi, grossomodo, a quel cul-de-sac in cui gli artisti si sono infilati un secolo fa: l’arte concettuale). Interessante notare come, in fondo, la maggior parte di quei costosi oggetti d’arredamento, destinati in un paio di lustri a non lasciare traccia, passino in secondo piano nel racconto. Il testimone ironizza bonariamente sulle opere, ma più ancora su quel piccolo Grand Monde di critici, curatori, galleristi e ricche signore le quali dichiarano candidamente che «l’arte è communication». Un mondo in cui il curioso semicolto mette il naso come le casalinghe disperate mettono il naso nelle vite delle principesse. Forse la chiave per capire tutto il contemporaneo sta insomma, banalmente, nella possibilità di «parlare con l’artista». Una certa umanità, con tutti i suoi puttaneggiamenti, con gli onesti, i furbi, i completi imbecilli.

Alcuni dei tipi umani che Pif incontra sono meravigliosamente ridicoli, e in questo per me sta il vero spettacolo dell’arte contemporanea, quello che si inscena nei vernissage e nelle cene. Tra Londra e l’Italia, Pif ci mostra una bella carrellata di personaggi, tra i quali segnalerei in particolare la Signora Napoleone («è tutto riguardo forma, còlor, composìscion») Massimiliano Gioni, direttore della prossima edizione della Biennale di Venezia («non ridefinisce la definizione di opera») e Francesco Vezzoli («club culture-fuggire da Brescia-ho fatto la St. Martin»). Mi associo alla simpatia che Pif nutre per Philippe Daverio, assente ma nominato più volte, detestato dalle ‘ndrine dei critici e dei curatori italioti ma amatissimo da noi ignoranti. Non manca mai, naturalmente, la citazione della memorabile visita di Sordi alla Biennale ne Le vacanze intelligenti, scritto dal fidato Rodolfo Sonego, che tra l’altro, prima di dedicarsi alla sceneggiatura, aveva a lungo fatto parte del giro di Emilio Vedova e Giuseppe Santomaso.

Ah, la fauna delle Biennali. Con quella gente lì, forte del mio mimetismo, mi fingo appassionato evoluto. Ci cascano anche, e mi sorprende trovare gente più ignorante di me, che coi miei bigini arrivo, se va bene, agli anni ’80, e di tutto il resto so quello che raccontano i giornali. Le cagatine di Cattelan, ad esempio, le ho conosciute come tanti quando sono entrate nelle pagine di cronaca. Seguo qualche nome sparso, qualche amico artista, certo. Ma non saprei davvero cosa tiri nel mevcato del contempovaneo oggidì. Per questo, guardando Il testimone, mi concentro sui personaggi che Pif incontra, più che sui pezzi. E tuttavia, giunto al minuto 24:07, mi sembra di scorgere qualcosa di familiare. Eh sì, è proprio il lavoro di Nemanja.

Nemanja Cvijanovic, 'sweetest dream', da crossborderexperience.org

Nemanja Cvijanovic, ‘The sweetest dream’, da crossborderexperience.org

Non credo di avere i mezzi per giudicare l’opera in sé. Non saprei prezzarla, ecco. Non saprei piazzarla. Mi limito a rilevare la pigrizia insita in certi scontatissimi détournement. Ma sono affari di chi se la mette in casa, per eurosettemila. Quello che posso giudicare è il discutibile messaggio che The sweetest dream veicola. E per una volta posso anche dire di aver “parlato con l’artista”. Nemanja l’ho conosciuto cinque o sei anni fa. Per via di certe amicizie, in quel periodo frequentavo  un gruppetto di giovani artisti impegnati a farsi un nome qui a Venezia. Facevo un po’ l’osservatore esterno, il testimone, come Pif (ma senza telecamera!). Mi capitava di discutere dei loro lavori, con alcuni. Con altri, soltanto del più e del meno. Perché un certo tipo di giovane artista, quando è molto convinto di sé, tende ad evitare gli scambi di vedute con i non addetti ai lavori. Ad inizio carriera è bene rendere produttivo ogni pensiero con le persone giuste, senza perdere tempo con il testimone casuale. Se non si sale sul carrozzone, il rischio è quello di doversi trovare un lavoro qualunque. Ma Nemanja era allora già abbastanza cresciutello e scafato. E’ un tipo simpatico e alla mano, che nelle fattezze ricorda un po’ John Belushi. Prima di occuparsi di arte concettuale, realizzava – e forse realizza ancora? – coloratissime tele tra il pop e il realismo socialista. Ne ricordo una con i vecchi despoti del socialismo non allineato, Tito, Nehru, Nasser, e una squadriglia di Mig all’orizzonte. Nemanja si dichiara “comunista e internazionalista” e, come tale, è convinto di un certo numero di stupidaggini che ho ben presente, avendoci creduto io stesso. In più crede – come non pochi altri, soprattutto tra i nati sull’altra sponda dell’Adriatico – che all’origine delle guerre jugoslave vi sarebbe stata una cospirazione ordita dalla finanza europea, in particolare da quella tedesca.

La gallerista intervistata da Pif, povera stella, non è ben informata, e da sola proprio non ce la fa a cogliere il contenuto esatto dell’opera, che pure è chiarissimo. Ci sono dentro l’equazione liberismo=fascismo e la tiritera sull'”Europa delle banche”. Peraltro Nemanja ha spiegato diffusamente il senso del suo osceno parallelo tra Unione Europea e III Reich nel corso di vari incontri e interviste. E vorrei ben vedere: quando decidi di usare la svastica, sei giustamente chiamato a difendere la tua scelta. Che risponde in modo perfetto al principio del massimo risultato con il minimo sforzo. Per l’artista si tratta di monetizzare il potere disturbante di alcuni simboli: è un gioco facile, che le arti e l’industria culturale adottano consapevolmente, da Duchamp in poi. Se la gente si lamenta, vuol dire che la provocazione ha funzionato.

The sweetest dream nel 2005 venne esposta al “Mars Pavillion”, cioè alla bellissima serra dei giardini di Castello, occupata – prima del restauro che l’ha restituita alla città – dai fioi dei centri sociali veneziani, che ne fecero una sorta di contropadiglione esterno della 51a Biennale d’Arte. Tutto bene, senonché non tutti i disobba rientrano nella categoria degli smaliziati artattivisti, e in quell’occasione alcuni di loro sollevarono qualche robusta obiezione rispetto all’opportunità di esporre una svastica in un luogo occupato da antifascisti. Capito? Non contestavano il  paragone imbecille. A loro, giustamente, schifava il simbolo in sé, il cui carico di morte è più forte di qualsiasi operazione di straniamento.

Sui giochetti linguistici che l’arte concettuale compie sui simboli della Storia andrebbe detta un’ultima cosa: nonostante tutte le bubbole sull’artista che vede un po’ più lontano degli altri, quella roba non è “avanguardia” di alcunché. Non rivende nulla che non si possa trovare nei mercatini delle pulci di tutta Europa, stracolmi di insegne che la politica ha fatto sparire in gran fretta. E la politica postmoderna non ha più bisogno di insegne o di simboli, senza i quali è più semplice mischiare le idee e sovvertire i significati, fino a rendere accettabili le bestialità. A titolo di promemoria, vale la pena riportare il giudizio che la neo-capogruppo grillina alla camera, Roberta Lombardi, ha dato del fascismo, il quale, a suo avviso, «[…] prima che degenerasse aveva una dimensione nazionale di comunità attinta a piene mani dal socialismo, un altissimo senso dello stato e la tutela della famiglia». 

(E l’ho buttata in politica anche stavolta).

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In quel mentre, in una piccola città…

La brace grillina sarà davvero meglio della padella del solito malaffare? No. Credo che ci scotteremo malamente. Saremo soltanto un po’ meno unti. Arrostiremo, anziché friggere.

La notizia dell’arresto di Piergiorgio Baita e di vari altri notabili veneti (tra i quali spicca il nome dell’ex segretaria di Giancarlo Galan, Claudia Minutillo) accusati, per ora, di frode fiscale, rischia quasi di venir oscurata dalla cronaca politica nazionale. E d’altronde, chi come me abita i sonnacchiosi resti della Serenissima non viene granché scosso dalla notizia, un po’ per secolare menefreghismo, un po’ perché non c’è davvero niente di nuovo sotto il sole. Già da luglio 2012 era in corso un’indagine su presunte false fatturazioni in casa Mantovani, e comunque in carcere Piergiorgio Baita c’era già finito vent’anni fa, quando Tangentopoli aveva sfiorato anche Venezia. Paradossalmente fu quello l’inizio della sua ascesa, culminata nella presidenza di uno dei più grossi contractor d’Italia. Mantovani, per capirci, è chi sta costruendo il MOSE e ha costruito la quasi totalità delle nuove infrastrutture del territorio veneziano (passante di Mestre, nuovo ospedale, tram, etc.), senza contare gli appalti in giro per lo Stivale, dalle spiagge sarde all’Expo 2015. Che sian bravi è fuori di dubbio, ma saranno davvero i più bravi? Sarà interessante tornare sull’argomento non appena verrà toccato il livello politico. Ma forse allora avremo altro di cui occuparci.

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L’arca di Sergio

«Sono nato a Pola il 15 giugno 1933 a mezzogiorno in punto da Romeo Endrigo e da Claudia Smareglia. Pola era il capoluogo dell’Istria: nel 1947 è stata assegnata alla Jugoslavia e adesso è in Croazia. Mio padre Romeo era figlio di uno scalpellino che aveva la sua baracca di lavoro proprio davanti al cimitero. Mio padre, assolutamente autodidatta, si dedicava anche alla pittura e divenne uno scultore molto conosciuto a Pola. Al cimitero di Pola ci sono molte sue sculture e bassorilievi in marmo. Le ho riviste nel 1963, passando per Pola, mentre mi recavo in vacanza con mia moglie a Lussinpiccolo (oggi Malilosinj), dove da ragazzino ero stato ospite di mio zio. […] Interrotti gli studi ginnasiali nel 1950, da Brindisi tornai a Venezia: mia madre faceva la domestica presso un maresciallo della Guardia di Finanza e con quello che guadagnava mi manteneva in una pensioncina familiare proprio dietro piazza S.Marco. A quel tempo svolsi svariati lavori, tra i quali fattorino alla Mostra del Cinema, lift-boy all’Hotel Splendid Suisse e l’ufficiale di censimento. Capitò che il nuovo direttore delle Poste a Venezia fosse nativo di Pola e che mia madre lo conoscesse. E così mia madre mi disse che avrei potuto entrare in Posta come portalettere e poi, con un concorso interno, andare allo sportello delle raccomandate. Le risposi che da quel momento non le avrei più chiesto aiuto e che mi sarei arrangiato da solo ma che in Posta non volevo entrare. Andai a Udine in treno all’ I.R.O. (International Refugee Organization) per tentare di emigrare in Canada o in Australia. Non mi presero perché quel giorno reclutavano boscaioli ed io non avevo il fisico adatto. A Venezia cantavo con gli amici le canzoni americane dell’epoca; amavo i motivi interpretati da Bing Crosby, Frank Sinatra, Johnny Mathis, dai Mills Brothers, canzoni che poi avrei cantato per sette anni nei night-club. Suonavo già la chitarra, anche se non ho mai studiato la musica. E sulla chitarra ho inventato poi tutte le mie canzoni. All’Hotel Excelsior, dove lavoravo dall’inizio dell’estate del ’52, canticchiavo da solo in ascensore o nella toilette sperando che qualche produttore americano di passaggio mi sentisse e mi portasse a Hollywood…»

(da sergioendrigo.it, Quale sia il senso, per me, del Giorno del Ricordo, l’ho spiegato qui.)

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“Iron Man lives again!”

berlusc

Quando si conquista il potere politico e lo si conserva per un tempo sufficientemente lungo, è difficile rinunciarvi, specialmente se si sta giocando l’ultima grande partita della propria vita.
Al potere corrispondono quei privilegi cui i pretoriani del Cav. (e i loro famigli e poi giù, sino all’ultimo usciere) non possono più rinunciare. C’è l’immunità dall’azione della Magistratura. Ci sono le rendite delle posizioni acquisite nella gigantesca macchina dello Stato (le poltrone negli enti pubblici o nelle partecipate, gli appalti vinti illecitamente, le commesse a prezzi fuori mercato, le consulenze inutili, le prebende di ogni tipo). C’è il brivido dell’esercizio del Potere in sé, che posso solo provare ad immaginare. Ma credo ci sia soprattutto il terrore di perdere tutto questo assieme a ciò che si possedeva, più o meno legittimamente, prima di conquistare il Potere. Perché per alcuni la conquista del Potere ha rappresentato una scommessa nella quale si è puntato veramente tutto, col rischio, quindi, di perdere tutto. Infine, non va dimenticato il legame più forte, anche se invisibile ai più, che unisce chi eserciti il Potere nelle sfere più alte: quello del ricatto. Giuliano Ferrara descrive anzi la ricattabilità come una condizione necessaria al mantenimento del Potere.

A partire da simili premesse, nessuno può essersi stupito del ritorno del nostro Iron Man. Il problema è che la paura dei berlusconiani di perdere tutto è soltanto il riflesso della paura del Paese. Tutti gli italiani hanno paura. Ce l’ha chi esercita una piccola o grande quantità di potere, ce l’ha chi al Potere deve la sua sopravvivenza e ce l’ha pure chi dal Potere ha sempre e solo ricevuto calci. Quando si ha paura si sragiona. E’ facile, quando si ha paura, cercare di proiettarla su nemici fantomatici o comodi capri, è facile mettersi nelle mani di chi promette ricchezze o vittorie o rivalse impossibili (e indesiderabili). Mai come in quest’ultimo anno è emerso con chiarezza il carattere populista, illiberale, antieuropeista e reazionario del berlusconismo. Le ultime tirate retoriche del Cav. lo confermano. Realisticamente, è difficile che il Nostro torni in sella, a far danni come un disperato Sansone (i capelli li ha già persi da quel dì, del resto). Ma altri, più freschi di lui, stanno raccogliendo il testimone. Purtroppo Berlusconi non ha mai inventato nulla. Ha solo avuto un buon orecchio per il brontolio del ventre molle del Paese.

La verità è che a risentirci per lo sgambetto a Monti siamo stati davvero in pochi. Difficile, in questa situazione, rassicurare chi ci ha prestato e ci continua a prestare il danaro necessario a coprire gli sciali degli ultimi trent’anni. E’ comprensibile che si perda la fiducia, di fronte a certi comportamenti. Questo succede nella vita quotidiana, tra le persone. E perché mai i mercati finanziari, che sono una creazione delle persone, dovrebbero reagire diversamente? Il buon Bersani ce la sta mettendo tutta, magari rilasciando interviste al Wall Street Journal e mettendo Fassina e Vendola al posto loro. Non credo basti, ma lo sforzo è apprezzabile. Sull’altro versante, qualcuno potrebbe intanto farci la cortesia di rassicurare tutti quei liberal-conservatori, quegli elettori della “destra perbene” che hanno creduto una o più volte alla favoletta della “Rivoluzione liberale”e che non riescono a scendere dalla nave dei folli (folli in senso letterale, gente da TSO, o buffoni o teste di cazzo) del centrodestra berlusconiano? Ormai lo sanno pure loro che ad aver paura dei comunisti si rischia il ridicolo. (Sembra che gli ultimi duri-e-puri abitino qui sull’isoletta in cui mi trovo, dove Renzi ha raggiunto quindici punti in meno rispetto alla risultato nazionale. Ripetono la tiritera sugli “speculatori amici di Monti” e “L’Europa delle banche”, a volte si confondono con la nuova destra. Ma stanno bene nel loro buco del due per cento e in ogni caso non hanno la minima intenzione di governare). Io mi preoccuperei piuttosto del succitato ventre molle, che, come è noto, in tempi di crisi si gonfia e ad un certo punto deve pur scaricare il suo maldigerito prodotto. Da un buco o da quell’altro qualcosa potrebbe uscire. Qualcosa è già uscito, in realtà, se una parte non trascurabile degli italiani vorrebbe tornare alla liretta, “uscire dall’Europa” e chiudere le frontiere, in un sogno malato di autarchia. Le idee più balorde, dalle assurdità sul signoraggio alle teorie del complotto, sono diventati argomenti accettabili in movimenti di massa che arriveranno ad occupare parte del Parlamento. Non sarà più una faccenda da leghisti, o da peones molesti come Shittypoty. Ma ne riparleremo presto, ahinoi.

Xilografia da 'Stultifera Navis' di Sebastian Brant, Basilea, 1497

Xilografia da ‘Stultifera Navis’ di Sebastian Brant, Basilea, 1497

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Shameless

L’Arzanà citato da Dante, storico cantiere in grado di produrre un vascello in poche ore, ridotto prima a caserma e infine a simbolo della decadenza veneziana, resta di competenza dello Stato. Sono bastate un paio di righe infilate alla chetichella da Corrado Passera in un decreto che riguarda tutt’altro tema – la c.d. “Agenda Digitale” – per bloccare il passaggio di proprietà dal Demanio Militare al Comune di Venezia. Tale passaggio, previsto dalla Spending Review, avrebbe dovuto rendere possibile il recupero complessivo del luogo, descritto da tempo come l’ultima occasione di un futuro non esclusivamente turistico per la città storica. Ad essere favoriti da Passera sono stati evidentemente gli interessi del Consorzio Venezia Nuova, costruttore del MOSE, un buco nero che ha risucchiato la quasi totalità dei fondi destinati alla salvaguardia della città. Alcuni comitati cittadini si sono già mobilitati per chiedere al Presidente Napolitano di non firmare il decreto. Hanno ragione, è uno schifo, un altro brutto colpo per Venezia, tra i tanti ricevuti negli ultimi anni.

C’è però un aspetto grottesco in questa levata di scudi che vede, in buona sostanza, tutta la città unita contro Roma, in uno scatto di orgoglio serenissimo. Occorre ricordare quanti soggetti grandi e piccoli abbiano in questi anni raccolto le briciole (a volte assai sostanziose) del progetto MOSE distribuite dal Consorzio. In primo luogo proprio il Comune – che, incidentalmente, ha tra i suoi assessori Antonio Paruzzolo, già dirigente di Thetis. E’ sin troppo facile, nella rossa e smemorata Venezia, fare leva sulla superficiale opposizione bene pubblico/interesse privato, tralasciando di raccontare il vero nodo del problema: l’intreccio tra pubblica amministrazione, ceto politico e grandi gruppi privati (magari organizzati in cartello). Ecco quindi che il colmo del grottesco lo si raggiunge in una dichiarazione del Sindaco Avv. Orsoni – già difensore dei gruppi Benetton e Coin, grandi attori privati dello spazio pubblico veneziano:

«È molto triste che in questa città ormai gli interessi privati prevalgano su quelli del Comune e della città».

Quegli stessi interessi privati rispetto ai quali il Sindaco non sollevava alcuna obiezione nel momento in cui visitava, deferente, i cantieri MOSE, o riceveva i contributi del Consorzio Venezia Nuova per l’America’s Cup (“un evento che accresce il prestigio della città”, etc.) e nemmeno durante il disastroso procedere dell’operazione Lido, della quale fa parte Mantovani, una delle società del Consorzio.

Naturalmente, se abbiamo a cuore le sorti di Venezia, dobbiamo sperare che Giorgio Napolitano non ratifichi lo “scippo” dell’Arsenale. Ma dovremmo anche chiederci se davvero un Arsenale in mano al Comune possa diventare qualcosa di buono per la città. Personalmente mi chiedo se con questo inamovibile ceto dirigente, con questi onnipresenti neopatrizi senza vergogna, ci sia realmente ancora qualcosa in cui sperare.

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Da janela vê-se…

frame da ‘Lisbon Ground’ – Padiglione portoghese della Biennale di Architettura 2012

PMDS: «Il testo di una canzone popolare brasiliana che tutti conoscono dice qualcosa di molto interessante: “dalla finestra si vede il mare, che bello” [«Da janela vêse o mar, que lindo»]. Questo implica la presenza di una città, perché se sei Robinson Crusoe che vede il mare dalla spiaggia, non è poi così piacevole… Se dici che stai guardando il mare da una finestra, questo presuppone che tu abbia una città dietro di te. Così, perché noi si possa godere del paesaggio, ci devono essere una città e una finestra, che sia anche la finestra di un treno o di un aereo. Non abbiamo più possibilità di immaginare noi stessi a contemplare un paesaggio “puro”… Siamo la parte monumentale della natura; noi siamo paesaggio. E non è un fatto da disprezzare. Qualcun altro dice che non c’è alcun fascino nel paesaggio: la natura è un disastro, la natura è orribile, la natura è cicloni, terremoti, vulcani… Così dobbiamo costruire ponti per superare gli ostacoli della natura. Nessuno di noi potrebbe sopravvivere nella natura. Noi viviamo in una natura che abbiamo costruito. […] d’altra parte possiamo immaginare che tutti sono, per natura, architetti. Ogni uomo sa come costruire la sua casa. L’ha sempre saputo».

D: «Anche così, gli architetti hanno una responsabilità in più…»

PMDS: «Per me quella responsabilità cresce proprio con le risorse della tecnica. […] Tutta la nostra responsabilità sta nell’usare e gestire queste risorse tecniche che, nella nostra fragilità, sono già infinite, a tal punto infinite da poter produrre qualcosa che distrugge il mondo. Ci siamo già. Qualcuno una volta mi ha fatto la famosa domanda: “qual’è, alla fine, il compito fondamentale dell’architettura?”. Mi è capitato di rispondere: “la mia impressione è che in sostanza sia quello di evitare disastri“. Costruisci per evitare i disastri».

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